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El Niño porta siccità in alcune regioni del mondo, mentre in altre sono possibili inondazioni.
Aaron Ufumeli/AP (Archivbild)
Il fenomeno climatico El Niño è alle porte. Rispondendo a sette domande, cerchiamo di delineare cosa potrebbe comportare per la Svizzera e per l'Europa, e quali aspetti restano ancora incerti per gli esperti.
L’arrivo di El Niño e la sua influenza sul clima almeno fino alla fine dell’anno sono ormai considerati altamente probabili. Più difficile, invece, prevedere l’intensità dei suoi effetti.
Nei media e in una parte della comunità scientifica si ipotizza un «super El Niño», cioè un episodio particolarmente forte.
L’ultimo, quello del 2023/24, è stato tra i cinque più intensi dall’inizio delle rilevazioni, nel 1950.
Quali sono le probabilità che accada di nuovo? Cinquanta e cinquanta, afferma il climatologo Mojib Latif, del Centro Helmholtz per la ricerca oceanografica di Kiel, in Germania. «Può succedere, ma può anche non succedere».
No, almeno non direttamente. Secondo MeteoSvizzera, esistono alcune teleconnessioni atmosferiche tra El Niño e il tempo in Europa, ma sono deboli.
Per il clima della Svizzera e dell’Europa centrale il fattore determinante resta l’Oscillazione Nord Atlantica, cioè il rapporto di pressione tra la depressione d’Islanda e l’anticiclone delle Azzorre.
Questa dinamica atlantica pesa molto più, per la Svizzera, degli impulsi lontani provenienti dal Pacifico.
Per questo motivo, nei dati meteorologici svizzeri non emerge un modello chiaro. In passato, gli anni segnati da El Niño hanno portato sulle Alpi talvolta freddo intenso e molta neve, talvolta temperature estremamente miti.
Il fenomeno potrebbe però farsi sentire in modo indiretto, per esempio attraverso un aumento dei prezzi di beni importati come caffè o cacao, in seguito a cattivi raccolti in Sudamerica.

Non c'è uno schema chiaro: i precedenti eventi di El Niño nelle Alpi hanno portato sia temperature estremamenti miti che freddo gelido.
sda (srchivio)
El Niño è un fenomeno climatico naturale che si sviluppa nel Pacifico e altera il normale equilibrio tra venti e correnti marine.
In condizioni ordinarie, i forti alisei spingono le acque superficiali calde verso ovest, in direzione del Sud-est asiatico, permettendo lungo le coste del Sudamerica la risalita di acque profonde fredde e ricche di nutrienti.
Durante un episodio di El Niño, per ragioni non ancora del tutto chiarite, questi venti si indeboliscono: l’acqua calda rifluisce verso est e impedisce la risalita delle acque fredde. Gli strati superficiali dell’oceano al largo del Sudamerica si riscaldano, provocando la morte del plancton e lo spostamento dei banchi di pesci.
Questo riscaldamento oceanico modifica le correnti atmosferiche globali. Le masse d’aria calde e umide si spostano verso est, portando precipitazioni estreme sulla costa occidentale del continente americano.
In Australia e nel Sud-est asiatico, invece, l’inversione dei venti riduce l’umidità e aumenta il rischio di gravi siccità.
Secondo Latif, lo sviluppo e l’intensità del fenomeno dipendono soprattutto dalle oscillazioni dei venti, che sono difficili da prevedere.
In generale, durante El Niño, le acque calde e le nubi si spostano nella fascia equatoriale del Pacifico verso le coste del Sudamerica, normalmente più secche.
Questo può provocare inondazioni devastanti, spesso in Sudamerica e, successivamente, anche in alcuni Paesi dell’Africa orientale.
Nel Sud-est asiatico, nell’Australia orientale e fino all’Africa sudorientale, al contrario, aumentano siccità e incendi boschivi.
Tra un episodio di El Niño e l’altro può manifestarsi un fenomeno climatico di segno opposto: La Niña.
Su questo punto, sottolinea l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), non esistono ancora evidenze scientifiche definitive.
Gli episodi di El Niño durano in genere tra nove e dodici mesi, raggiungono il picco tra novembre e febbraio e si verificano ogni due-sette anni.
Dall’ultimo episodio, quello del 2023/24, sono passati solo due anni; tra quello precedente, del 2015/16, e il successivo erano trascorsi sette anni.
Il fenomeno può però amplificare gli effetti del cambiamento climatico. Durante El Niño, l’oceano Pacifico tropicale e l’atmosfera sono più caldi: ciò può fornire più energia e umidità a eventi meteorologici estremi, come ondate di calore e piogge intense, spiega l’OMM.
Secondo un recente rapporto dell’OMM, la probabilità che almeno uno degli anni tra il 2026 e il 2030 registri una temperatura media globale superiore a quella del 2024 è dell’86%. A causa di El Niño, ciò potrebbe accadere già nel 2027.
Nel 2024 la temperatura media globale è stata di circa 1,55 gradi superiore ai livelli preindustriali, calcolati sul periodo 1850-1900.
Con l’Accordo di Parigi sul clima, adottato nel 2015, i Paesi si sono impegnati a limitare l’aumento della temperatura causato dalle attività umane riducendo le emissioni di gas serra. L’obiettivo è evitare le conseguenze più gravi del cambiamento climatico.
La temperatura media globale dovrebbe restare, per quanto possibile, entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Secondo la definizione finora più utilizzata, l’obiettivo climatico è considerato mancato quando la media delle temperature oltrepassa questa soglia su un periodo di vent’anni.
L’OMM raccomanda ai governi e alle organizzazioni umanitarie di prepararsi alle conseguenze nei settori più sensibili al clima, come agricoltura, sanità, energia e gestione delle risorse idriche.
Dovrebbero inoltre elaborare piani per garantire la sicurezza alimentare e far fronte alla pressione sui sistemi sanitari.
«Previsioni stagionali tempestive e sistemi di allerta precoce sono essenziali per salvare vite e attenuare l’impatto sulle nostre economie e sulle nostre comunità», afferma Celeste Saulo, segretaria generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale.