Ecco dove Il villaggio che vive grazie al nucleare teme il collasso: «Se la centrale chiude, qui resta il deserto»

SDA

16.5.2026 - 09:00

Il futuro di Almaraz, che fornisce il 7% della domanda di elettricità del Paese, è all'attenzione di tutti.
Il futuro di Almaraz, che fornisce il 7% della domanda di elettricità del Paese, è all'attenzione di tutti.
IMAGO/Europa Press

Nel piccolo villaggio spagnolo di Almaraz, gli abitanti temono un «disastro». Entro l’autunno il governo dovrà decidere il futuro della più grande centrale nucleare del Paese. La chiusura, prevista per il 2028, potrebbe però essere rinviata, come chiedono ora gli azionisti dell’impianto.

Keystone-SDA

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  • Nel villaggio spagnolo di Almaraz cresce la preoccupazione per la possibile chiusura della più grande centrale nucleare del Paese, prevista tra il 2027 e il 2028.
  • L’impianto copre il 7% della domanda elettrica nazionale e rappresenta una risorsa economica fondamentale per l’Estremadura, garantendo migliaia di posti di lavoro.
  • Gli abitanti e gli azionisti della centrale chiedono di prolungarne l’attività fino al 2030.
  • Il governo di Pedro Sánchez resta però orientato verso l’uscita dal nucleare entro il 2035 e punta a rafforzare massicciamente la produzione da fonti rinnovabili.
  • La decisione finale è attesa entro ottobre, mentre Madrid promette misure di sostegno e riconversione per i lavoratori coinvolti.

A un anno dall’imponente blackout che ha colpito la penisola iberica, mentre i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente sconvolgono gli approvvigionamenti energetici mondiali, il futuro di Almaraz, che copre il 7% della domanda nazionale di elettricità, è al centro del dibattito.

«È triste che vogliano chiuderla», si rammarica José Antonio Morgado, seduto al tavolo del principale ristorante di questo villaggio di 1500 abitanti in Estremadura, nell’ovest della Spagna.

È un meccanico di 59 anni, che viene assunto ogni anno dal 1989 per diversi mesi, in occasione delle delicate operazioni di ricarica del combustibile dei due reattori.

Per lui, come per centinaia di lavoratori a contratto determinato - che si aggiungono agli 800 dipendenti permanenti del sito - la posta in gioco sono stipendi che possono arrivare «fino a 6000 euro al mese».

Entrate molto importanti in una regione svantaggiata e destinate a scomparire con la chiusura prevista del reattore numero 1 nel 2027 e del reattore numero 2 nel 2028.

Una decisione annunciata nel 2019 dal governo del premier Pedro Sánchez, allora con l’accordo degli azionisti dell’impianto: tre gruppi privati che oggi chiedono invece di prolungare l’attività della centrale fino al 2030.

«Qui diventerebbe un deserto»

Il ristorante in cui pranza José Antonio Morgado accoglie ogni giorno decine di dipendenti del sito atomico.

Aperto negli anni Ottanta insieme alla centrale, nel pieno dell’entusiasmo spagnolo per il nucleare, è oggi gestito da David Martín, 32 anni, che ha rilevato l’attività fondata dai suoi genitori.

Il poco più che trentenne stima di servire tra i 250 e i 260 pasti al giorno durante le operazioni di ricarica, e tra i 70 e gli 80 nei periodi normali. Senza i lavoratori della centrale, secondo lui, il numero scenderebbe a 40 o 50 pasti quotidiani, costringendolo a licenziare la metà dei suoi 12 dipendenti.

«Qui diventerebbe un deserto», avverte.

Un movimento d'opposizione

Per sostenere questa battaglia, all’inizio del 2025 è nato il collettivo cittadino «Sí a Almaraz, Sí al Futuro». A guidarlo è Fernando Sánchez Castilla, dipendente della centrale da oltre 15 anni e sindaco di un comune vicino.

«Decine di comuni sono condannati a scomparire» in caso di chiusura, teme, parlando della «prima industria della regione», che rappresenta il 5% del PIL dell’Estremadura e 4'000 posti di lavoro.

Ai piedi del villaggio si staglia la centrale stessa, che alcuni giornalisti dell’AFP hanno potuto visitare.

Un imponente edificio ospita le turbine collegate ai due reattori, le cui cupole bianche catturano subito lo sguardo. Sul pavimento e sulle pareti, la segnaletica blu indica il reattore numero 1, quella verde il numero 2.

La scommessa sulle rinnovabili

Nel 2025 Almaraz ha ottenuto il livello internazionale di eccellenza in sicurezza nucleare, WANO 1. Secondo Patricia Rubio Oviedo, responsabile dell’ufficio tecnico di esercizio, si tratta della prova che «la centrale è pronta a continuare a funzionare per molti anni».

«Il contributo dell’energia nucleare al mix energetico è essenziale, perché aiuta a mantenere prezzi accessibili» e garantisce «la stabilità» dell’approvvigionamento elettrico, essendo disponibile «24 ore su 24», mentre «le energie rinnovabili hanno una produzione variabile», sottolinea ancora per difendere l’utilità dell’impianto.

Ma per ora il premier Pedro Sánchez continua a credere nella sua «scommessa» sulle rinnovabili. Il suo governo vuole portare dal circa 60% attuale all’81% entro il 2030 la quota di elettricità prodotta in Spagna da fonti rinnovabili, e uscire completamente dal nucleare entro il 2035.

La Commissione europea ha però appena invitato i Ventisette «a evitare la chiusura prematura delle capacità nucleari esistenti», con l’obiettivo di «ridurre il ricorso alle energie fossili».

Una fabbrica cinese al posto della centrale

Per Francisco del Pozo Campos, di Greenpeace Spagna, invece, «il governo deve essere coraggioso».

«Non può cambiare opinione, perché è in gioco la sua credibilità», afferma.

Secondo lui, un eventuale prolungamento della vita della centrale fino al 2030 comporterebbe un costo aggiuntivo importante per i consumatori e «una perdita di investimenti nelle rinnovabili pari a circa 26 miliardi di euro».

Un parere tecnico dell’Autorità spagnola per la sicurezza nucleare, il CSN, dovrà essere pubblicato a luglio, prima della decisione finale del ministero della Transizione ecologica, attesa entro la fine di ottobre.

Interpellato dall’AFP, il ministero afferma di essere «già al lavoro» su «misure di sostegno e accompagnamento» per i lavoratori di Almaraz e su progetti di riconversione professionale, in particolare in una futura grande fabbrica di batterie per veicoli elettrici che un gruppo cinese dovrebbe aprire a breve a una quindicina di chilometri di distanza.

Ma nel piccolo villaggio i timori restano. «Se queste famiglie se ne vanno, che cosa faremo?», si chiede David Martín.