Trovato un errore?
Segnalalo ora
Vladimir Putin ha fatto convergere a Tokyo le informazioni raccolte dalle sue spie (foto d'archivio).
Gavriil Grigorov, Sputnik, foto del Kremlin Pool via AP
Per anni il Giappone è stato considerato un paradiso per le spie, soprattutto per quelle al servizio del Cremlino. Ora questa situazione potrebbe essere arrivata al capolinea: per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, Tokyo si prepara a creare un servizio di intelligence centrale per contrastare le minacce provenienti da Russia e Cina.
Spie straniere che operano sotto falsa identità e cercano di influenzare processi politici e storici: dopo la fine della Guerra fredda, scenari del genere sembravano confinati soprattutto ai film.
In un’epoca segnata da guerre e crisi internazionali, sono invece tornati di stretta attualità.
Per lungo tempo, in questo sistema il Giappone ha avuto un ruolo di primo piano. Negli ambienti dell’intelligence, il Paese era considerato un vero e proprio «paradiso delle spie», nel quale soprattutto gli agenti russi potevano operare quasi indisturbati.
Ora Tokyo vuole voltare pagina.
La crescente minaccia rappresentata da Russia e Cina sta spingendo il governo giapponese a compiere un passo storico: per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, il Paese asiatico sta creando un servizio di intelligence centralizzato, come riferisce tra gli altri il «New York Times».
A mostrare fino a che punto si siano spinte le attività dei servizi stranieri in Giappone è stata, da ultimo, un’inchiesta del «New York Times».
Secondo il quotidiano statunitense, decine di agenti russi espulsi dai Paesi occidentali - dopo l’invasione dell’Ucraina ordinata da Vladimir Putin nel febbraio 2022 - sarebbero riapparsi poco dopo in Giappone, stando a rapporti dei servizi segreti occidentali.
Al centro delle operazioni russe vi sarebbe un’unità dell’intelligence militare GRU nota come «20ª Direzione». I suoi agenti, camuffati da diplomatici o uomini d’affari, avrebbero il compito di procurarsi dati sensibili e tecnologie avanzate da destinare allo sforzo bellico russo in Ucraina.
Secondo quanto ricostruito dai giornalisti investigativi sulla base di informazioni provenienti da quattro servizi di intelligence occidentali, l’ufficio di Tokyo della compagnia aerea statale russa Aeroflot sarebbe utilizzato come base operativa.
La sede si trova nella centrale Toranomon Kotohira Tower. Qui, secondo l’inchiesta, a dirigere le operazioni sarebbe il veterano del GRU Maksim Vladimirovich Filchenkov, ufficialmente registrato come dipendente di Aeroflot.
Le conseguenze di queste attività di spionaggio sono visibili nelle città ucraine distrutte dalla guerra. Secondo stime del governo di Kiev, il 90% dei missili e dei droni russi conterrebbe componenti tecnologici di produzione giapponese.
L’inchiesta del «New York Times» cita anche casi concreti. Nel maggio 2026, un missile da crociera russo Kh-101 ha colpito un edificio residenziale a Kiev, uccidendo almeno 24 persone.
Tra le macerie, gli investigatori avrebbero trovato un modulo informatico giapponese utilizzato per guidare il missile.
Nel solo aprile 2025, l’Ucraina avrebbe inviato almeno otto comunicazioni diplomatiche al ministero degli esteri giapponese, documentando l’impiego nelle armi russe di componenti prodotti da grandi gruppi come Panasonic, Toshiba e NEC.
Le aziende coinvolte hanno sottolineato, sempre secondo il «New York Times», che si tratterebbe di componenti di vecchia produzione e di rispettare rigorosamente le sanzioni internazionali.
Nella maggior parte dei casi, la merce raggiungerebbe la Russia attraverso Paesi terzi, tra cui il Vietnam.
Il fatto che Putin sia riuscito a costruire in Giappone una rete clandestina e a utilizzare il Paese come snodo logistico per la guerra è legato anche alla complessa eredità storica giapponese.
Dopo la Seconda guerra mondiale, le forze di occupazione statunitensi smantellarono completamente l’apparato di sicurezza nipponico.
Da allora, per il timore di un ritorno al sistema autoritario della polizia segreta dell’epoca prebellica - la famigerata «Tokko» - il Giappone ha rinunciato per oltre 80 anni a dotarsi di un proprio servizio di intelligence all’estero.
Anche le strutture di sicurezza giapponesi sono tradizionalmente molto frammentate. Polizia, corpo diplomatico e ministero della difesa raccolgono informazioni separatamente, senza un coordinamento centrale efficace.
A ciò si aggiunge una legislazione debole in materia di protezione dei segreti. La legge giapponese punisce la divulgazione di documenti governativi classificati, ma «non criminalizza le attività clandestine svolte per conto di una potenza straniera né l’accettazione di denaro da parte di un servizio di intelligence estero», ha spiegato un esperto al think tank britannico RUSI.
Negli ultimi anni, però, la situazione geopolitica si è aggravata, soprattutto in relazione a Russia, Cina e Corea del Nord.
Per questo la premier conservatrice Sanae Takaichi ha deciso di intervenire, promuovendo il più ampio programma di riforma della sicurezza mai varato dal Giappone nel dopoguerra.
Il fulcro della riforma è la creazione di un nuovo organismo centralizzato, il National Intelligence Bureau, o NIB.
Secondo le informazioni del RUSI, il servizio dovrebbe essere diretto da un National Intelligence Council, il NIC, presieduto direttamente dalla premier. La legge di riforma è stata approvata dalla camera alta del Parlamento giapponese alla fine di maggio.
Sempre secondo il think tank, la nuova agenzia dovrebbe diventare operativa a dicembre, con un budget di circa 407 milioni di dollari e un organico composto da centinaia di analisti ed esperti di cybersicurezza.
Il NIB avrà il compito di coordinare il lavoro di circa 33'000 dipendenti pubblici attivi nel settore della sicurezza.
Per il 2027 sarebbe inoltre prevista la creazione di un vero e proprio servizio di intelligence esterna, sul modello della CIA statunitense.
Per costruire la nuova infrastruttura di intelligence, il Giappone si sta affidando alle competenze dei partner occidentali.
Secondo il «New York Times», i servizi statunitensi stanno fornendo a Tokyo un’intensa attività di consulenza nei sistemi di difesa informatica e nella lotta allo spionaggio economico. Un sostegno sarebbe arrivato anche da Germania e Australia.
La riforma rappresenta però una svolta profonda rispetto all’ordine politico e istituzionale costruito in Giappone nel dopoguerra e ha suscitato resistenze anche all’interno del Paese.
La deputata dell’opposizione Mizuho Fukushima ha avvertito in Parlamento che i nuovi piani potrebbero violare il diritto alla privacy e aprire la strada a uno «Stato di sorveglianza», come riportato dal «New York Times».
Una risoluzione dovrebbe quindi garantire la neutralità politica del futuro servizio di intelligence.
Secondo diversi esperti, in ogni caso, l’epoca in cui il Giappone poteva essere considerato un paradiso per le spie sembra ormai destinata a finire.