Guerra in UcrainaStarmer abbraccia Zelensky: «Con voi fino alla fine» e promette un prestito di oltre 2 miliardi
SDA
2.3.2025 - 06:00
Messo ieri brutalmente alla porta dal presidente americano Donald Trump, al culmine di un furibondo diverbio in favore di telecamere, il leader ucraino Volodymyr Zelensky ha riattraversato l'oceano per anticipare di un giorno il faccia a faccia col premier britannico Keir Starmer.
Il primo ministro britannico Keir Starmer (destra) e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (sinistra) posano per una foto durante un incontro bilaterale al 10 di Downing Street a Londra, Gran Bretagna, 01 marzo 2025.
Ossia con il capo del governo del paese storicamente più vicino agli USA fra i partner occidentali, ma anche più vicino agli sforzi militari di Kiev in questi tre anni di guerra contro l'invasore russo di Vladimir Putin, previsto in origine poco prima dell'inedito summit di domenica alla Lancaster House sulla difesa comune europea.
A Londra è stato ricevuto con tutt'altra accoglienza dal primo ministro laburista di Sua Maestà, fra abbracci, sorrisi, un insistito «very very welcome» e attestazioni di fedeltà a un sostegno «incrollabile» all'Ucraina fino alla fine.
Nonché dall'annuncio di un incontro fuori programma anche con re Carlo III, eccezione cerimoniale all'insegna del rispetto.
Ma soprattutto, dopo il bilaterale di Downing Street, con l'annuncio di un nuovo mega-prestito pluriennale britannico all'Ucraina da 2,26 miliardi di sterline (2,57 miliardi di franchi): sonante messaggio di sfida agli USA e di concreto incoraggiamento agli alleati europei.
Chiesto a Zelensky di ricucire con Trump
«Sono felice di avere amici e partner come voi», ha reagito con espressione di sollievo l'ospite.
Verso il quale non è mancata tuttavia la garbata sollecitazione – anticipata al «caro Volodymyr» attraverso gli schermi della BBC dal segretario generale della NATO Mark Rutte, ancor prima che da sir Keir – a valutare un passo indietro.
E questo per «riparare» in un modo o nell'altro «i rapporti con Donald Trump e con l'amministrazione americana», nel nome della volontà proclamata di ricomporre una qualche unità «fra USA, Ucraina ed Europa», indicata come premessa necessaria di «una pace giusta e duratura».
«Buttato fuori» dalla Casa Bianca da Marco Rubio
Richiami a cui Zelensky aveva risposto già nelle ore precedenti provando ad abbassare i toni, ma senza chinare il capo dopo l'umiliazione subita venerdì nello Studio Ovale sotto gli occhi di una sterminata platea globale, oltre che di leader amici e nemici.
«Il sostegno del presidente Trump è cruciale per noi», ha ammesso, twittando dal suo profilo X a margine del viaggio fra Washington e Londra, dopo aver atteso per un'ora – come si è appreso solo sabato – di poter essere riammesso venerdì a riprendere il colloquio con «The Donald» una volta esaurita la sfuriata del presidente; e magari anche di firmare il cosiddetto accordo sulle terre rare.
Salvo essere di fatto cacciato via dal segretario di Stato Marco Rubio.
Zelensky: «Non devo scusarmi con nessuno»
Trump «vuole mettere fine alla guerra» ed è «comprensibile» che voglia dialogare con il presidente russo Putin, gli è poi venuto incontro, non senza aggiungere che «nessuno vuole la pace più di noi».
E quindi ricordare come gli USA abbiano sempre «parlato di una pace attraverso la forza».
Non ha del resto raccolto le intimazioni americane a scusarsi con il nuovo padrone della Casa Bianca, affermando in un'intervista a FOX di non ritenere di «dover chiedere scusa a nessuno»; e, anzi, rivendicando l'utilità di «essere onesti e diretti sui nostri obiettivi comuni».
Invece delle scuse, si sono moltiplicati a decine i suoi «grazie» – quei grazie che il vicepresidente JD Vance gli aveva rinfacciato di non voler pronunciare – all'indirizzo sia dell'America, «per l'aiuto vitale che ha contribuito a farci sopravvivere» a tre anni di guerra, sia dello stesso Donald Trump.
Cosa fare oltre che ringraziare?
Ma i ringraziamenti da soli non bastano, mentre da Washington rimbalza addirittura la minaccia di un'interruzione tout court delle forniture belliche e di tutto il sostegno a Kiev, senza il quale – a meno di miracoli da parte dell'Europa – il destino dell'Ucraina potrebbe essere segnato in tempi ancor più brevi di quanto s'intravveda al momento.
E mentre lo sforzo dei leader in arrivo a Londra per una riunione dal formato mai sperimentato prima (con Francia, Germania, Italia, Danimarca, Olanda, Norvegia, Polonia, Spagna, Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca, Romania, Turchia e Canada accanto a Regno Unito e Ucraina, oltre ai vertici di NATO e UE) resta incagliato dietro il nodo delle «garanzie di sicurezza» americane.
Quelle garanzie – insostituibili per rassicurare davvero Kiev da future ipotetiche mire russe – su cui il «no» di Trump appare in queste ore più granitico che mai.