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Il fallito progetto di ristrutturazione del Reflecting Pool a Washington D.C. è diventato un ostacolo per Donald Trump.
Associated Press
La telenovela sul Reflecting Pool di Washington continua: Donald Trump ha preso di mira la procuratrice federale da lui stesso nominata e starebbe persino valutando di licenziarla. Eppure, i fatti sembrano inequivocabili.
Lavori eseguiti male o vandalismo?
Il fallimentare intervento di ristrutturazione del Reflecting Pool, nella capitale statunitense Washington, è ormai diventato un vero caso politico.
Nonostante le conclusioni del suo stesso Dipartimento di Giustizia, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a sostenere che all’origine dei problemi vi siano atti vandalici, e non errori di installazione commessi dall’impresa incaricata dei lavori.
Dopo l'archiviazione dell'indagine, Trump si è scagliato duramente contro la procuratrice distrettuale Jeanine Pirro, considerata fino a poco tempo fa una sua stretta alleata.
«Immagino che abbia combinato un pasticcio. Non so che diavolo sia successo», ha dichiarato Trump lunedì. Secondo il presidente, la donna avrebbe semplicemente ceduto, «ripiegandosi come un ombrello da quattro soldi».

Donald Trump se l'è presa con la procuratrice federale statunitense Jeanine Pirro, che in realtà è una sua stretta alleata.
EPA
Il team della procuratrice era giunto alla conclusione che i danni fossero riconducibili alla scarsa qualità dei lavori e non a episodi di vandalismo. Già nel fine settimana, l'inquilino della Casa Bianca aveva criticato pubblicamente Pirro, ex conduttrice di «Fox News», attraverso la sua piattaforma Truth Social.
Ora il presidente starebbe persino valutando di licenziarla, secondo quanto riferito dalla «CNN». Citando due fonti informate sui fatti, l’emittente sostiene che Trump avrebbe trascorso il fine settimana lamentandosi furiosamente della decisione di chiudere l’indagine.
A irritarlo in particolare sarebbe stato il fatto di non essere stato informato in anticipo.
Perché Trump insiste con tanta veemenza sulla tesi del vandalismo, arrivando ad attaccare i suoi stessi collaboratori?
La risposta va cercata nell’importanza che il presidente attribuisce ai suoi numerosi progetti edilizi. E il Reflecting Pool, posizionato proprio davanti al Lincoln Memorial, occupa un posto di primo piano.
L’ultima grande ristrutturazione della vasca era iniziata durante la presidenza di Barack Obama, storico avversario politico del tyconn, era durata diversi anni ed era costata 34 milioni di dollari. Trump era convinto di poter realizzare l’intervento molto più rapidamente e a costi nettamente inferiori.
«Durerà. Direi per cinquant’anni», aveva affermato all’inizio di maggio.
In realtà, il rivestimento ha resistito soltanto pochi giorni.
Già qualche ora dopo l’inaugurazione, un ingegnere del National Park Service aveva notato che la nuova copertura della vasca cominciava a staccarsi. Secondo documenti del Dipartimento di Giustizia citati dal «Washington Post», l’ingegnere aveva attribuito il problema a un errore dell’appaltatore.
Frammenti del nuovo rivestimento, realizzato in una tonalità denominata «American Flag Blue», galleggiavano sulla superficie, mentre la proliferazione di alghe aveva nuovamente tinto l’acqua di verde, proprio come prima dei lavori.
Da vetrina delle capacità imprenditoriali di Trump, il Reflecting Pool si è così trasformato in un ostacolo politico per il presidente. Trump avrebbe infatti voluto concentrarsi da tempo su altri progetti, tra cui la ridefinizione dello skyline di Washington, la costruzione di una nuova sala da ballo alla Casa Bianca e quella di un imponente arco di trionfo.
Ora, però, l’attenzione è tornata tutta sulla vasca.
Dai documenti governativi emergerebbe «chiaramente che un’installazione frettolosa e approssimativa da parte di AIC, il principale appaltatore», ha provocato i danni visibili al nuovo rivestimento, hanno scritto Pirro e uno dei suoi vice.
La procuratrice ha inoltre accusato il Dipartimento dell’Interno di aver trattenuto documenti rilevanti, compromettendo di fatto l’indagine.
Trump, però, ha rivolto la propria rabbia esclusivamente contro Pirro e contro i presunti vandali.
Anche il segretario all’Interno Doug Burgum, a sua volta criticato, si è schierato sulla stessa linea, affermando che il sito sarebbe stato danneggiato «ripetutamente» da atti vandalici. Burgum ha inoltre sostenuto che il suo dipartimento avrebbe agito in modo aperto e trasparente nei confronti degli avvocati del Dipartimento di Giustizia.
La vicenda del Reflecting Pool dice molto sul clima politico nell’America di Trump.
Nel dibattito pubblico è infatti passato quasi inosservato un elemento fondamentale: già prima dell’archiviazione dell’indagine, la tesi del vandalismo appariva difficilmente sostenibile, se non apertamente assurda.
Il «Washington Post» ha analizzato immagini satellitari e riprese effettuate durante i lavori, concludendo che i problemi erano stati causati da errori di esecuzione. Alla stessa conclusione sono giunti numerosi esperti e, infine, anche Jeanine Pirro.