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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump viene fischiato senza pietà durante la partita dell'NBA nella sua città natale, New York, lunedì.
Foto: Keystone/AP Photo/Ross D. Franklin
Il suo mandato è segnato da un bombardamento mediatico permanente: ovunque Trump, Trump, Trump. Eppure, alla vigilia del suo 80esimo compleanno, il presidente appare insolitamente defilato. E i problemi, per lui, si moltiplicano.
Che cosa sta succedendo a Donald Trump? Nelle settimane che precedono il suo 80esimo compleanno, che festeggerà domenica 14 giugno, il presidente americano ha assunto un atteggiamento insolito: è rimasto sorprendentemente in silenzio.
Dall’inizio del suo secondo mandato, l’agenda della Casa Bianca era stata finora fittissima di apparizioni pubbliche, durante le quali Trump parlava a lungo davanti a telecamere e microfoni, lasciandosi spesso andare a lunghi monologhi.
Ora, invece, molto di ciò che accade alla Casa Bianca si svolge a porte chiuse.
Per il presidente degli Stati Uniti il momento è difficile: la montagna di problemi continua a crescere. Eppure il compleanno dovrebbe trasformarsi in una festa dai toni grandiosi, con tanto di combattimenti in gabbia davanti alla Casa Bianca.
Ma una domanda si impone: Trump sta perdendo il controllo?
Fin dall’inizio del suo mandato, circa un anno e mezzo fa, il repubblicano ha cercato di passare alla storia come il presidente della pace. Si immaginava già insignito del premio Nobel.
«Nessuna nuova guerra» era stato uno degli slogan centrali della sua campagna del 2024, con cui aveva compattato attorno a sé i sostenitori del movimento Make America Great Again (MAGA).
Oggi, però, Trump usa toni diversi. Di recente ha negato di aver promesso che gli Stati Uniti non avrebbero innescato nuovi conflitti all’estero. Al Pentagono, che Trump ha fatto ribattezzare «ministero della Guerra», la parola d’ordine è diventata «pace attraverso la forza».
Ma la sua linea, su molti fronti, appare erratica.
Nel ruolo di mediatore nella guerra in Ucraina, il presidente statunitense sembra essersi ormai arenato. Durante la campagna elettorale aveva sostenuto di poter porre fine al massacro nel giro di un giorno. Da tempo, però, nello Studio Ovale non si parla quasi più del conflitto ucraino.
Anche perché Trump è ora immerso in una guerra tutta sua.
Trump non riesce a sciogliere il nodo della guerra con l’Iran. Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno dato il via ai combattimenti.
Da allora il repubblicano ha più volte rivendicato i successi militari, ma il blocco strategico delle navi nello Stretto di Hormuz da parte di Teheran lo ha messo in seria difficoltà.
È arrivato persino a chiedere aiuto agli alleati della Nato per garantire la sicurezza di questo passaggio cruciale per il commercio del petrolio. Le sue pressioni, però, non hanno prodotto i risultati sperati.
Anche sulla finalità del conflitto, l’amministrazione americana ha dato segnali contraddittori. La percezione pubblica è stata quella di una crescente confusione. Sembrava che il governo Trump si spingesse sempre più a fondo in un cespuglio di spine.
I media riferiscono inoltre di tensioni tra i due partner di guerra, Israele e Stati Uniti. Trump ha invitato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla moderazione, ma gli attacchi israeliani sono proseguiti, soprattutto sul secondo fronte del conflitto, in Libano.
Il «Washington Post» parla di una frattura in un’alleanza finora considerata solida.
Secondo le indicazioni iniziali del governo americano, la guerra con l’Iran avrebbe dovuto durare tra le quattro e le sei settimane. Ora si avvicina ai quattro mesi.
Trump ha alimentato più volte la speranza di poter raggiungere presto un accordo con Teheran.
Di recente, in una sorta di liveblog personale, ha persino scritto che si stava recando nella Situation Room, la sala di comando della Casa Bianca, per prendere una decisione. Ma la decisione non è arrivata.
Nei giorni successivi, Trump ha continuato a indicare nuove date in cui avrebbe potuto esserci una svolta.
Per lui tutto questo è pericoloso. I suoi indici di popolarità sono già da tempo in calo. Molti americani sono stanchi delle guerre, mentre l’amministrazione continua a evocare un’etica guerriera.
Il pericolo maggiore per Trump, in questo momento, potrebbe però non arrivare dall’estero, ma da casa. Più precisamente dal Congresso di Washington. Anche tra i repubblicani aumenta la pressione affinché la guerra con l’Iran finisca rapidamente. E non solo su questo fronte.
Di recente la Camera dei rappresentanti ha approvato, con molti voti repubblicani, un pacchetto presentato dai democratici che prevede aiuti all’Ucraina e sanzioni contro la Russia, riaffermando al tempo stesso un chiaro sostegno all’Alleanza atlantica.
Se il testo dovesse arrivare sulla scrivania del presidente nello Studio Ovale, potrebbe trasformarsi in un tentativo di costringere Trump a ribadire il proprio impegno nei confronti della Nato, dopo le sue critiche all’Alleanza per quello che considera un sostegno insufficiente nello Stretto di Hormuz.
Trump ha dovuto fare marcia indietro anche su un’altra idea: la creazione di un fondo statale per presunte vittime della giustizia.
I critici vi avevano visto uno strumento per ricompensare i fedelissimi del presidente, compresi gli assalitori del Campidoglio del 6 gennaio 2021, che tentarono di impedire l’insediamento del democratico Joe Biden.
Ma il malcontento è stato così forte, anche tra i repubblicani, che Trump non ha avuto altra scelta se non ritirare il progetto.
Qualche settimana fa, alla Casa Bianca, un giornalista gli ha chiesto se stesse perdendo il controllo del Senato. La risposta è stata: «Non lo so».
Per Trump il tempo stringe. Il 3 novembre gli Stati Uniti voteranno per rinnovare numerosi seggi del Congresso. Sia alla Camera sia al Senato, i repubblicani rischiano di perdere la loro risicata maggioranza.
Il «Washington Post» sottolinea che le perdite potrebbero essere ancora più pesanti se la guerra con l’Iran dovesse proseguire e continuare a far salire il prezzo della benzina.
Se Trump non potrà più contare sulle maggioranze del suo partito al Congresso, per lui sarà sempre più difficile imporre la propria agenda politica.