Imprese responsabili: a rischio impieghi

ATS

7.10.2020 - 08:03

La consigliera federale Karin Keller-Sutter.
Source: KEYSTONE/ANTHONY ANEX

Estendere la responsabilità delle imprese svizzere attive all'estero anche alle loro filiali e ai fornitori economicamente dipendenti è eccessivo e rischia di mettere a repentaglio posti di lavoro.

Ne è convinto il Consiglio federale che raccomanda di respingere l'iniziativa popolare «per imprese responsabili» in votazione il prossimo 29 di novembre, ha affermato stamane davanti ai media la Consigliera federale Karin Keller-Sutter, sottolineando invece l'importanza del controprogetto indiretto, che va meno lontano, e che entrerebbe subito in vigore qualora la proposta di modifica costituzionale venisse bocciata alle urne.

Troppo radicale

«È pacifico – ha aggiunto la ministra di giustizia e polizia – che anche noi condividiamo l'obiettivo dell'iniziativa di far rispettare alle aziende elvetiche attive all'estero gli standard internazionali in materia di diritti umani e ambientali, ciò che la stragrande maggioranza fa già ora, ma le soluzioni proposte dall'iniziativa sono dannose e non raggiungono l'obiettivo».

«Tra l'altro, ha precisato la ministra sangallese, le imprese elvetiche già oggi devono rispondere per danni provocati all'estero ('un aspetto che molti dimenticano') e per i quali sono responsabili, ma la nuova normativa sulla responsabilità auspicata dall'iniziativa va troppo lontano poiché si estende anche alle filiali all'estero, giuridicamente indipendenti, e ai fornitori economicamente dipendenti».

Impieghi a rischio

Quest'ultimo aspetto è altamente problematico, secondo Keller-Sutter, poiché una simile responsabilità estesa costituisce un unicum a livello internazionale e sfavorirebbe le società svizzere rispetto alla concorrenza straniera. A livello europeo vi sono norme simili, ma limitate a determinati settori, come quello estrattivo.

Insomma, secondo la responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP), l'iniziativa metterebbe in pericolo sia posti di lavoro e benessere in Svizzera sia investimenti di imprese svizzere nei Paesi emergenti e in via di sviluppo. Non è detto, poi, che le imprese che prenderebbero il posto delle aziende elvetiche che hanno lasciato un determinato Paese si comportino in maniera corretta. Se accolta, l'iniziativa sarebbe quindi «un autogol» per la Svizzera.

No pletora denunce

Oltre a ragioni di carattere economico, vi sono anche aspetti squisitamente giuridici che spingono verso il rifiuto dell'iniziativa, secondo Keller-Sutter. I tribunali svizzeri potrebbero essere chiamati a giudicare atti commessi in Paesi stranieri, in barba al diritto locale e quindi alla sovranità dello Stato in questione.

Provate poi ad immaginare – ha aggiunto la consigliera federale – una corte cantonale chiamata a giudicare il comportamento di un fornitore di cacao di un'impresa attiva nella Costa d'Avorio, filiale di una società elvetica. Quest'ultima dovrebbe provare di aver rispettato i propri obblighi di diligenza per evitare violazioni in loco dei diritti umani e ambientali. Si tratta di un rovesciamento dell'onere della prova non contemplato nel nostro ordinamento, mentre per i giudici sarebbe estremamente complicato prendere una decisione.

Oltre al rischio di una pletora di cause, i denuncianti rischiano di uscire da un simile processo a mani vuote. Per Keller-Sutter, in caso di problemi simili è disponibile presso la Segreteria di Stato dell'economia un ufficio di conciliazione istituito apposta per casi simili, dove le parti possono accordarsi su soluzioni amichevoli in tempi più brevi.

Meglio il controprogetto

Qualora l'iniziativa venisse bocciata alle urne, ha sottolineato, entrerebbe in vigore immediatamente il controprogetto indiretto – ossia a livello di legge e non di Costituzione federale – che contempla nuovi obblighi di diligenza e di rendiconto nonché nuove disposizioni penali.

Il vantaggio di questa soluzione di compromesso secondo Keller-Sutter? Va meno lontano dell'iniziativa, pur contemplando maggiori doveri in fatto di diligenza. Il controprogetto, che non prevede alcuna responsabilità per le filiali estere, chiede alle multinazionali di riferire ogni anno sulla rispettiva politica in materia di diritti umani. Contempla anche doveri di «diligenza» in materia di lavoro minorile ed estrazione di materie prime.

L'iniziativa

L'iniziativa popolare per imprese responsabili, depositata il 10 ottobre 2016 con 120'418 firme valide, chiede che le imprese che hanno la loro sede statutaria, l'amministrazione centrale o il centro d'attività principale in Svizzera debbano rispettare, sia nella Confederazione che all'estero, i diritti umani riconosciuti e le norme ambientali internazionali.

Secondo l'articolo costituzionale proposto, le imprese potranno inoltre essere chiamate a rispondere non soltanto dei propri atti, ma anche di quelli delle imprese che controllano economicamente senza parteciparvi sul piano operativo.

Il controprogetto iniziale del Consiglio nazionale, ma poi annacquato dagli Stati, riprendeva i principali elementi dell'iniziativa, ma ne limitava l'applicazione alle società più grandi e circoscriveva la loro responsabilità civile alle filiali controllate direttamente.

Il Consiglio federale e il Parlamento – in particolare i partiti «borghesi» – respingono l'iniziativa, difesa invece dal campo rosso-verde. Tuttavia, la proposta di modifica costituzionale piace anche ad esponenti del centro-destra, tanto che si è formato un comitato favorevole all'iniziativa che riunisce oltre 350 personalità in rappresentanza di UDC, PLR, PPD, Verdi liberali, PBD e Evangelici.

L'iniziativa è sostenuta da un collettivo di circa 80 organizzazioni non governative, attive in settori quali lo sviluppo, i diritti umani, ambientali e da diverse organizzazioni sindacali. Gode anche dell'appoggio di numerose personalità di spicco come gli ex consiglieri federali Ruth Dreifuss (PS) e Micheline Calmy-Rey (PS), l'ex consigliere agli Stati ticinese Dick Marty (PLR) e il presidente onorario del CICR Cornelio Sommaruga.

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