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Medio Oriente

L'Iran boccia il piano degli USA e mette i paletti, Trump pronto a «scatenare l'inferno»

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

KEYSTONE

I messaggi contrastanti che arrivano da Washington e Teheran alimentano l'incertezza sui prossimi sviluppi della guerra del Golfo.

Redazione blue News
Keystone-SDA

Redazione blue News, Keystone-SDA

25.03.2026, 21:13

La trattativa è iniziata, con un piano americano in quindici punti che prevede lo smantellamento del nucleare iraniano, lo sblocco di Hormuz e come contropartita la revoca delle sanzioni.

La proposta però è stata giudicata «eccessiva» dal regime, che a sua volta ha messo sul piatto le sue cinque condizioni, tenendo il punto sul controllo dello Stretto.

Nel frattempo i mediatori regionali stanno lavorando per organizzare un incontro ad alto livello già nel fine settimana, con il Pakistan come sede privilegiata.

«Il negoziato continua», ha assicurato la Casa Bianca, lanciando allo stesso tempo un nuovo avvertimento agli ayatollah: il presidente Donald Trump «non sta bluffando ed è pronto a scatenare l'inferno» se non si farà un accordo.

La sfida è aperta

Stati Uniti e Iran nella dialettica pubblica continuano a sfidarsi. Da una parte il commander-in-chief che insiste sulla retorica della vittoria ormai a un passo, e dall'altra le forze armate dei mullah, che considerano gli americani «così nei guai che negoziano con loro stessi».

Nella sostanza invece qualcosa si sta muovendo, perché Washington ha fatto filtrare sui media quella che ritiene una proposta di compromesso. Nel dettaglio, Teheran deve impegnarsi a rinunciare all'arricchimento dell'uranio, affidando le sue scorte all'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), e consentire il traffico marittimo internazionale attraverso Hormuz.

In cambio otterrebbe, oltre all'eliminazione di sanzioni, di non dover rinunciare ai progetti missilistici, salvo limitarne la quantità e la gittata. In ogni caso, questo dossier sarebbe affrontato in seguito.

Teheran boccia la proposta americana

La Repubblica islamica, nonostante l'apertura sui missili, ha bocciato lo schema americano. Fonti interne hanno fatto trapelare una controproposta che prevede «la cessazione degli attacchi e degli assassinii, garanzie contro futuri conflitti, il pagamento dei danni di guerra, la fine dei combattimenti su tutti i fronti che coinvolgono gruppi alleati e il riconoscimento dell'autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz».

Al netto della distanze sui temi del confronto, il primo obiettivo della diplomazia è che le parti inizino a parlarsi in via ufficiale, anche in modo indiretto.

Fonti americane hanno dato conto di un lavoro della Casa Bianca per organizzare colloqui nel fine settimana in Pakistan o, in alternativa, in Turchia. A Islamabad si respira fiducia e si ipotizza una «svolta» a breve.

Fuori Witkoff e Jushner, dentro Vance

Da definire anche i team negoziali. La teocrazia, che dovrebbe schierare il potente speaker del parlamento Mohammad Ghalibaf, ha fatto capire di non volersi sedere al tavolo con Steve Witkoff e Jared Kushner, colpevoli di «tradimento» a causa degli attacchi militari scattati poche ore dopo i colloqui tenuti a febbraio.

Ai due emissari di Trump viene «preferito» il vicepresidente JD Vance, rimasto in gran parte in silenzio durante il conflitto perché fedele all'isolazionismo MAGA («Make America Great Again»; lo slogan del presidente) che non gradisce guerre in giro per il mondo.

Il timore degli iraniani che Trump stia fingendo di negoziare è motivato dalle notizie di un crescente dispiegamento americano nella regione.

I media statunitensi hanno parlato di circa 7'000 unità di rinforzo, inclusi i 1'000-2'000 paracadutisti che opererebbero in sinergia con i marines per due possibili obiettivi di ampio respiro: prendere il controllo dell'isola di Kharg, centro nevralgico del petrolio iraniano, o bonificare Hormuz eliminando le postazioni missilistiche nemiche lungo la costa.

«Monitoriamo i movimenti delle truppe, non metteteci alla prova»

«Monitoriamo i movimenti delle truppe, non metteteci alla prova», le parole di Ghalibaf, secondo cui gli USA si preparano ad «occupare una delle nostre isole con il supporto di un paese della regione». E così l'esercito di Teheran ha minacciato di aprire un nuovo fronte nello stretto di Bab el-Mandab, che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden.

Agli sviluppi diplomatici guarda anche Israele. Secondo il «New York Times», le Forze di difesa (IDF) dello Stato ebraico hanno ricevuto ordini di compiere ogni sforzo nelle prossime 48 ore per distruggere il più possibile dell'industria bellica iraniana, prima dell'eventuale apertura di un tavolo di pace. Il premier Benyamin Netanyahu considera la guerra «non ancora finita».

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