Stati Uniti e Cina uniti contro la crisi climatica

SDA

10.11.2021 - 21:55

President Joe Biden speaks during a news conference at the COP26 U.N. Climate Summit, Tuesday, Nov. 2, 2021, in Glasgow, Scotland. (AP Photo/Evan Vucci)
Il presidente USA Joe Biden alla Cop26 sul clima di Glasgow.
AP

Gli Stati Uniti e la Cina annunciano una collaborazione per combattere la crisi climatica. È la notizia bomba che arriva in serata alla Cop26 di Glasgow. Prima l'inviato cinese per il clima, Xie Zhenhua, poi quello americano, John Kerry, vanno in conferenza stampa per presentare questo accordo storico.

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10.11.2021 - 21:55

I due nemici globali stringono alleanza per combattere un nemico comune, il cambiamento climatico. Nel frattempo la Cop26 ha prodotto la sua prima bozza di documento finale.

È la notizia che serviva per ravvivare le speranze della conferenza. L'obiettivo di mantenere l'aumento della temperatura sotto 1 grado e mezzo, considerato dalla presidenza britannica il discrimine fra successo e fallimento, fino a questo pomeriggio era visto come difficile da raggiungere. Con l'intesa fra i due giganti, primi emettitori di gas serra al mondo, sembra ora più vicino.

Nel testo dell'accordo fra le superpotenze ci si impegna a «potenziare l'azione sul clima negli anni 2020», ha spiegato Xie. Il rappresentante cinese ha sottolineato come le due parti riconoscano «il divario che esiste tra gli sforzi attuali e gli obiettivi fissati dall'Accordo di Parigi»; e si impegnano quindi a «potenziare l'azione» per contenere il surriscaldamento terrestre.

«Misure concrete» per raggiungere l'obiettivo

L'iniziativa, nella parole di Xie, dovrebbe consentire di adottare «misure concrete» per raggiungere l'obiettivo (minimo) fissato dall'Accordo di Parigi di mantenere l'innalzamento delle temperature della Terra sotto i 2 gradi in più rispetto all'era pre-industriale, e «fare sforzi» per limitarlo ulteriormente a 1,5 gradi sino alla fine del secolo. La Cina in particolare dice sì a un mercato globale delle emissioni di carbonio, uno degli obiettivi di Glasgow.

John Kerry, inviato del presidente Biden per il clima, ha detto che Usa e Cina hanno «differenze» su molte questioni, ma sulla lotta al cambiamento climatico «non hanno scelta» se non collaborare, perché è l'unico modo per avere «il lavoro fatto», e perché «la scienza lo impone».

Kerry ha sottolineato come le due potenze siano i due principali «Paesi emettitori» di gas serra al mondo. L'inviato Usa ha anche insistito che l'obiettivo resta quello di contenere il riscaldamento globale entro il tetto di 1,5 gradi in più rispetto all'era pre-industriale. Il presidente Biden e il presidente Xi «vogliono lavorare insieme» su questo, ha detto.

Oggi la prima bozza di documento finale

Proprio oggi, la Cop26 di Glasgow aveva prodotto la sua prima bozza di documento finale. Prevede un taglio delle emissioni di anidride carbonica del 45% al 2030, l'attivazione nel 2023 del fondo da 100 miliardi di dollari per gli aiuti ai paesi meno sviluppati, un ulteriore aggiornamento entro la fine del 2022 degli impegni di decarbonizzazione degli Stati.

Ora su questa bozza si apre il negoziato fra gli Stati, che si prospettava durissimo. Ma dopo l'accordo fra Usa e Cina, sembra un po' meno duro. L'iniziativa delle due superpotenze è «un passo importante nella giusta direzione», ha detto il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres.

Oggi a Glasgow era arrivato anche il premier britannico Boris Johnson, per spendere il suo peso politico per convincere i Paesi a trovare un accordo decente. «Sono negoziati duri, con ancora un enorme lavoro da fare», ha ammesso. L'obiettivo è «mantenere il target di 1,5 gradi». Sotto quello, sarebbe «un fallimento colossale». E ha concluso: «Non ci sono scuse per non agire».

Pesano le resistenze degli Stati emergenti

L'accordo fra Usa e Cina riduce la resistenza del principale paese emergente a decarbonizzare. Ma alla Cop26 pesano le resistenze degli Stati emergenti, come Cina e India, che non vogliono decarbonizzare troppo per non rallentare la loro crescita. Pesa la contrarietà degli Stati produttori di idrocarburi, come Russia, Arabia Saudita e Australia, per i quali decarbonizzare vuol dire non guadagnare.

Pesano le tante lobby industriali dei paesi ricchi: da quelle delle fonti fossili, che non vogliono chiudere i battenti, a quelle delle manifatture, che non vogliono spendere troppi soldi per riconvertirsi a tecnologie pulite. E pesano le paure dei governi: di perdere voti se chiudono attività inquinanti, di ritrovarsi con le rivolte dei gilet gialli se le tassano.

Le associazioni ambientaliste hanno detto che la bozza è poco ambiziosa e deludente. Ma questo è il loro gioco: chiedere sempre di più, per far sentire la pressione dell'opinione pubblica sui governi. Una pressione che, ammettono i negoziatori europei a Glasgow, «ci aiuta a spingere di più sui paesi più riottosi».

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