Il procuratore generale friborghese Bourquin: "Non era in una clinica psichiatrica"
13.03.2026
Il procuratore generale del Canton Friburgo, Raphaël Bourquin, attribuisce il dramma di Kerzers, che ha causato sei morti e cinque feriti, alla semplice fatalità. «Tutto è stato fatto e la prevenzione funziona. Ma non si può prevenire tutto», afferma il magistrato.
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- Il procuratore generale friburghese Raphaël Bourquin definisce la tragedia di Kerzers un «caso atipico» e un atto isolato.
- Sottolinea che, nonostante le numerose misure di prevenzione, non tutto può essere evitato.
- Secondo lui non è necessario andare verso una società «ancora più controllata», perché esistono già molti strumenti di sicurezza.
- Bourquin invita inoltre a non trarre conclusioni affrettate e spiega che l’inchiesta dovrà chiarire il percorso e le motivazioni dell’autore.
- Intanto, sono emersi nuovi dettagli sul presunto autore: viveva in un camper e aveva problemi di dipendenza.
- Il magistrato ricorda infine che anche i media influenzano la gestione di casi simili e che l’esperienza di Crans-Montana è stata utile per affrontare questa dimensione.
In un'intervista pubblicata venerdì dal quotidiano friburghese «La Liberté», Raphaël Bourquin rileva che «in questo caso specifico, ci troviamo di fronte a un episodio atipico e si tratta di un atto isolato», tornando sul fatto che l'uomo che martedì sera ha provocato l'incendio dell'autopostale fosse ricercato dalla polizia bernese.
«Si tratta di una procedura tra le polizie cantonali e la collaborazione in genere funziona molto bene», sottolinea il procuratore generale. «La persona in questione non era ricercata da molto tempo.
Bisognava diffondere questa informazione oltre i confini cantonali? Non ne sono convinto», aggiunge.
Maggiore attenzione
Interrogato sui possibili mezzi per evitare un simile dramma, Bourquin afferma di non essere certo che sia necessario orientarsi verso una società «che controlla ancora di più». «Esistono già moltissime misure, ma purtroppo non si può controllare tutto».
«Sono però convinto che, dopo eventi di questa portata, ciascuno presti maggiore attenzione alla propria sicurezza», prosegue. Inoltre, il procuratore generale ritiene che non si debbano trarre «conclusioni affrettate» da quanto accaduto nella cittadina friburghese.
«Poiché l'autore è stato identificato, potremo indagare sulla sua vita, comprendere meglio cosa lo abbia spinto ad agire e ricostruire il suo percorso tra la scomparsa e il dramma», spiega Bourquin. «Su questa base, sapremo cosa avremmo potuto fare o fare meglio».
Inchiesta in corso
Il procuratore non si pronuncia, a questo stadio dell'inchiesta, sulle voci riguardanti l'identità del presunto autore, un cittadino svizzero di 65 anni domiciliato nel Canton Berna. Secondo lui, nessun elemento induce a pensare che si tratti di uno straniero naturalizzato, come si legge su alcuni social media.
Nessuna precisazione nemmeno sul numero esatto di persone a bordo dell'autobus: «l'inchiesta lo determinerà con precisione. Le audizioni sono in corso, così come l'analisi delle immagini delle telecamere», precisa Bourquin, che aggiunge che «è in corso una perizia per stabilire quale liquido sia stato utilizzato e dove sia stato acquistato».
«Quello che sappiamo è che l'uomo è salito sull'autobus con il liquido e un accendino», sottolinea il procuratore generale, ciò fornisce informazioni riguardo alla premeditazione dell'atto e all'intenzione di causare numerose vittime. «Aveva quindi riflettuto su ciò che voleva fare e lo ha fatto».
Viveva in un camper
Nonostante il procuratore non abbia fornito nessuna indicazione, sul 65enne, intanto, sono emersi nuovi dettagli. Come riportato dal «Tages-Anzeiger», l'uomo viveva da solo in un camper, nella regione bernese del Seeland, vicino ad Aaerber, a circa 10 chilometri dal luogo in cui si è consumato il dramma.
Il veicolo in cui abitava era parcheggiato davanti a una fattoria e versava in cattive condizioni. Stando alle informazioni raccolte dal quotidiano, il 65enne viveva lì da quattro anni. Nell'ultimo ventennio, ha cambiato residenza diverse volte, restando comunque nella regione.
Pare che l'uomo sia stato sottoposto a crescenti pressioni di recente. Il proprietario del terreno ha revocato il permesso di parcheggio al suo camper, in quanto il presunto autore del dramma non versava da tempo la quota dovuta. Avrebbe dovuto spostare il veicolo entro la fine del mese di marzo.
Fra debiti e salute precaria
Il proprietario del terreno non era l'unico a chiedergli del denaro. La sua casella postale era spesso piena di lettere di sollecito per il recupero crediti. Aveva anche un consulente finanziario che lo aiutava nei suoi rapporti con le autorità. Quest'ultimo avrebbe cercato di trovargli un posto in una casa di cura.
Secondo il «Tages-Anzeiger», l'uomo era anche in cura per problemi di dipendenza. Le sue condizioni di salute si erano recentemente aggravate in modo significativo.
Le persone a lui vicine - interrogate dalla RTS - o descrivevano come una persona riservata e diffidente nei confronti delle autorità governative, ma non aggressiva.
Si riaccende il dibattito sul trattamento mediatico
Tornando all'intervista del procuratore Bourquin, un altro dei temi emersi è il rapporto con la stampa. «Siamo costretti a fare i conti con i media, anche se a volte questo può complicare le cose. I media possono andare più veloci della polizia, perché non hanno gli stessi vincoli. Sappiamo di dover gestire questa dimensione e, in questo senso, l'esperienza di Crans-Montana ci è stata utile», osserva.
Come lo stesso magistrato ha rilevato, l'incendio di Kerzers «non è paragonabile» a quanto avvenuto a Crans-Montana, in quanto «si tratta di due casi molto diversi. A Kerzers le responsabilità e la dinamica degli eventi sono più chiaramente stabilite».
Ma il caso in questione riapre un dibattito già emerso in passato sul modo in cui i media trattano le situazioni che coinvolgono pazienti psichiatrici.
Già nel 2005, in Francia, lo psichiatra Norbert Skurnik metteva in guardia contro la sovraesposizione mediatica delle fughe dagli ospedali psichiatrici: «La messa in evidenza, soprattutto da parte dei media, di alcune evasioni – che hanno sempre fatto parte della nostra quotidianità – è molto dannosa per i nostri pazienti», dichiarava allora all’AFP.
Secondo lui, questa focalizzazione rischia di spostare il dibattito dalla cura alla sicurezza. «Non va nella direzione del trattamento, ma in quella della logica securitaria e finisce per inquietare la popolazione».
Già all’epoca diversi professionisti sottolineavano che le vere sfide della psichiatria si collocano altrove, in particolare nella diminuzione del numero di psichiatri e nelle crescenti restrizioni di bilancio.