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Novità importanti nell'inchiesta sulla morte per avvelenamento da ricina di Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita: la quantità di veleno ingerita da mamma e figlia era letale e qualsiasi tentativo di soccorso sarebbe stato vano. Ma una domanda resta: come hanno assunto il veleno?
Un quantitativo di veleno talmente elevato da rendere vano qualsiasi tentativo di soccorso.
È questo il verdetto definitivo, come riporta tra gli altri «TGcom24», che emerge dalle 838 pagine della perizia autoptica depositata sul caso di Pietracatella, il piccolo centro in provincia di Campobasso sconvolto dal decesso, avvenuto a ridosso dello scorso Natale, di Antonella Di Ielsi (47 anni) e di sua figlia Sara Di Vita (15 anni).
La relazione dei medici legali mette nero su bianco la causa della morte: un'intossicazione acuta dovuta alle tossine del ricino.
Il documento sgombera il campo da eventuali responsabilità del personale sanitario.
Infatti mamma e figlia si erano rivolte al pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli di Campobasso poche ore prima di morire, venendo dimesse poiché i medici di turno non avevano riscontrato anomalie evidenti.
Ma la relazione autoptica — redatta dagli specialisti Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e Daniele Merli, in collaborazione con il centro antiveleni Maugeri di Pavia — evidenzia come l'assenza di un antidoto specifico, la rapidità con cui il quadro clinico è precipitato e l'enorme livello di tossine nel sangue avrebbero reso impossibile salvare le due pazienti con qualsiasi altra condotta medica.
Per questa ragione, la posizione dei cinque sanitari inizialmente iscritti nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio colposo sembra ora alleggerirsi in modo decisivo.
I periti ipotizzano che l'assunzione della ricina sia avvenuta per via orale.
Analizzando la comparsa dei primi malesseri, localizzata nella mattinata del 25 dicembre, gli esperti collocano temporalmente il contatto con la sostanza letale tra le giornate del 23 e del 24 dicembre, in coincidenza con i pasti consumati in famiglia per la vigilia di Natale.
Resta però da chiarire l'interrogativo più grande: come e da chi sia stato somministrato il veleno. La relazione scientifica non ha potuto stabilire se la sostanza fosse stata occultata in un alimento solido o diluita in una bevanda.
Per fare luce su questo mistero, le indagini si concentrano ora su una settantina di campioni di cibo sequestrati all'interno dell'abitazione della famiglia Di Vita a Pietracatella.
Gli alimenti, insieme a vestiti, arredi e altri oggetti prelevati dalla casa, saranno sottoposti a esami approfonditi che vedranno il coinvolgimento anche degli esperti tedeschi del Robert Koch Institut di Berlino.