Ticino

Il neo presidente del Governo Bertoli: «Dalla crisi si esce insieme»

SwissTXT / pab

5.5.2021

Il nuovo presidente del Governo ticinese Manuele Bertoli
Il nuovo presidente del Governo ticinese Manuele Bertoli
archivio Ti-Press

Passaggio di consegne in seno al Consiglio di Stato ticinese: a guidare ora il Governo è il socialista Manuele Bertoli che ha ripreso il testimone dal leghista Norman Gobbi.

SwissTXT / pab

5.5.2021

«È un anno particolare, da un lato perché per me è il terzo e anche l'ultimo, e poi è l'anno (speriamo tutti) dell'uscita dalla pandemia e quindi da un lato di ritrovamento di cose più ordinarie, ma anche di una maggiore consapevolezza di quello che di negativo ci ha lasciato la pandemia e che dovrà essere affrontato politicamente»: così il neo presidente del Governo ticinese Bertoli, intervistato dalla RSI.

In questo anno di pandemia, a livello nazionale abbiamo visto il ministro della sanità molto più presente rispetto ai presidenti di turno del Consiglio federale. Qui in Ticino, invece, a essere il volto del Governo è stato quasi sempre il presidente. Ritiene sia giusto così?

«Sono impostazioni diverse, da un lato si era badato più alla competenza formale nell'altro più invece alla rappresentanza. L'una vale l'altra. L'importante in questa fase difficile era essere presenti. Il Governo a volte ha dovuto modificare anche in maniera repentina le proprie posizioni perché si affrontava tutti assieme una questione poco conosciuta».

Ora dobbiamo affrontare la crisi socio-economica causata dalla pandemia. Le forze politiche hanno chiaramente visioni diverse su come uscire da questa crisi. Lei che è in minoranza in Governo, quali priorità vede e pensa che sarà possibile portare avanti?

«La crisi è stata affrontata tutti assieme e credo che tutti assieme se ne esce. Il bene primario è evitare di perdersi pezzi di collettività. C'è anche la questione finanziaria che potremo dilatare su più anni in modo da poi ritrovare un pareggio dei conti, ma non mi pare che sia necessario farlo immediatamente, perché il rischio è davvero quello di non riconoscere che c'è una parte di collettività che ha sofferto e che soffrirà anche in futuro».