Non era in aula Carlos di nuovo a processo: chiesto l'internamento

ATS

30.10.2019

Der Staatsanwalt will den Jugendstraftäter «Carlos» verwahren. Die Öffentlichkeit müsse vor ihm geschützt werden, forderte er am Mittwoch in seinem Plädoyer. (KEYSTONE/Zeichnung Linda Grädel)
Der Staatsanwalt will den Jugendstraftäter «Carlos» verwahren. Die Öffentlichkeit müsse vor ihm geschützt werden, forderte er am Mittwoch in seinem Plädoyer. (KEYSTONE/Zeichnung Linda Grädel)

Nuovo processo per il giovane delinquente zurighese noto alle cronache nazionali con il soprannome di Carlos, autore di numerosi atti di violenza e chiamato ora a rispondere di una serie di aggressioni ai danni di guardie carcerarie, poliziotti e compagni di prigionia.

Sulle spalle del giovane, oggi 24enne detenuto nel penitenziario di Regensdorf (ZH), pesano le accuse di danneggiamento, lesioni personali gravi nonché minacce e violenza contro le autorità e funzionari.

Carlos mercoledì mattina non è però comparso in aula: ha infatti rifiutato di lasciare il carcere. Il giudice, dopo un primo intervento di un'unità speciale della polizia, si è presentato di persona nella sua cella nel tentativo di convincerlo a far fronte alle proprie responsabilità, ma invano.

«Una pena privativa della libertà non basta»

Il processo è così stato celebrato in sua assenza e il procuratore pubblico in apertura dei dibattimenti non ha avuto dubbi. Carlos, ha detto, deve essere internato: una semplice pena privativa della libertà non basta a rimetterlo sulla giusta strada. Rinchiudere un giovane di 24 anni per un periodo indeterminato può apparire una misura esagerata, ma la società, ha aggiunto, deve essere protetta da questa persona.

Carlos, che ha alle spalle una lunga storia di delinquenza, è un caso estremo ed è fuori questione, secondo il procuratore, che una volta scontata la pena possa essere rimesso in libertà. "Sarebbe una minaccia per la sicurezza pubblica", con il rischio concreto che un momento o l'altro ci possa scappare il morto. L'internamento è la sola soluzione applicabile. Il problema in sé non viene risolto, ma la società va protetta.

«Un giovane affetto da disturbi della personalità»

La perizia psichiatrica descrive Carlos, sportivo ed esperto di arti marziali, come un giovane affetto da disturbi della personalità, con elementi psicopatici e narcisistici, facilmente irritabile che considera ostile il mondo intero.

Quanto sia pericoloso lo hanno sperimentato sulla propria pelle negli scorsi anni numerosi compagni di prigionia, poliziotti e guardie carcerarie. In totale, nel processo odierno, a Carlos sono stati contestati 19 episodi di violenza. Ha anche inviato una lettera minacciosa al ministero pubblico, apostrofandolo con l'epiteto di "figlio di puttana".

Le dichiarazioni della difesa

Diversa la valutazione dei fatti dell'avvocato difensore, secondo il quale l'internamento non farebbe altro che peggiorare la situazione. Nel trattare la vicenda, ha detto, le autorità hanno subito intrapreso la via della repressione, che si è rivelata fallimentare e che ha posto Carlos in una sorta di "modalità di combattimento".

L'avvocato ha chiesto per il suo assistito una pena detentiva ordinaria. "Non siamo in presenza di reati gravi, niente omicidi, niente stupro". Carlos, in carcere da un anno, deve essere rimesso in libertà. Deve poter "inseguire il suo sogno di diventare un pugile di successo". Il trattamento che gli viene attualmente riservato è "disumano e umiliante". La sentenza verrà resa nota verosimilmente il 6 novembre.

Nei guai con la giustizia già a 10 anni

Carlos è entrato in conflitto con la giustizia all'età di dieci anni, quando venne sospettato di aver appiccato un incendio. È salito agli onori della cronaca nell'agosto del 2013, dopo che la televisione della Svizzera tedesca mandò in onda un documentario in cui venivano descritte le speciali misure di reinserimento cui era stato sottoposto, che prevedevano tra l'altro lezioni di boxe thailandese.

Il documentario provocò polemiche, anche per gli alti costi delle misure di recupero sociale, pari a 29 mila franchi al mese, ma causò scossoni anche nel mondo della politica. A questa vicenda viene infatti attribuita la mancata rielezione dell'allora responsabile del dipartimento zurighese della giustizia Martin Graf (Verdi), che in seguito si disse "vittima delle esagerazioni dei media".

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