Uccise un bimbo a coltellate, anziana a processo

ATS

10.8.2020 - 19:02

Basilea, è iniziato il processo contro una 76enne che nel marzo del 2019 ha ucciso a coltellate un bimbo di sette anni che tornava da scuola. La donna è ritenuta incapace di intendere. L'accusa ha chiesto l'internamento. I dibattimenti dureranno tre giorni.
Source: KEYSTONE/GEORGIOS KEFALAS

È iniziato stamane il processo contro una 76enne che l'anno scorso ha ucciso a coltellate un bimbo di sette anni che tornava da scuola a Basilea. La donna è ritenuta incapace di intendere. L'accusa ha chiesto l'internamento. I dibattimenti dureranno tre giorni.

L'aggressione è avvenuta il 21 marzo verso le 12.45 a poche centinaia di metri di distanza dalla scuola. Lo scolaro stava rientrando a casa ed era solo sul marciapiede quando è stato accoltellato e gravemente ferito alla gola.

La sua insegnante, che rientrava in bicicletta dopo le lezioni, lo ha trovato e ha avvertito i soccorsi. Il bambino, sottoposto a un intervento chirurgico, è morto poco dopo. L'anziana si è subito costituita confessando il delitto.

Forma grave e cronica di querulomania

Secondo l'atto d'accusa, l'imputata soffre in forma grave e cronica di querulomania (o paranoia querulante). Si sente continuamente vittima di soprusi ed ingiustizie e pertanto ricorre ripetutamente a varie autorità per ottenere giustizia, spesso con rivendicazioni infondate.

In base a quattro perizie, il disturbo delirante si è sviluppato progressivamente dal 1977. Per 42 anni la donna ha scritto lettere sempre più numerose e virulente a diverse autorità. La sue missive riempirebbero almeno dieci cartoni di banane.

La situazione si aggravata nel 1992 con lo sfratto forzato dall'appartamento di Allschwil (BL) dove viveva con il compagno – morto nel 1999 – e con la conseguente serie di controversie di diritto civile che l'hanno vista coinvolta. La coppia si è trovata temporaneamente senza casa, e i loro beni sono stati liquidati nel 1995.

Dal 2002 in poi, le lettere della donna facevano spesso riferimento all'assassinio. Dal 2016 sono diventate più frequenti le minacce di un non specificato atto di violenza che ci si poteva aspettare in qualsiasi momento se le sue richieste non fossero state soddisfatte e i suoi beni non le fossero stati restituiti.

Ha ammesso l'uccisione, senza spiegare il perché

Oggi in aula la settantaseienne ha ammesso l'uccisione, senza poter spiegare perché proprio un bambino dovesse morire. Parlando delle decennali controversie con le autorità ha affermato che queste ultime «avrebbero dovuto smettere di darci fastidio e sedersi con noi» per risolvere il problema. «Dal 1992 non ho ricevuto nulla, nessun compenso e nessuna scusa. Questo mi ha portato alla disperazione».

Ha poi aggiunto che darebbe qualsiasi cosa per poter annullare ciò che ha fatto. E che non ha mai pensato di essere capace di un atto del genere. Era «disperata, sull'orlo di un abisso», stava per diventare senzatetto e ha agito nella foga del momento.

Sono state le autorità a portarla a questo punto trattandola come «selvaggina indifesa». Dal momento in cui ha commesso il crimine, ha capito di aver sbagliato. «Sapevo che dovevo assumermi le mie responsabilità», ha detto. «Me ne pento ogni giorno. Mi dispiace per la famiglia», ha concluso.

La donna aveva già commesso altri reati in passato

Nell'udienza odierna si è anche saputo che la donna aveva già commesso altri reati in passato. Decenni fa era stata condannata per piccoli furti e appropriazione indebita di 80'000 franchi svizzeri – sua madre l'aveva portata davanti al tribunale civile.

Anche i genitori del piccolo erano presenti in aula. Il loro legale ha chiesto una riparazione morale di 180'000 franchi e un risarcimento di circa 18'700 franchi per le spese di funerale.

Il pubblico ministero di Basilea ha accusato la donna di assassinio e ne ha richiesto l'internamento. L'uccisione è avvenuta per «motivi del tutto egoistici», e l'imputata ha agito con una freddezza quasi insopportabile, ha detto il primo procuratore di Basilea, Alberto Fabbri.

La difesa ha chiesto di respingere le richieste dei genitori e si è pronunciata per una misura di ricovero stazionaria invece dell'internamento. L'imputata rifiuta però il trattamento con i farmaci. «Questo è il mio corpo» e decido io, ha detto. E quando la giudice ha osservato che anche il ragazzo ucciso non ha potuto decidere in merito al proprio corpo, la settantaseienne si è scusata ancora una volta per quanto compiuto, aggiungendo: «Quello che ho fatto è sbagliato, e su questo non dobbiamo discutere».

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