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I moai dell'Isola di Pasqua sono ancora al centro di studi.
Imago
Nuove scoperte archeologiche riscrivono la storia dell'Isola di Pasqua, rivelando che i celebri moai non sono solo il misterioso simbolo di una civiltà isolata, ma il cuore pulsante di una cultura polinesiana interconnessa.
Le gigantesche teste scolpite dell'Isola di Pasqua - note come moai - sono da decenni uno dei più grandi enigmi dell'archeologia mondiale. Nonostante la loro fama planetaria, le origini e la funzione di queste imponenti statue di pietra restano in parte avvolte nel mistero.
Alcuni esperti le collegano alla cultura polinesiana, mentre teorie più fantasiose hanno attribuito la loro costruzione persino a forme di vita extraterrestri.
Ma ora una nuova ricerca getta luce sull'evoluzione di questi monumenti e sul loro significato culturale all'interno del vasto arcipelago del Pacifico.
Secondo quanto riferito dalla rivista «Antiquity», i moai furono realizzati dal popolo Rapa Nui, stanziato sull’isola omonima (conosciuta come Rapa Nui in lingua locale), situata nella parte orientale della Polinesia.
Le statue, alte in media quattro metri e pesanti tra le 12 e le 14 tonnellate, sono scolpite in tufo vulcanico. Il più grande moai mai completato, chiamato Paro, misura 10 metri per un peso stimato di 82 tonnellate. Ne esiste anche uno incompiuto - soprannominato El Gigante - che avrebbe raggiunto i 21 metri e 150 tonnellate di peso.
In totale, sono oltre un migliaio i moai disseminati sull’isola. La loro funzione non è del tutto chiara, ma si ritiene fossero simboli rituali e religiosi, posti su piattaforme cerimoniali chiamate ahu.
Una nuova indagine condotta dagli archeologi Paul Wallin e Helene Martinsson-Wallin dell'Università di Uppsala, pubblicata da Cambridge University Press, utilizza la datazione al radiocarbonio per ricostruire la diffusione delle strutture cerimoniali nel Pacifico.
Lo studio dimostra che i primi segni di attività rituale comparvero nella Polinesia occidentale tra il 1000 e il 1300 d.C., per poi diffondersi verso est, raggiungendo infine l’Isola di Pasqua, l'ultima terra colonizzata.
Contrariamente a quanto si è ritenuto per anni, l'Isola di Pasqua non sarebbe rimasta isolata: una seconda ondata di costruzioni monumentali si sarebbe infatti diffusa dall'isola verso occidente tra il 1300 e il 1600 d.C., segnando una nuova fase culturale.
Nel corso di un'intervista rilasciata a «IFLScience», il professor Wallin ha dichiarato che i primi templi cerimoniali (ahu) sull'isola risalgono a un periodo compreso tra il 1300 e il 1400 d.C. e avrebbero influenzato la costruzione di strutture simili in Polinesia centrale, nelle isole Cook e perfino alle Hawaii, dove templi simili comparvero nel XVI secolo.
Secondo lo studioso, la teoria dell’isolamento culturale e geografico dell'Isola di Pasqua è superata: «È una visione strana. I Rapa Nui erano navigatori esperti e se sono riusciti ad arrivare fino al Sud America, come indicano alcuni dati genetici, allora erano perfettamente in grado di spostarsi anche verso ovest, ad esempio verso Mangareva».
Lo studio suggerisce quindi che l'Isola di Pasqua sia stata non solo una destinazione remota, ma anche un punto di partenza per la diffusione di pratiche rituali e architettoniche.
Un ribaltamento completo di prospettiva, che pone i Rapa Nui come protagonisti attivi della cultura polinesiana, e non più come una popolazione isolata al margine del mondo conosciuto.