Medio Oriente «Una partita di poker molto rischiosa»: ecco cosa c’è davvero dietro la guerra di Trump contro l’Iran

Sven Ziegler

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Gli Stati Uniti attaccano l’Iran insieme a Israele con l'obiettivo, almeno ufficialmente, di rovesciare il regime di Teheran. Ma l’esperto militare Marcel Berni del Politecnico federale di Zurigo mette in guardia: Washington sta correndo un rischio enorme e sta puntando tutto su un’unica carta.

Sven Ziegler

Hai fretta? blue News riassume per te

  • Gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno avviato attacchi contro l’Iran con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il regime di Teheran.
  • Secondo l’esperto militare Marcel Berni del Politecnico federale di Zurigo, Washington sta però correndo un rischio molto elevato, puntando sul fatto che un’opposizione interna riesca a far cadere il regime.
  • Europa e Cina restano per ora ai margini e, secondo Berni, gli Stati Uniti cercheranno di chiudere rapidamente la guerra anche in vista delle elezioni di metà mandato.

Da sabato scorso in Medio Oriente è scoppiata una nuova guerra. Dopo settimane di tensioni, l’esercito statunitense ha iniziato a colpire l’Iran insieme a Israele.

Secondo la versione ufficiale dell’Amministrazione di Donald Trump, l’obiettivo è la caduta del regime dei mullah. Il presidente americano ha invitato la popolazione iraniana a «prendere il controllo del proprio governo» una volta concluse le operazioni militari.

«Probabilmente questa sarà la vostra unica occasione per generazioni», ha dichiarato il tycoon in un discorso. «Per molti anni avete chiesto aiuto all’America, ma non l’avete mai ottenuto. Ora avete un presidente che vi dà ciò che volete: vedremo come reagirete».

Ma cosa c’è davvero dietro questo attacco? L’esperto militare Marcel Berni, dell'Accademia militare del Politecnico federale di Zurigo, segue da vicino gli sviluppi.

Per lui una cosa è chiara: «Che prima o poi si sarebbe arrivati a un’escalation era prevedibile. Nelle ultime settimane gli Stati Uniti hanno trasferito numerosi mezzi militari nella regione del Golfo e, parallelamente, i tentativi diplomatici si sono arenati. Inoltre Trump ha dimostrato di non essere un presidente della pace, ma di puntare molto sulla carta militare».

Regionalizzazione voluta dal regime

Berni ammette però di essere rimasto sorpreso dall’ampiezza del ricorso alla forza da parte del repubblicano: «Credo però che l’operazione in Venezuela di alcune settimane fa, che dal suo punto di vista è stata un successo, lo abbia fortemente incoraggiato. Gli ha mostrato cosa si può ottenere con i mezzi militari».

Berni segue numerosi conflitti nel mondo e si è fatto conoscere anche come esperto della guerra in Ucraina. Esistono alcune somiglianze nelle modalità di combattimento, spiega, ma i due conflitti restano molto diversi. Soprattutto per quanto riguarda la dimensione regionale.

«A differenza dell’Ucraina, la guerra si è rapidamente estesa a tutta la regione, per esempio con attacchi di droni contro gli Stati del Golfo. Nel conflitto attuale la situazione si aggrava di giorno in giorno».

Questo dipende in gran parte dal regime iraniano. «Per loro questa guerra è esistenziale. Per questo stanno entrando in gioco tutti i piani costruiti negli ultimi decenni.

Con attacchi mirati agli Stati del Golfo, l’Iran cerca di esercitare pressione sull’Occidente. Inoltre, con il blocco dello stretto di Hormuz, punta a creare pressione economica.

Una chiusura effettiva e prolungata dello stretto rappresenterebbe un’enorme escalation internazionale, con conseguenze immediate per il mercato energetico globale.

Dal punto di vista militare, osserva Berni, ci sono segnali che indicano una volontà di regionalizzare il conflitto, cioè di estenderne gli effetti ben oltre Iran e Israele. Ciononostante l’esperto dubita che questa strategia possa funzionare.

«I Paesi attorno all’Iran si sono schierati con gli Stati Uniti. L’Iran è completamente isolato: la Cina non ha interesse a intervenire e la Russia non ha le capacità per aprire un altro fronte. Questo mette Teheran in una posizione difficile».

L'Europa è ancora ai margini

Non solo il regime dei mullah ha molto da perdere: anche gli Stati Uniti stanno correndo un grande rischio, sottolinea Berni.

«Washington sta giocando una partita di poker estremamente rischiosa. Punta sul fatto che un’opposizione organizzata all’interno del Paese riesca a rovesciare il regime. Ma tutte le armi sono nelle mani del regime e l’opposizione non dispone di mezzi militari. Come evolverà il conflitto all’interno dell’Iran resta da vedere».

Se il cambio di regime non dovesse concretizzarsi, gli Stati Uniti dovrebbero chiedersi cosa abbiano effettivamente ottenuto sul piano militare e come giustificare l’operazione sul piano interno.

Per ora l’Europa resta ai margini. Germania e Francia hanno dichiarato che non escludono un intervento militare, ma Berni dubita che si arrivi davvero a questo punto.

«Si tratta soprattutto di inviare un segnale agli Stati Uniti. Nessuno vuole irritare Trump. Inoltre gli europei dipendono fortemente dal sostegno americano, per esempio nella politica sull’Ucraina. Questo è evidente: i Paesi che sostengono con più forza Kiev, come Germania e Francia, mandano segnali molto più decisi rispetto ad altri, come la Spagna».

Resta inoltre da vedere quanto contributi europei come sistemi di difesa aerea o gruppi navali sarebbero realmente efficaci in un conflitto di questo tipo. «Il peso strategico principale ricade chiaramente sugli Stati Uniti», afferma Berni.

Secondo l’esperto, gli europei sentiranno meno direttamente gli effetti della guerra rispetto agli americani. «Naturalmente anche qui le conseguenze economiche saranno percepibili. Ma al momento è difficile immaginare un intervento militare diretto da parte dell’Europa».

Cosa succederà dopo la guerra?

Anche la Cina, per ora, mantiene un profilo insolitamente basso. Il governo di Pechino ha condannato l’attacco, ma per il resto si è mostrato prudente. «Anche qui si intravede un interesse preciso», osserva Berni.

La Cina è vicina alla conclusione di un accordo commerciale con Trump e non vuole metterlo a rischio. «È un comportamento tipicamente cinese: rimandare la questione e osservare cosa succede».

Ma come evolverà la guerra contro l’Iran? Berni non crede che il conflitto durerà mesi o addirittura anni. «Gli Stati Uniti vogliono chiudere questa guerra rapidamente», afferma.

«Le guerre lunghe, come quelle in Afghanistan o in Vietnam, hanno lasciato cicatrici profonde. Anche il conflitto in Ucraina dimostra che tutte le parti soffrono in una guerra prolungata».

Per questo, secondo Berni, l’Occidente cercherà di porre fine rapidamente alle ostilità. «Questo però vale solo in parte per il regime iraniano. Ed è proprio lo scenario che Trump vuole evitare a ogni costo».

In autunno negli Stati Uniti sono inoltre previste le elezioni di metà mandato. «I repubblicani non vorranno certo presentarsi agli elettori con una guerra ancora in corso», osserva Berni.

«Credo che Trump sia già andato oltre quanto avrebbe immaginato solo pochi mesi fa. Deve affrontare le critiche dell’ala più dura del movimento MAGA e degli isolazionisti. Il suo obiettivo sarà quindi quello di chiudere il conflitto il prima possibile».

Per ora una de-escalation appare difficile. «Nel breve periodo la dinamica militare continuerà a prevalere sulle soluzioni diplomatiche», conclude Berni. «Ma nel medio e lungo termine sarà fondamentale che gli Stati mostrino chiaramente che una guerra danneggia tutti».


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