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Michela Seggiani chiede una tassa sull'IA come compensazione per i dipendenti licenziati.
Keystone
A Basilea la socialista Michela Seggiani ha licenziato una sua collaboratrice perché l’intelligenza artificiale ne svolge ormai una parte del lavoro. Ora chiede una nuova imposta, aprendo un dibattito che riguarda ormai tutta la Svizzera.
Michela Seggiani è imprenditrice. Ed è anche deputata socialista al Gran Consiglio di Basilea Città.
In questa doppia veste ha fatto di recente ciò che stanno facendo molti dirigenti d’azienda: ha licenziato una collaboratrice perché l’intelligenza artificiale svolge ormai una parte del lavoro d’ufficio.
In questo modo risparmia denaro, ammette apertamente. Ma, alla fine, quei soldi vengono a mancare allo Stato.
È proprio da qui che nasce l’atto parlamentare presentato da Seggiani a Basilea, di cui ha riferito il la SRF.
Se l’intelligenza artificiale sostituisce il lavoro umano, vengono meno salari, imposte e contributi sociali che finora alimentavano in modo regolare le casse pubbliche. Seggiani vuole colmare questa lacuna con un nuovo prelievo: una tassa sull’IA, spesso definita anche tassa sui robot.
Un’idea che può sembrare radicale, ma che in realtà non è affatto nuova.
Quasi dieci anni fa era stato il fondatore di Microsoft Bill Gates a rilanciare con forza questa proposta.
Il suo esempio era semplice: se un operaio guadagna 50’000 dollari, su quel reddito paga imposte e contributi sociali. Se al suo posto subentra un robot, anche quest’ultimo dovrebbe essere tassato in modo analogo.

Bill Gates ha avuto l'idea di una tassa sui robot già quasi dieci anni fa.
Annette Riedl/dpa
Nello stesso periodo, il Parlamento europeo discuteva un rapporto dell’eurodeputata lussemburghese Mady Delvaux, che proponeva persino di attribuire ai robot lo statuto di «persone elettroniche».
L'idea di una tassa fu però bocciata di misura nel febbraio 2017.
Tra coloro che non hanno mai abbandonato questa pista c'è Xavier Oberson.
Avvocato ginevrino e professore di diritto fiscale, nel 2019 ha dedicato al tema un intero libro, Taxing Robots, e da anni mette in guardia contro uno scenario che considera estremamente pericoloso.
Se l'intelligenza artificiale dovesse davvero togliere lavoro agli esseri umani, secondo Oberson le entrate fiscali crollerebbero proprio mentre aumenterebbero le spese pubbliche, perché lo Stato dovrebbe sostenere un numero maggiore di disoccupati.
Una «catastrofe finanziaria», nelle sue parole, capace di mettere in difficoltà il sistema sociale.
Il dibattito è ormai arrivato anche nella politica federale.
Nel marzo 2026 il Consiglio nazionale ha accolto un postulato della sua Commissione dell’economia che incarica il Consiglio federale di esaminare, attraverso uno studio, se il sistema fiscale svizzero debba essere ripensato alla luce di queste trasformazioni.
Il risultato del voto è significativo: 100 favorevoli contro 88 contrari. E questo nonostante l’opposizione esplicita del governo.
Il Consiglio federale sosteneva che, in passato, le grandi trasformazioni tecnologiche raramente hanno prodotto una disoccupazione duratura. Non ci sarebbe dunque motivo di cedere al panico.
Per il consigliere nazionale del Centro Leo Müller, portavoce della maggioranza commissionale, si tratta però di «riflettere in modo lungimirante». Aspettare che il cambiamento si sia già compiuto, sostiene, significherebbe arrivare troppo tardi con eventuali contromisure.
Di parere opposto una minoranza guidata dal liberale radicale Marcel Dobler, secondo cui il mandato è poco chiaro e il momento prematuro.
Se il problema di fondo appare comprensibile, i dettagli sono molto più complessi. Che cosa andrebbe tassato? Il salario risparmiato da un’azienda grazie all’IA? Oppure l’energia consumata dai centri di calcolo?
Seggiani stessa riconosce che questi interrogativi devono ancora essere discussi e che una tassa sull’intelligenza artificiale introdotta unilateralmente da un solo Cantone avrebbe poco senso.
Internet non conosce confini cantonali. E l’intelligenza artificiale ancora meno. È proprio questo aspetto legato all’attrattiva economica a preoccupare gli oppositori.
Adrian Iselin, deputato del partito liberal-democratico basilese e professionalmente attivo in un'azienda americana specializzata in IA, considera una tassa di questo tipo un chiaro svantaggio competitivo.
La farmaceutica basilese, in particolare, utilizza già ampiamente l’intelligenza artificiale. Se dovesse pagare caro questo guadagno di efficienza, sostiene Iselin, il passo verso gli Stati Uniti non sarebbe così lontano.
Inoltre, Iselin non crede a una distruzione di massa dei posti di lavoro: l’IA renderà superflue alcune professioni, ma ne creerà continuamente di nuove.
È qui che emerge il vero nodo del dibattito: l’intelligenza artificiale distruggerà posti di lavoro o si limiterà a trasformarli?
Chi risponde sì alla prima ipotesi considera una tassa sull’IA una misura indispensabile. Chi risponde no la vede invece come un freno capace di danneggiare la Svizzera proprio in uno dei settori in cui è più forte.
Ed è una domanda alla quale né il Parlamento basilese né lo studio bernese daranno una risposta in tempi brevi.