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Il presidente russo Vladimir Putin (immagine illustrativa).
Gavriil Grigorov, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP
Carenza di carburante, reclutamento forzato, crescente malcontento: quanto è grave la crisi in Russia e quanto può diventare pericolosa per il presidente Vladimir Putin? Ecco una panoramica.
A quattro anni e mezzo dall’attacco all’Ucraina, la Russia sta attraversando una profonda crisi anche sul piano interno.
Il tentativo del Cremlino, finora piuttosto riuscito, di tenere la guerra lontana dalla coscienza della popolazione ha iniziato a vacillare a causa degli attacchi ucraini alle raffinerie e ai terminali petroliferi.
In che misura la carenza di carburante e i disordini politici stanno scalfendo l’immagine di sé di Putin e il suo sostegno tra la popolazione? Ecco le domande e le risposte più importanti sulla situazione attuale.
Nell’estate del 2026 la Russia è in preda a una profonda crisi strutturale. Secondo gli esperti e i dati disponibili, le fondamenta economiche e industriali del Paese sono state scosse.
Secondo le ricerche del think tank statunitense Energy Intelligence, nel giugno 2026 la raffinazione del petrolio in Russia ha registrato un crollo di circa un quarto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando il livello più basso da oltre vent'anni. Gli esperti della società di analisi sostengono che la Russia si stia avviando verso quella che potrebbe essere la peggiore crisi dei carburanti della sua storia, come riporta ad esempio «Deutsche Welle».
Di conseguenza, la crisi economica sarebbe aggravata dal fatto che la produzione residua, attualmente pari a circa 85'000 tonnellate di benzina al giorno, non riesce a soddisfare il picco estivo della domanda, che raggiunge le 110'000 tonnellate.
A ciò si aggiunge il fatto che il bilancio dello Stato deve far fronte alle ingenti spese per gli armamenti e che, di conseguenza, già nel gennaio 2026 il Governo ha aumentato l’IVA dal 20 al 22% e ha fatto crescere il carico fiscale per le piccole e medie imprese, come riportato su «The Conversation».
Secondo l’analisi della rivista, ciò avrebbe portato a un prosciugamento e a un restringimento mirati del settore civile a vantaggio del complesso militare-industriale.
Nella vita quotidiana della popolazione russa, la crisi si manifesta soprattutto con la grave carenza di benzina e gasolio. Ormai sta paralizzando la logistica dell’intero Paese.
Secondo la «Deutsche Welle», i resoconti della piattaforma giornalistica indipendente russa «Vyorstka» e del media economico «RBC» indicano che, ad oggi, in almeno 40 e potenzialmente fino a 78 regioni del Paese è stato necessario introdurre rigidi razionamenti o restrizioni alla vendita di carburanti.
Presso le stazioni di servizio, persino nella capitale Mosca, città benestante e con un approvvigionamento privilegiato, si formano code chilometriche.
Secondo quanto emerge dai social media, si verificano sempre più spesso scontri fisici, come riferisce, tra gli altri, la «BBC». In alcune località si è dovuto ricorrere alle milizie per garantire l’ordine presso le stazioni di servizio.
In Crimea, il governatore nominato da Mosca, Sergej Aksjonov, ha dovuto ammettere su Telegram che la situazione rimane tesa e che in alcuni giorni non è più possibile vendere carburante ai privati.
In regioni remote come la Siberia, le autorità locali si sono già viste costrette a installare bagni lungo le strade per gli automobilisti in attesa, secondo quanto riferisce l’emittente britannica.
In molti luoghi sarebbe severamente vietato rifornire di carburante semplici taniche di riserva; i collegamenti in autobus e la raccolta comunale dei rifiuti sarebbero stati drasticamente ridotti e il settore agricolo temerebbe seriamente per il prossimo raccolto estivo a causa della carenza.
Chi se lo può permettere si rifugia nei Paesi confinanti, il Kazakistan o la Cina, dove, secondo quanto riportato dai media, il cosiddetto turismo del pieno sarebbe in forte espansione.
Inoltre, la guerra nasconde un ulteriore potenziale di conflitto interno: la pressione costante esercitata per il reclutamento forzato al fronte sta generando un forte malcontento e un calo del sostegno da parte della società. Come riporta ad esempio «The Economist», le lamentele aperte degli influencer russi riguardo alle condizioni disastrose e al senso della guerra stanno diventando rapidamente virali sui social media.
Secondo l’«Economist», molti russi hanno sempre più la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco. Questa ambivalenza si traduce sempre più in un pessimismo tangibile: sondaggi rappresentativi condotti dal centro indipendente Levada dimostrano che la crescente pressione sui prezzi rappresenta, per ben più della metà della popolazione russa, il problema più urgente del Paese, come riporta ad esempio il «Tagesschau».
Secondo i dati più recenti dell'istituto di sondaggi Gallup, i russi guardano alla propria economia con un pessimismo che non si registrava da due decenni, come riporta la «BBC». Il 60% degli intervistati ha infatti dichiarato che le condizioni economiche nel proprio luogo di residenza stanno peggiorando costantemente.
Secondo la «BBC», la politologa Nina Chruschtschowa della New School rileva al contempo un profondo senso di rassegnazione diffuso tra la popolazione, il che rende piuttosto improbabile che il popolo possa nutrire aspettative di un cambio di regime.
Sebbene il potere di Putin appaia finora stabile e la rassegnazione sembri ancora prevalere tra la popolazione, la crisi sta lasciando il segno. Secondo la «BBC», persino i sondaggi controllati dallo Stato, come quelli dell’istituto VCIOM, hanno registrato a luglio un improvviso crollo della fiducia dell’opinione pubblica nel presidente pari a 3,4 punti percentuali nel giro di una sola settimana.
Il Centro Levada ha registrato una diminuzione della quota di persone che credono nella «rotta giusta» del Paese, scesa al 52% rispetto al 61% del mese precedente.
Il crescente nervosismo del regime emerge anche dal cambiamento di retorica. Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, solitamente noto per la sua scelta lessicale misurata, di fronte alle raffinerie in fiamme ha lasciato sfuggire la parola «guerra», che di solito evita: «È una guerra, una vera e propria guerra. Tutto è iniziato come un’operazione militare speciale, ma prosegue come una guerra».
Anche lo stesso Vladimir Putin, alla fine di giugno, si è visto costretto per la prima volta ad ammettere pubblicamente sulla televisione di Stato «alcune carenze di carburante», sebbene abbia cercato di descriverle come «non critiche». In una successiva riunione di Governo ha dichiarato che l’avversario vorrebbe suscitare nervosismo nella società, ma non sarebbe in grado di raggiungere tale obiettivo.
Nella speranza di trovare sollievo dalla crescente pressione, il Cremlino cerca aiuto sia all’interno che all’estero, ma incontra resistenze sempre maggiori.
Sul piano interno, Putin cerca di prevenire possibili disordini sociali attraverso interventi finanziari diretti, come ad esempio all’inizio di luglio con i suoi sussidi a effetto immediato a favore della popolazione della Crimea, duramente colpita dalla crisi.
Sul piano della politica estera, Mosca intende coinvolgere più da vicino la Bielorussia, suo alleato più stretto, nella guerra contro l’Ucraina, ma si scontra con l’opposizione del presidente bielorusso Lukashenko, come ad esempio analizza il «Washington Post». Il dittatore si rifiuta ostinatamente di inviare le sue truppe in quello che lui stesso definisce un «massacro».
Lukashenko cerca invece protezione a Pechino, poiché la Cina ha un enorme interesse a garantire il transito senza ostacoli delle proprie merci attraverso la Bielorussia. Inoltre, nel marzo 2026 Minsk ha concluso un accordo con l’amministrazione Trump tramite l’inviato speciale statunitense John Cole.
Poiché l'opposizione politica tradizionale all'interno del Paese è stata sistematicamente eliminata, l'unica forza realistica rimasta in grado di promuovere un cambiamento si sta formando all'interno dell'élite economica.
In questo contesto, ha suscitato grande scalpore il magnate russo dell’industria e dei fertilizzanti Andrej Melnitschenko. In una maratona di interviste durata quasi 60 ore con la rivista «The Economist», ha rotto il silenzio degli oligarchi e ha lanciato un monito urgente contro il «marciume» interno del Paese. I magnati non potrebbero più ignorare la tirannia.
Melnitschenko delinea scenari cupi per il futuro della Russia, qualora il regime di Putin dovesse continuare a esistere: il crollo totale nell’anarchia sotto il dominio di signori della guerra regionali, la completa degradazione a insignificante vassallo della Cina nel settore delle materie prime oppure la trasformazione in una «fortezza» totalitaria e permanentemente isolata come la Corea del Nord, in uno stato di guerra permanente con il resto del mondo.
Sebbene Melnitschenko non chieda esplicitamente la destituzione immediata di Putin, sostiene una decentralizzazione del potere e un graduale passaggio del potere a tecnocrati e dirigenti economici affidabili e orientati all’economia.