Trovato un errore?
Segnalalo ora
L'iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» promossa dall'UDC è stata bocciata ieri, domenica 14 giugno, alle urne.
KEYSTONE
L'UDC perde, eppure vince. blue News analizza cosa è emerso domenica, giornata di votazioni, in merito all'iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» e quali insegnamenti può trarne la politica.
L'elettorato svizzero ha respinto nettamente l'iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni!». blue News analizza in cinque punti la giornata di votazione.
Se si chiede a esperti di politica quale sia il segreto meglio custodito del settore, la risposta è spesso questa: chi sceglie le parole giuste e parla con immagini efficaci può influenzare fortemente l'opinione pubblica nel lungo periodo. Chi si presenta in modo ancora più radicale perde più spesso, ma vince a lungo termine.
In scienze politiche questo fenomeno si chiama «overton window». Cosa si intenda con questo, lo dimostra questa campagna di voto: l'UDC è riuscito a far sì che politici e politiche, da sinistra a destra, gli dessero sostanzialmente ragione, anche se proponevano soluzioni diverse.
Domenica la capogruppo del Centro Yvonne Bürgin, da convinta democratica cristiana, ha parlato apertamente di «rifugiati economici» e li ha respinti.
Anche altri esponenti della destra, in qualità di oppositori dell'iniziativa, hanno parlato a lungo e diffusamente degli stranieri criminali, sebbene l'iniziativa non li riguardasse.
La conseguenza è che con questa campagna, la posizione critica nei confronti dell'immigrazione dell'UDC è diventata in grado di ottenere la maggioranza.
Solo alcuni esponenti della sinistra avevano ancora voglia di contraddirla con coerenza. Ad esempio il consigliere nazionale del PS Fabian Molina si è opposto con veemenza a concedere all’UDC anche solo un punto simbolico di vittoria.
Economiesuisse ha investito oltre quattro milioni di franchi nella propria campagna. Ma l'umore è cambiato solo in un secondo momento, e questo non tanto grazie ai manifesti quanto a movimenti della società civile come «Keine SVP-Schweiz» o a influencer con video di grande portata.
A ciò si sono aggiunti molti cittadini che, con campagne proprie e SMS di mobilitazione, hanno lanciato un messaggio chiaro negli ultimi giorni: ora tutti devono recarsi alle urne.
L'ondata è stata alimentata da una raccolta fondi: circa due milioni di franchi sono stati raccolti attraverso piccole donazioni. Studi condotti negli Stati Uniti dimostrano perché questo funziona: chi dona una piccola somma è più propenso a impegnarsi ulteriormente in seguito, nel caso più semplice, recandosi alle urne.
A titolo di confronto: il PLR ha avuto un budget per la campagna di 185'000 franchi, meno di un decimo di quello del PS. Il Centro ha speso 125'000 franchi.
Tali importi, insieme agli oltre quattro milioni di Economiesuisse, sono stati - almeno a giudicare dalla campagna elettorale su internet - decisamente meno efficaci dell’impegno della società civile.
Negli ultimi 20 anni la popolazione svizzera si è espressa più volte contro le iniziative dell'UDC critiche nei confronti dell'immigrazione e ha optato per un rapporto regolamentato con l'Unione Europea.
Nel 2014 c'è stato sì un «sì» di misura all’iniziativa contro l'immigrazione di massa (50,3%), ma l'elenco delle sconfitte è comunque lungo (vedi nel riquadro informativo).
Sebbene si sia trattato ancora una volta di una netta sconfitta, il presidente dell'UDC Marcel Dettling ha parlato di una «brutta giornata per la Svizzera».
E ha dichiarato di voler accettare il verdetto popolare, ma criticando il fatto che le città abbiano «messo in minoranza il Paese». Inoltre ha espresso simpatia per l'idea di coinvolgere maggiormente le città nelle responsabilità in materia di asilo in futuro.
Ciò ha suscitato un ampio malcontento. Benedikt Schmid, presidente dei Giovani del Centro, ha affermato chiaramente: «Ci dà davvero fastidio che l'argomento venga riproposto all'infinito, anche dopo sconfitte così nette».
Schmid critica tutte le parti: anche la sinistra nonostante il «no» popolare, sta rapidamente lanciando nuove iniziative sull'imposta di successione.
La sua conclusione è dura: «Un tempo si aveva la decenza di aspettare qualche anno dopo una decisione popolare. Oggi si sottopongono nuovamente a votazione le stesse questioni, spesso in forma ancora più radicale, pochi anni dopo. Questo danneggia enormemente il clima politico».
La «campagna diffamatoria» ha diviso il popolo invece di unirlo. «Dal più grande partito svizzero ci si dovrebbe aspettare più decoro», afferma Schmid. Per lui l'UDC è quindi un «cattivo perdente».
Economiesuisse ha sottolineato più volte durante la campagna di voto che la Svizzera dipende dalla manodopera immigrata, o per dirla in termini più critici: che l'economia ha bisogno di manodopera a basso costo.
Non è stato facile difendere questa posizione di fronte a una popolazione che non sempre beneficia direttamente dell’immigrazione.
Nel comunicato stampa sulla decisione popolare, l'associazione ha affrontato ciò che preoccupa molti: «È assolutamente necessaria un'attuazione coerente e rigorosa del diritto d'asilo a livello federale e cantonale. Servono misure anche nella politica abitativa».
Con sorprendente chiarezza però Economiesuisse ha anche affermato che l’economia stessa è chiamata in causa: «A causa dell’evoluzione demografica, la carenza di manodopera è destinata ad aggravarsi. Non c’è quindi alternativa: dobbiamo sfruttare ancora meglio il potenziale di manodopera nazionale».
Il PLR si è espresso in modo simile: la «forma più liberale di freno all’immigrazione» sarebbe quella di assegnare il lavoro prima all’interno del Paese, prima di cercare all'estero.
Una domanda che è stata ripetutamente posta nei corridoi di Palazzo federale negli ultimi giorni è stata: «si può dire qualsiasi cosa sulle sedute del Consiglio federale e sui suoi membri?».
Il motivo è lo scandalo che ha coinvolto il consigliere federale Beat Jans. Da ambienti conservatori di destra, al socialista è stato ripetutamente rimproverato di mentire e di diffondere fake news.
Il «Blick» ha riferito, basandosi su diverse fonti, che Jans sarebbe stato addirittura formalmente ammonito dal presidente della Confederazione dell'UDC Guy Parmelin. Jans ha smentito.
Ma non è arrivata alcuna smentita ufficiale dal dipartimento di Parmelin o dalla Cancelleria federale, nemmeno dopo ripetute richieste.
A ciò si è aggiunta una manovra del capogruppo dell'UDC Thomas Aeschi: nel pieno della fase calda della campagna di voto, ha dichiarato che Parmelin gli avrebbe comunicato personalmente di votare a favore dell'iniziativa, sebbene mesi prima il presidente avesse pubblicamente messo in guardia da quest'ultima.
Riguardo alle accuse, Jans ha dichiarato la domenica del voto: «Come Consiglio federale abbiamo sempre la filosofia: il Governo vince e perde sempre come squadra».
Parmelin, seduto accanto a lui, ha aggiunto un proverbio vodese (perché gli piacciono i proverbi): «Qui répond, appond», chi risponde, allunga la discussione.
Solo quando il giornalista di blue News ha insistito, chiedendo se ciò significasse, per inversione, che si potesse semplicemente affermare qualsiasi cosa su una seduta del Consiglio federale, Parmelin è stato più concreto: «In linea di principio non commento ciò che viene detto nelle sedute del Consiglio federale».
E poi, quasi per caso alla fine della conferenza stampa, è arrivata comunque una smentita: «A proposito, è impreciso, anzi, addirittura completamente falso».
Se avesse smentito prima, forse non sarebbe stata necessaria un'indagine da parte della Commissione della gestione del Consiglio nazionale, e la credibilità del suo collega non avrebbe subito alcun danno.