Immunità Coronavirus: i test sono affidabili?

dpa/tsha

7.5.2020

L’affidabilità dei test è oggetto di controversie.
L’affidabilità dei test è oggetto di controversie.
Keystone

Quante persone sono già state infettate dal coronavirus e sono – almeno molto probabilmente – immuni? È una domanda appassionante. Ma non è facile rispondere: le analisi sono piene di insidie.

Tutti si interessano alle cifre degli infetti da coronavirus. Ma sappiamo anche che esiste un numero considerevole di casi non segnalati. Alcuni test potrebbero apportare dei chiarimenti, anche se devono essere utilizzati con prudenza.

L’affidabilità di un test è indicata dai produttori attraverso i valori di specificità e di sensibilità. Quest’ultimo parametro rappresenta il tasso di rilevamento, ovvero la percentuale di infezioni effettivamente rilevate negli individui. Un test di una sensibilità del 95% identifica 95 infezioni su 100 e ne sbaglia 5.

Il test Elecsys Anti-SARS-CoV-2 messo a punto da Roche garantisce una sensibilità del 100%, secondo i dati comunicati dalla società. Christoph Franz, presidente del consiglio di amministrazione di Roche, con sede a Penzberg (Germania), ha parlato nei giorni scorsi di un «nuovo grado di qualità».

La specificità riguarda invece il numero di individui che non sono o non sono stati infettati dal virus e che il test riconosce come individui sani. Ad esempio, un test con una specificità del 95% dà un risultato falsamente positivo per 5 persone non infettate su 100.

Per Elecsys Anti-SARS-CoV-2, Roche indica una specificità del 99,8%. Con una sensibilità elevata e una bassa specificità, possono esserci numerosi falsi positivi.

Inoltre, nell’ambito dei test, conviene fare la differenza tra il rilevamento del genoma del virus SARS-CoV-2 e la ricerca di anticorpi specifici sviluppati dal paziente dopo essere stato infettato da questo virus.

Secondo i dati forniti dall’istituto tedesco Robert-Koch, per le infezioni attuali, il coronavirus viene rilevato grazie alla biologia molecolare, ad esempio ricercando il genoma del virus in un prelievo fatto per via orale (RT-PCR).

Decisivo l’intervallo tra la contaminazione e il test

«Fino ad ora, sono stati sviluppati diversi sistemi di test, ciascuno di essi riconosce dei segmenti di geni specifici dell’agente patogeno», spiega l’Ufficio bavarese per la salute e la sicurezza alimentare, che precisa che la specificità e la sensibilità dipendono in particolare dal segmento di gene utilizzato o dalla combinazione di segmenti di geni – ma anche dai reagenti utilizzati per la diagnosi attraverso RT-PCR.

Di conseguenza, i laboratori lavorano con diversi sistemi di test e si procurano il materiale necessario da soli.

I test di rilevamento di anticorpi specifici al SARS-CoV-2 nel sangue, oltre che il test Elecsys Anti-SARS-CoV-2 messo a punto da Roche, non hanno rilevanza nella diagnosi di un’infezione acuta, considerando che secondo i dati forniti dall’istituto Robert-Koch, trascorrono circa sette giorni tra l’apparizione dei sintomi e la rilevabilità degli anticorpi specifici; in certi casi passa anche più tempo.

L’intervallo tra la contaminazione e il test è dunque decisivo, come spiega ugualmente Antonia Zapf, dell’Istituto di biometria medica e di epidemiologia del Centro Medico Universitario di Amburgo-Eppendorf (Germania). Più quest’intervallo è lungo, più la probabilità che la RT-PCR sia positiva è debole – e maggiore è la probabilità che il test sierologico sia positivo, aggiunge.

Il problema dei risultati errati

La situazione diventa problematica in caso di risultati detti falsamente positivi o falsamente negativi. Per semplificare, nei casi in cui il risultato mostrato non corrisponde alla realtà. Le conseguenze sono diverse a seconda che si tratti di rilevare il virus attraverso RT-PCR o di ricercare gli anticorpi.

Nel caso della RT-PCR, indica Antonia Zapf, i falsi negativi hanno le conseguenze più fatali, nella misura in cui gli individui testati vengono classificati come sani, anche se in realtà sono infetti. «Così, la gente esce e può infettare altre persone», precisa la professoressa.

In caso di falsi positivi, prosegue, l’individuo e le persone con le quali è entrato in contatto devono essere messi in quarantena, una misura che si rivela inutile. Ma se esiste il dubbio, osserva, questa pratica è un male minore dal punto di vista della società nel suo insieme.

Invece, sottolinea l’esperta, le conseguenze di un falso positivo sono più gravi in caso di test sierologico, poiché l’individuo si crede allora in sicurezza – a torto – e rischia di non rispettare più le regole di igiene, ad esempio non utilizzando più i dispositivi di protezione individuale.

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