Polemiche sul manifesto UDC, Chiesa: «L'immagine in sé è discutibile»

SwissTXT / pab

20.8.2019

Marco Chiesa, parlamentare federale uscente e vicepresidente nazionale UDC
Ti-Press

Un manifesto che dalla sua pubblicazione pochi giorni fa sta suscitando già non poche polemiche: è quello della propaganda UDC in vista delle Elezioni federali. 

La RSI ha quindi voluto porre alcune domande a Marco Chiesa, consigliere nazionale uscente, ma anche vicepresidente del partito svizzero.

Non sembra che all'interno della stessa UDC l'immagine sia piaciuta a tutti. Ce lo conferma?

«Se ci fermiamo alla superficialità dell'immagine, è discutibile, ma se ci fermiamo al messaggio nessuno può essere contrario a quello che stiamo dicendo (...) È sempre stato così ogni volta che ci si muove cercando di usare delle immagini forti: c’è chi magari è più sensibile e pensa che si sarebbe potuto fare in un altro modo, però diciamo che per me l'importante è guardare a quello che stiamo dicendo più che alla mela oppure a dei vermiciattoli».

L'UDC è data in calo di consensi in tutti i sondaggi. Non è un modo di cercare di catalizzare simpatie nel rush finale?

«Secondo me sì, assolutamente si, è un modo per mettere in evidenza dei temi fondamentali che solo noi difendiamo: la democrazia diretta, la libertà, l'indipendenza, l'espulsione dei criminali stranieri. Tutti dei temi che adesso sono passati sottotraccia. Perché anche tutti i mass media sono concentrati sulla traversata di Greta Thurnberg e sui cambiamenti climatici».

Non rischia di essere controproducente?

«Al contrario, penso proprio che sia l'immagine giusta per tirare fuori gli argomenti (...) Se questa è la strada per farlo allora la sostengo». Marco Chiesa sostiene quindi che «la storia» dell'UDC «insegna l’esatto contrario di questa ipotesi».

In conclusione, secondo Marco Chiesa, un manifesto gioca un ruolo importante sull'emotività prima che sui contenuti politici. «Un cartellone, deve colpire, magari anche indignare, magari anche un po' sorprendere, magari far riflettere e poi dopo, alla fine, arrivare ad avere quello spazio per poter prendere coscienza di quello che si sta dicendo. L’immagine fine a sé stessa non serve a nulla».

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