Crisi della Groenlandia Lo storico Justin Vaïsse: «L'Europa di fronte al momento della verità, la Nato è uno zombie». Ecco delle possibile prospettive

SDA

21.1.2026 - 11:01

Il braccio di ferro sulla Groenlandia sta facendo esplodere l'alleanza atlantica.
Il braccio di ferro sulla Groenlandia sta facendo esplodere l'alleanza atlantica.
Keystone

L'Europa è di fronte al suo momento della verità: per sopravvivere come entità politica deve resistere a un presidente americano che, spinto da una volontà di potenza senza freni e dalla soddisfazione delle proprie nevrosi, minaccia di smantellare l'Occidente.

Keystone-SDA

È l'allarme lanciato da Justin Vaïsse, direttore del Forum di Parigi sulla pace, una Ong indipendente fondata nel 2018 sotto l'impulso del presidente francese Emmanuel Macron.

«C'è un continuum completo tra la situazione interna americana e quella internazionale», afferma il 52enne in un'intervista pubblicata oggi da Le Temps.

«Abbiamo collettivamente sottostimato la determinazione di Donald Trump in questo secondo mandato ad affrancarsi completamente dalle regole, senza dubbio perché è stato confortato dall'impunità di cui ha beneficiato finora, incluso durante il suo tentativo di restare al potere con la forza, il 6 gennaio 2021.

Tutto ciò lo ha a poco a poco rafforzato nell'idea di avere un destino eccezionale e che, poiché non c'era resistenza, poteva avanzare».

«Con Trump vi è un vero problema psicologico», sostiene lo storico che ha insegnato anche a Harvard e che è considerato uno specialista delle relazioni transatlantiche.

«Ci sono persone che hanno reso possibile la soddisfazione delle sue nevrosi. Si sono accomodate con esse, dicendosi che lui sarebbe stato ragionevole e che non sarebbe andato più lontano. A poco a poco si è così lasciata emergere questa volontà di potenza trumpiana».

L'Europa tentenna, ma i problemi sono urgenti

Dopo le prime reazioni forti, l'Europa sembra tentennare, rischiando di ripetere gli errori del passato, come l'accordo commerciale di Turnberry dell'estate 2025.

«Gli europei hanno avuto ragione a concludere l'intesa di Turnberry, perché ci si immaginava che si potesse ancora intendersi con Trump e che fosse meglio preservare gli interessi riguardo alla guerra in Ucraina. Ma ora si vede bene che l'unica cosa che può fermarlo è una coalizione di oppositori interni americani ed esterni».

Il tema dell'unità europea si pone con urgenza drammatica. «Per gli europei, la questione è semplice: quale prezzo si è disposti a pagare per sopravvivere in quanto entità politica? Siamo a una svolta», avverte Vaïsse.

«Ho l'impressione che la vicenda della Groenlandia abbia scosso tutti coloro che erano convinti che bisognava lasciar passare la tempesta, che Trump esagerava, ma che chinando la testa si sarebbe preservato l'essenziale, cioè il sostegno sull'Ucraina e i legami commerciali. Per riprendere la formula di Churchill, essi si rendono ormai conto che rischiano di avere il disonore e la guerra».

La minaccia, infatti, non si fermerebbe all'isola danese. «Se si accetta la richiesta trumpiana riguardo alla Groenlandia verranno altre rivendicazioni. Le prossime conquiste di Trump saranno i territori d'oltremare francesi nei Caraibi?»

«Ci sarà un accordo con Putin? Gli europei si rendono conto che per salvare l'Ucraina e difendere gli interessi dell'Europa bisogna resistere a Trump».

Nato oltre la morte cerebrale, la sicurezza occidentale va ripensata

Questa resistenza presuppone un doloroso ripensamento dell'architettura di sicurezza occidentale.

«Per me la Nato è oltre la morte cerebrale», argomenta l'esperto. «Quando uno dei suoi stati membri ne minaccia un altro, c'è un'assurdità, un'impossibilità, una contraddizione fondamentale», aggiunge.

«Si ha una Nato zombie».

Il parallelo storico è glaciale: «Mantenendo le proporzioni siamo un po' nella situazione della Russia che minaccia l'Ucraina mentre il trattato di Budapest del 1994 faceva di Mosca uno dei protettori dell'Ucraina, perché questa aveva accettato di cedere le sue armi nucleari. Gli Stati Uniti fanno la stessa cosa. È per questo che non bisogna cedere».

La posta in gioco non è solo strategica, ma di valori. «C'è un grosso abuso di linguaggio dell'amministrazione Trump e del vicepresidente, J. D. Vance, che diceva, un anno fa a Monaco, che l'Europa rimetteva in causa la civiltà occidentale perché proibiva la libertà d'espressione.»

«È tutto il contrario. È Trump che rimette in causa la civiltà occidentale, la quale si traduce nell'equilibrio e nella separazione dei poteri, nella reale libertà della stampa, nel rispetto della scienza, dell'università, della ricerca».

«Ma l'Europa non è senza armi»: ecco quella principale contro Trump

Di fronte a ciò l'autonomia europea diventa una necessità esistenziale, sebbene onerosa.

«Il costo è gigantesco», ammette Vaïsse, «perché gli Stati Uniti sono sufficientemente potenti per permettersi di continuare senza fine a provocare un'escalation delle tensioni».

Ma l'Europa non è senza armi. «Può fare molto male male agli Usa», dice. «Se gioca le sue carte correttamente, può creare degli effetti politici interni che saranno decisivi».

Tra le leve, l'accordo di Turnberry violato, lo strumento anti-coercizione dell'Ue e, soprattutto, «gli 8000 miliardi di dollari di debito americano» detenuti dal vecchio continente.

«È un vero momento della verità per l'Europa, soprattutto se decide di non cedere».

Nuove alleanze son necessarie? 

Il cambio di paradigma potrebbe inoltre spingere l'Europa a ridefinire le sue alleanze globali.

«A partire dal momento in cui non si condividono più valori né interessi con il paese che è stato il nostro principale alleato dal 1945 bisogna guardare verso altri stati, inclusa la Cina», sostiene l'intervistato.

«Non dico che condividiamo gli stessi valori o interessi della Cina: dico semplicemente che se il nuovo gioco è un gioco puramente geopolitico, dove la natura dei regimi non conta, allora cooperiamo con la Cina».

«Possiamo stringere legami con democrazie come Brasile, Sudafrica, India, Giappone e Corea del Sud. Oppure con i paesi del Golfo o con potenze regionali come il Marocco, che è straordinariamente attivo in Africa», prosegue. «Ricordo che gli Stati Uniti rappresentano solo il 13% del commercio mondiale.

«E poi, gli Stati Uniti sono ancora una democrazia? Secondo Kant le democrazie non attaccano le democrazie: se gli Stati Uniti invadessero la Groenlandia ciò significherebbe che non sono più una democrazia», conclude.