Il quadro in 11 puntiLa guerra in Iran potrebbe pesare ancora di più sul nostro portafoglio, ecco perché
Andreas Fischer
3.6.2026
Il recente conflitto in Medio Oriente ha già avuto alcune ripercussioni in Svizzera, e presto potrebbero aumentare.
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Altro che shock passeggero: il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua a tenere in ostaggio l’economia mondiale. Petrolio, trasporti ed energia restano cari e l’inflazione torna a salire. Ma che cosa significa tutto questo per la Svizzera?
Andreas Fischer
03.06.2026, 06:00
Andreas Fischer
Hai fretta? blue News riassume per te
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua a pesare sull’economia mondiale, mantenendo alti i prezzi di energia, trasporti e materie prime e alimentando il rischio di una nuova fiammata inflazionistica.
La Svizzera resta relativamente protetta dal franco forte e da un’inflazione più contenuta, ma potrebbe risentire del rallentamento globale attraverso esportazioni, turismo, costi energetici e potere d’acquisto.
Per ora non si prevedono forti rialzi dei tassi o degli affitti, ma il protrarsi della crisi potrebbe cambiare rapidamente lo scenario.
Benzina, vacanze, ipoteche, affitti: il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua a pesare sull’economia mondiale.
Molti esperti avevano sperato che la crisi provocasse solo una breve scossa, ma invece la situazione si sta prolungando: petrolio e gas restano costosi, le catene di approvvigionamento sono sotto pressione e cresce il timore di una nuova ondata inflazionistica.
L’economia mondiale riuscirà a riprendersi? O siamo soltanto all’inizio delle conseguenze economiche del conflitto? Ecco una panoramica degli sviluppi principali e dei loro effetti sulla Svizzera.
Qual è la situazione attuale nel conflitto tra Stati Uniti e Iran?
Stati Uniti e Iran stanno negoziando una riapertura dello Stretto di Hormuz, ma la situazione resta fragile.
Secondo il manager tedesco del settore chimico Rainer Seele, anche un’eventuale riapertura non significherebbe un ritorno immediato alla normalità: la ripresa delle catene di approvvigionamento richiederebbe mesi, le riserve strategiche dovrebbero essere ricostituite e le materie prime resterebbero scarse fino alla fine dell’anno.
In altre parole, anche una svolta diplomatica non eliminerebbe da un giorno all’altro la pressione sui prezzi.
Per questo l’OCSE prevede nel 2026 un’inflazione del 4,0% per i Paesi del G20, ossia 1,2 punti percentuali in più rispetto alle stime precedenti. Solo nel 2027 dovrebbe scendere al 2,7%, sempre che lo shock energetico si attenui.
L’economia mondiale rischia una nuova crisi?
Non necessariamente una crisi finanziaria classica. Il rischio, piuttosto, è una combinazione pericolosa: crescita più debole e inflazione più alta.
Uno scenario particolarmente scomodo per le banche centrali.
Tornerà la maxi-inflazione del 2022?
Non negli stessi termini. Allora si sommarono gli strascichi della pandemia, l’inizio della guerra di Putin contro l’Ucraina, la crisi energetica e il caos nelle catene di approvvigionamento.
La crisi attuale riguarda soprattutto petrolio e gas.
Ma questo shock potrebbe anche propagarsi. Il capo economista della BCE Philip Laneavverte che l’attuale crisi energetica potrebbe continuare a incidere sull’inflazione anche in caso di rapida soluzione del conflitto, per esempio a causa della ricostituzione delle scorte e del ricorso a fonti energetiche alternative più costose.
Anche in Svizzera l’inflazione salirà molto?
Probabilmente non tanto quanto nell’eurozona. La Svizzera può contare su due fattori di protezione: il franco forte e un’inflazione tradizionalmente più bassa.
Gli esperti prevedono comunque un aumento del rincaro elvetico attorno al 2%. Un livello che resterebbe però ancora nella fascia obiettivo della Banca nazionale svizzera, compresa tra lo 0 e il 2%.
Al momento non si teme una spirale salari-prezzi.
Che cosa significa concretamente questa crisi per la Svizzera?
La Svizzera è più protetta di molti altri Paesi, ma non è immune. Il franco forte attenua l’inflazione importata. Allo stesso tempo, però, il Paese risente delle perturbazioni che colpiscono esportazioni, turismo, mercati finanziari e catene di approvvigionamento.
Jan-Egbert Sturm, direttore del Centro di ricerca congiunturale del Politecnico federale di Zurigo, mette in guardia persino da una perdita di benessere: l’energia più cara riduce il potere d’acquisto, i costi di trasporto più elevati fanno aumentare i prezzi dei prodotti e una domanda più debole può finire per colpire anche le imprese svizzere.
Il vero problema, quindi, non è soltanto il prezzo più alto della benzina, ma una lenta erosione del benessere. Il franco forte ci protegge da una parte dell’inflazione importata. Ma la Svizzera vive di esportazioni, mercati aperti, turismo e di un’economia mondiale solida.
Se l’Europa rallenta, se le aziende investono meno e i consumatori diventano più prudenti, prima o poi anche imprese e posti di lavoro in Svizzera ne risentono.
La Banca nazionale svizzera dovrà aumentare i tassi?
Per ora la maggioranza degli esperti non se lo aspetta. Secondo il sondaggio UBS-CFA, due terzi degli intervistati prevedono che la Banca nazionale svizzera manterrà invariato il tasso guida nella prossima decisione di giugno.
Fino all’inizio del 2027, la maggioranza degli esperti si attende un tasso di riferimento allo 0%, anche se la probabilità di un aumento è cresciuta.
La BNS dovrebbe attendere prima di alzare i tassi, almeno finché l’inflazione non supererà chiaramente la fascia obiettivo.
Che cosa succede ai tassi ipotecari? E agli affitti?
Nel breve periodo non dovrebbero esserci movimenti drastici del tasso ipotecario di riferimento, fermo da un anno al minimo storico dell’1,25%.
Alcune ipoteche con durate comprese tra tre e cinque anni sono già diventate leggermente più care, perché i costi di rifinanziamento delle banche stanno aumentando. Finora, però, il grande shock dei tassi non si è materializzato.
Se il conflitto dovesse durare ancora a lungo, si potrebbe assistere a un aumento più marcato dell’inflazione, tale da costringere la BNS ad alzare i tassi prima del previsto.
«In uno scenario simile, il tasso di riferimento potrebbe aumentare già nel marzo 2027, o addirittura nel dicembre 2026», scrive UBS.
Ma resta possibile anche lo scenario opposto. Se uno shock petrolifero dovesse provocare una recessione, si potrebbe arrivare a tassi negativi, mantenendo il tasso ipotecario di riferimento più a lungo al livello attuale.
In sintesi: nel breve periodo gli affitti non dovrebbero aumentare in modo diretto. Potrebbero però crescere le spese accessorie, a causa del rincaro di olio da riscaldamento, gas, elettricità o dei costi generali di gestione.
Che cosa significa la guerra con l’Iran per il turismo svizzero?
L’estate si annuncia più debole. La guerra con l’Iran colpisce duramente il turismo svizzero. BAK Economics prevede per la stagione estiva 2026 un calo dei pernottamenti dell’1,0%, il primo dalla pandemia.
A essere colpiti sono soprattutto i mercati lontani: i voli diventano più costosi e alcuni importanti hub del Medio Oriente sono stati temporaneamente sotto pressione. Secondo le previsioni, mancheranno in particolare i turisti provenienti dall’India e dal Sud-est asiatico.
La domanda interna dovrebbe aumentare leggermente, ma non abbastanza da compensare le perdite.
Se la crisi è globale, perché le Borse continuano a salire?
Perché i mercati sono oggi fortemente trainati dal boom dell’intelligenza artificiale. Lo SMI, il Nasdaq e altri indici si sono nettamente ripresi nonostante i rischi geopolitici.
Proprio lo SMI è tornato di recente vicino ai suoi massimi storici.
Allo stesso tempo, però, le prospettive fondamentali al di fuori del settore tecnologico sono peggiorate.
Non è una contraddizione, ma piuttosto un segnale d’allarme: la Borsa scommette sul futuro dell’intelligenza artificiale, mentre molte altre imprese stanno già subendo costi più elevati e una domanda più debole.
Numerosi analisti ritengono inoltre che i mercati stiano sottovalutando in modo significativo il rischio di tassi d’interesse più alti più a lungo. In teoria, inflazione in aumento, prezzi del petrolio elevati e finanze pubbliche peggiorate dovrebbero pesare molto di più sulle valutazioni.
Soprattutto la Federal Reserve statunitense potrebbe essere costretta a mantenere più a lungo una politica monetaria restrittiva.
In che stato si trova l’economia statunitense?
Anche negli Stati Uniti la pressione inflazionistica sta tornando a crescere, con un’intensità che non si vedeva da tre anni. Per la Federal Reserve diventa quindi più difficile tagliare rapidamente i tassi.
Finché i prezzi dell’energia resteranno elevati, la Fed dovrebbe rimanere prudente, anche con il nuovo presidente.
US inflation increased at its fastest pace in three years in April, driven by higher energy prices amid the war with Iran, and cementing economists' views that the Fed could hold interest rates unchanged well into next year https://t.co/6Oo0qps4WYpic.twitter.com/uGwJYMd6rY
L’Europa è più vulnerabile degli Stati Uniti, perché molte industrie dipendono fortemente dai prezzi dell’energia e dalle catene globali di approvvigionamento.
Secondo la «Reuters», la guerra con l’Iran fa esplodere i costi e pesa sull’industria europea. In Germania l’attività industriale ha stagnato a maggio, mentre in Francia si è contratta.
La Banca centrale europea si trova così di fronte a un dilemma. Da un lato, le economie dell’eurozona avrebbero bisogno di sostegno monetario. Dall’altro, l’inflazione costringe la BCE a mantenere una linea più dura.