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Il premier britannico Keir Starmer.
Keystone
Il premier britannico Keir Starmer annuncia la «Brit Card», una carta d'identità digitale obbligatoria per lavorare nel Regno Unito, scatenando una bufera politica e oltre un milione di firme contrarie in poche ore.
Una carta d'identità digitale obbligatoria per tutti i cittadini e i residenti del Regno Unito, già ribattezzata «Brit Card», «senza la quale sarà impossibile lavorare».
Il premier laburista Keir Starmer ne ha annunciato oggi l'introduzione entro la fine della legislatura, rompendo un tabù nella storia nazionale che aveva visto solo le eccezioni delle due guerre mondiali, con l'obiettivo di contrastare l'immigrazione illegale, il dossier più dolente fra i tanti per il leader in crisi di consensi.
Ancor di più se i risultati fallimentari nel controllo dei confini promesso da sir Keir sono confermati dai dati record sugli ingressi nel Paese, legali e non. L'ultimo quello del balzo della popolazione britannica, arrivata a sfiorare la soglia dei 70 milioni di abitanti sulla spinta proprio dell'immigrazione.
«Il piano contribuirà a combattere il lavoro nero, rendendo al contempo più facile per la stragrande maggioranza delle persone utilizzare i servizi pubblici essenziali», ha affermato uno Starmer alla ricerca di rilancio, presentando la svolta della ID obbligatoria nel corso del Global Progress Action Summit, sorta d'internazionale di centro-sinistra che ha riunito a Londra leader, esponenti politici e strateghi da una ventina di Paesi occidentali.
L'obiettivo della Brit Card, che ancora prima dell'annuncio aveva già scatenato una bufera di polemiche, è prima di tutto politico.
Il Regno «è a un bivio e c'è una battaglia per l'anima di questo Paese», ha sottolineato il primo ministro rivolgendosi al consesso che ha visto presenti, fra gli altri, il premier liberale del Canada, Mark Carney, quello laburista dell'Australia, Anthony Albanese, mentre per l'Italia c'era la leader del Pd, Elly Schlein.
La battaglia, come ha precisato Starmer, è con la destra anti-immigrazione del partito trumpiano Reform Uk, guidato da Nigel Farage, che secondo un sondaggio realizzato dall'istituto Yougov per Sky News se si votasse oggi potrebbe diventare premier, sfiorando la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Ed ecco quindi che laddove le altre strette messe in campo da Starmer per frenare l'immigrazione illegale non hanno prodotto risultati, è stata giocata la carta del controllo dell'identità per affrontare «ogni aspetto del problema» dei flussi migratori, con l'idea che il delicato dossier non debba essere lasciato dal centro-sinistra alle destre.
La Brit Card includerà le generalità, la nazionalità o lo status di residenza e una foto, sarà sotto forma digitale, e quindi su una app o una carta contacless accessibile dallo smartphone.
Si dovrà esibire per dimostrare il diritto a lavorare nel Regno. Qualcosa che è però estraneo alle tradizioni del Paese, tanto più che l'obbligatorietà non è prevista neppure in molti degli Stati in cui una carta d'identità è tradizionalmente diffusa o richiesta in diversi ambiti.
Le polemiche sono destinate inevitabilmente a proseguire, alimentate da tutti i lati dello spettro politico. Da destra, sia la leader dell'opposizione Tory, Kemi Badenoch, sia Farage, hanno parlato di mossa «disperata» di sir Keir di fronte al fallimento imputato al suo Labour neomoderato rispetto alle promesse di una linea dura ai confini.
Mentre i centristi liberaldemocratici, la sinistra laburista e altri esponenti progressisti e attivisti vari hanno denunciato rischi per il rispetto dei dati personali dei cittadini (e di una privacy improntata agli standard britannici): arrivando a evocare lo spettro di forme di controllo repressivo di «Stato autoritario» e di Grande Fratello alla Orwell.
Intanto una petizione sul sito del Parlamento di Westminster ha visto aumentare in modo esponenziale e in poche ore le firme contro la Brit Card, che hanno superato il milione.