Procuratori ticinesi, il giudice Ermani: «I messaggi dovevano restare riservati»

SwissTxt / pab

5.10.2020

Nella foto Mauro Ermani.
Nella foto Mauro Ermani.
Ti-Press

Continuano le polemiche in merito ad alcune comunicazioni via WhatsApp tra il giudice Mauro Ermani e il procuratore generale Andrea Pagani. I due si sono spiegati ai microfoni della RSI.

Stanno suscitando qualche polemica alcuni messaggi spediti via WhatsApp dal presidente del Tribunale penale ticinese, il giudice Mauro Ermani, al procuratore generale Andrea Pagani, riguardanti l’operato dei procuratori pubblici, dei cinque che si sono ripresentati per un altro mandato, ma che sono stati «bocciati» dal consiglio della magistratura.

Uno in particolare è quello pubblicato venerdì scorso da Tio.ch, nel quale il giudice Ermani faceva riferimento ad una sua collaboratrice, esaminata poco tempo prima dalla Commissione di esperti per un posto di procuratrice pubblica: «Pare sia andata bene – scriveva il giudice -. Se me la rubi trattamela bene, sennò ricomincio a parlare male di voi».

Le spiegazioni del giudice Ermani

A cosa si riferiva il giudice? Lo stesso Ermani, ai microfoni della RSI domenica sera, ha spiegato: «Pagani si era più volte lamentato del fatto che i giudici, non solo io, esprimessero giudizi troppo severi in aula sull’operato dei procuratori. Si è quindi addivenuti alla soluzione di segnalare direttamente al procuratore generale le eventuali anomalie affinché potesse esercitare più compiutamente la vigilanza».

In altre parole si è preferito comunicare le criticità direttamente a Pagani piuttosto che farlo in pubblico, durante i dibattimenti.

«È possibile - continua Ermani - che vi siano state comunicazioni critiche, che però non ricordo e non ho neppure ritrovato, arrivate da parte mia, quale portavoce però di tutto il Tribunale penale. Messaggi che dovevano rimanere riservati e sulla cui divulgazione non posso che dirmi perplesso».

Un «messaggino» inopportuno? «Era ironico»

Il «messaggino» sulla candidata per un posto in Procura ha però suscitato qualche perplessità: risale a circa due mesi fa, quindi prima che scoppiasse il caso dei preavvisi negativi dell’organo di vigilanza nei confronti di cinque magistrati che hanno sollecitato un nuovo mandato in Procura. Si è trattato di un messaggio perlomeno inopportuno?

«Erano giorni in cui avvenivano le audizioni davanti alla commissione di esperti – risponde Ermani alla RSI – ho inviato quel messaggio a Pagani, col quale era capitato anche di scambiarsi qualche battuta scherzosa, ma l’ironia sta proprio nella premessa: ‘se me la rubi’, come se il procuratore generale avesse competenza in una scelta che spetta al Parlamento. Era davvero una battuta e basta».

«Inopportuno? Oggi non lo scriverei - conclude Ermani - mai mi sarei aspettato che finisse in mano a terzi».

Le spiegazioni del procuratore generale Pagani

La polemica è stata fomentata dal fatto che questo e altri messaggi riservati siano diventati di dominio pubblico.

Qualcuno li ha passati alla stampa dopo che il procuratore generale Andrea Pagani li ha mostrati a uno dei cinque procuratori, lo scorso 11 settembre, quando sono stati annunciati i preavvisi negativi.

«Evidentemente c’era un grosso disorientamento in seno all’ufficio e alcuni procuratori si sono rivolti a me – spiega lo stesso Pagani alla RSI –, in quel momento, per la doccia fredda subita, per dare una chiave di lettura alla durezza dei preavvisi, ho detto che forse erano state contattate tutte le autorità della catena penale e per forza di cose anche il presidente del Tribunale penale, il quale mi aveva effettivamente scritto dei messaggi che lasciavano intendere che anche lui aveva denotato delle criticità su determinati procuratori».

Criticità che lo stesso capo del Ministero pubblico ha riscontrato. In merito ai giudizi formulati dal Consiglio della magistratura, Pagani però specifica: «Il risultato finale non mi ha sorpreso, a farlo è stata la durezza dei giudizi, che non faccio mia. Sotto questo profilo si è andati un po' in là».

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