La 'ndrangheta e quel bar luganese

Swisstxt / pab

18.12.2021

In Puglia oltre cento persone con precedenti legati alla mafia sono indagate per aver incassato illecitamente il reddito di cittadinanza. Immagine simbolica d'archivio.
Immagine d'illustrazione
KEYSTONE/EPA ANSA/ANDREA FASANI

Il nome di un bar del Luganese è emerso nero su bianco tra le carte della recente inchiesta antimafia che ha coinvolto anche il Ticino. I due italiani che abitavano nel nostro cantone – tra i 104 arrestati nell'operazione del 16 novembre - lavoravano nello stesso pub.

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18.12.2021

Il loro ruolo è emerso dagli accertamenti sulle attività illecite dell'organizzazione criminale condotti dal dipartimento distrettuale antimafia di Firenze. Un'inchiesta importante, spiega alla RSI il sostituto procuratore Eligio Paolini nella quale «la Svizzera è emersa come il luogo di residenza e dove esercitavano la propria attività lavorativa i due indagati».

Il broker della 'ndrangheta e il suo braccio destro

Uno, il 59enne italiano residente (con permesso B) nel Luganese era il gerente del bar.

L'altro arrestato, (un 41enne arrivato nell'aprile 2017 e titolare di un permesso G) era il barista. Ma secondo gli inquirenti era un vero e proprio broker dell'ndrangheta.

«Quest'ultimo aveva un ruolo molto importante, -spiega alla RSI Andrea Di Giannantonio, dirigente della Squadra mobile di Firenze – lui era il referente della cosca. E (dal Ticino) organizzava i traffici di stupefacenti e importava la cocaina tramite il porto di Livorno dal Sud America.»

«Il 59enne - continua alla RSI Di Giannantonio - era invece il suo datore di lavoro ma di fatto era la longa manus del primo, in concreto assolveva per lui dei compiti.» Come il trasporto di droga, soldi o armi, sostiene.

Quella girandola di società

Del pub lui era il gerente dal 2013. Ma dalle carte dell'inchiesta si legge che non lo è più dal 2018. La società nel frattempo è fallita, e ne è subentrata una nuova. Tra i nuovi amministratori figura la figlia della sua compagna. Anch'essa, tuttavia, è uscita di scena ad aprile scorso, riporta la RSI.

Si fatica a comprendere appieno tutti questi movimenti societari dicono gli inquirenti italiani. «Le nostre indagini si sono fermate alla sua identificazione, ma – spiega alla RSI Eligio Paolini - non siamo andati oltre quello».

«Un'inchiesta svizzera chiarirebbe il ruolo del bar»

Spesso bar e ristoranti vengono usati dalle mafie per riciclare denaro o come piazze di spaccio. «È una cosa che è emersa in altre attività, certo, in questo caso non sono emersi elementi che possano ricondurre il bar alle attività illecite». Certamente un 'indagine (in territorio elvetico) aiuterebbe a capire la storia di questo esercizio commerciale.

Le risposte dall'Italia dunque non possono arrivare. Le indagini vanno fatte in Svizzera, dicono alla RSI. Qui però le autorità elvetiche – sul caso - non rispondono. E sono molte le domande che rimangono aperte.

«Non vediamo tutto»

«Mafia in Svizzera? Vediamo molto di più, ma non tutto». A parlare è Nicoletta della Valle, direttrice di Fedpol che, pur non esprimendosi direttamente sul caso, parla del fenomeno mafia in Svizzera.

Recentemente il Consiglio federale ha ammesso che il problema della mafia in Svizzera è stato sottovalutato per decenni, di chi è la responsabilità?, le chiede la RSI.

«Per tanti anni in Svizzera si è creduto che la mafia fosse un problema italiano, ma col tempo abbiamo realizzato che non è così. Ora i nipoti della mafia sono qui nel nostro paese da mezzo secolo. E i mafiosi in Svizzera parlano meglio il tedesco dell'italiano».

Ma di chi sono le colpe secondo lei?

«C'è una mancanza di sensibilità, la mafia non è un pericolo per lo svizzero medio, come potrebbe essere il jihadismo, ad esempio. Quindi c'è una mancanza di sensibilità soprattutto in certi cantoni. Il Ticino è molto sensibile ad esempio al problema. Non si può dunque cercare chi è il responsabile».

Lei ha detto qualche tempo fa che ci sono membri della mafia all'interno delle amministrazioni pubbliche, è una frase forte. Cosa si può fare?

«La mafia è una cosa di famiglia, è molto difficile se non impossibile uscire dalla famiglia. Ma sono questi membri di queste famiglie che hanno anche una professione normale e lavorano anche per l'amministrazione pubblica. Ed entrano in possesso di informazioni sensibili. Per questo devono essere consapevoli di questo problema ed occorre in questo senso un'opera di sensibilizzazione. Devo ammettere che oggi vediamo molto di più di vent'anni fa, ma non vediamo tutto».

È preoccupata?

Qualche volta sì, ammette alla RSI, Nicoletta Della Valle.