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Un uomo dipinge la ringhiera del suo locale a Damasco, Siria, il 13 dicembre (immagine simbolica).
KEYSTONE/EPA/ANTÓNIO PEDRO SANTOS
Nel giorno in cui gli Stati Uniti annunciano di aver ucciso in Siria l'ennesimo «capo» dell'Isis, Jolani, il leader degli insorti ora al potere ma che per gli Usa sono ancora «terroristi», ha incontrato a Damasco proprio emissari di Washington.
Parlando al Tg1 della Rai, Ahmad Sharaa, questo il suo vero nome, non ha escluso che una forma di «Stato islamico» possa in futuro governare il Paese. Ma sarà «il popolo siriano», ha assicurato, a decidere il tipo di sistema politico dopo più di mezzo secolo di potere della famiglia Assad.
Sul terreno la guerra in Siria continua. Nell'indifferenza dello stesso nuovo leader siriano, la Turchia e Israele, in nome delle loro diverse «guerre al terrorismo», tentano di espandere il raggio delle rispettive occupazioni militari a scapito dei territori e comunità siriane nel nord-est e del sud-ovest.
Negli scontri tra forze curdo-siriane e forze turche e filo-turche nella regione di Ayn Arab (Kobane) e Ayn Issa, vicino al confine turco-siriano, due giornalisti turchi – NazÕm Dastan e la sua operatrice video Cihan Bilgin – sono stati uccisi, secondo le fonti locali da uno stesso drone militare di Ankara, mentre seguivano il conflitto provenienti dalle linee curde.
Il governo turco smentisce, ma il partito democratico turco, rivale di Erdogan, ha accusato proprio il partito del presidente di essere dietro all'uccisione dei due giornalisti, impegnati da tempo nella zona curdo-siriana.
Almeno un civile siriano è stato invece ferito da colpi di arma da fuoco esplosi da militari di Israele in pieno territorio siriano. L'esercito israeliano ha occupato tre nuove località nel sud-ovest della Siria tra il Golan e il confine con la Giordania.
Gli Stati Uniti, che non hanno ancora aggiornato la lista delle organizzazioni terroristiche in cui la coalizione di Sharaa risulta presente, hanno annunciato di aver ucciso, in un raid aereo, il presunto capo dell'Isis – tale «Abu Yusuf» a ovest del fiume Eufrate, in un'area che fino a due settimane fa era controllata dalle forze russe e governative siriane.
Proprio l'Isis è stato evocato oggi dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha ribadito l'esigenza di Ankara di «sconfiggere i terroristi dell'Isis e del Pkk», mettendo sullo stesso piano sia gli insorti jihadisti che le forze curdo-siriane, espressione locale del Partito dei lavoratori curdi.
Dopo aver ricevuto in uno sfarzoso albergo a Damasco e lontano dai riflettori dei media gli inviati della Casa Bianca, Sharaa è salito al Palazzo presidenziale che domina la capitale, solo due settimane fa occupato ancora dall'ex raìs Bashar Al Assad, per parlare con il Tg1.
«È una scelta del popolo come deve essere lo Stato», ha detto. «Una scelta del popolo e assolutamente non di Paesi stranieri. Ogni popolo è libero di decidere del suo Stato», ha aggiunto. Il nuovo signore di Damasco ha elencato le prossime fasi del processo di transizione: «Ora noi siamo ancora una fase di passaggio dei poteri, poi passeremo a una seconda fase che riguarderà il Congresso nazionale generale».
In questo ambito «verranno create delle commissioni costituzionali con degli esperti che decideranno la giurisdizione del Paese e che forma avrà lo Stato», ha proseguito. Questa proposta costituzionale «sarà sottoposta al giudizio del popolo. In seguito la Siria farà in modo che vengano garantite le condizioni per procedere a elezioni politiche». Perché si arrivi alle prossime consultazioni legislative, «la Siria ha bisogno di un nuovo censimento, dopo il quale saremo in grado di procedere alle elezioni».
Il riferimento è alla nutrita diaspora di siriani – circa sei milioni – fuggiti all'estero nei 14 anni di guerra: «Quasi la metà della popolazione siriana vive all'estero e la maggior parte di chi è all'estero non ha legami giuridici con la madrepatria perché il regime precedente negava questa possibilità», ha detto Sharaa.