Il caso in tribunale Una giovane dopo un rapporto in una toilette di Basilea: «Pensavo non ne sarei uscita viva»

Dominik Müller

16.4.2026

Un rapporto sessuale è avvenuto in questa toilette pubblica nel parco Horburgpark di Basilea nel novembre 2023.
Un rapporto sessuale è avvenuto in questa toilette pubblica nel parco Horburgpark di Basilea nel novembre 2023.
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Due giovani si incontrano a Basilea e finiscono insieme in un bagno pubblico. Su quanto accaduto lì dentro le loro versioni divergono completamente. Il caso è finito in tribunale.

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Dominik Müller, Redazione blue News

Hai fretta? blue News riassume per te

  • Due giovani si incontrano a Basilea dopo essersi conosciuti online e finiscono in un bagno pubblico, dove avviene un rapporto sessuale non protetto.
  • L’imputato sostiene che si sia trattato di un atto consensuale, mentre la ragazza denuncia uno stupro violento.
  • Il caso si basa su versioni opposte senza testimoni né prove decisive, tipica situazione di «parola contro parola».
  • Accusa e difesa si scontrano sulla credibilità dei racconti e sull’interpretazione degli indizi, tra cui alcune lesioni e messaggi inviati dopo i fatti.
  • Il tribunale ha stabilito che la versione più convincente è quella del ragazzo. 

Due giovani si conoscono online. Il 24 novembre 2023 si danno appuntamento per una passeggiata a Basilea. La stessa sera, in un bagno pubblico del parco Horburg, nella zona di Kleinbasel, avvengono rapporti sessuali non protetti.

Fin qui, i fatti non sono contestati.

Ciò che invece è oggetto di dibattito — e che da martedì ha impegnato il Tribunale penale di Basilea Città — è come si sia arrivati a quel momento.

Una parola contro l'altra

L’imputato, allora 18enne, parla di un rapporto consensuale. La presunta vittima, di quasi un anno più giovane, denuncia invece uno stupro.

Non ci sono testimoni né prove oggettive significative: si tratta quindi di parola contro parola.

È uno dei nodi più delicati del diritto penale: due persone raccontano la stessa serata in modo completamente diverso. Come può un tribunale farsi un convincimento quando le versioni si contraddicono?

Il ragazzo: «Lo volevamo entrambi»

Secondo l’accusa, si tratterebbe di un’aggressione violenta. Il giovane avrebbe trascinato la ragazza nel bagno delle donne, spingendola contro il muro, spogliandola contro la sua volontà e costringendola a un rapporto sessuale nonostante la sua resistenza.

Avrebbe inoltre fatto uso di violenza fisica, sbattendole la testa contro la parete e impedendole di fuggire.

L’imputato respinge ogni accusa. Racconta di un incontro durante il quale ci sarebbero già stati momenti di intimità su una panchina e di una decisione condivisa di recarsi in bagno per avere un rapporto.

«Non è stato assolutamente contro la sua volontà. Lo volevamo entrambi», afferma.

La ragazza: «Cerco di rimuovere ciò che è successo»

Dice anche di non aver mai avuto rapporti sessuali prima e di essersi comportato in modo impacciato. In aula ammette di aver accettato l’incontro con la speranza di «vivere finalmente la mia prima volta», precisando però: «Non volevo fare sesso a tutti i costi».

Per l’avvocata della presunta vittima, la situazione è chiara: «Non riuscendo a soddisfare i propri desideri, li ha imposti con la violenza».

La procuratrice cita anche messaggi inviati dall’imputato a un amico subito dopo i fatti. Nei messaggi si vanta dell’esperienza appena vissuta e definisce la ragazza una «puttana».

In aula commenta: «Nel linguaggio giovanile si tende spesso a esagerare».

La giovane racconta invece le conseguenze psicologiche dell’episodio: «Cerco di rimuovere ciò che è successo». Di notte, però, i pensieri tornano, causando problemi di sonno: «Ci sono giorni in cui penso solo a questo episodio e resto a letto tutto il giorno».

Nel bagno, racconta, ha temuto per la propria vita: «Mentre mi sbatteva la testa contro il muro, pensavo che non sarei uscita viva da lì».

Il nodo dei reati senza testimoni né prove

Il caso è emblematico di ciò che si intende con «parola contro parola». Non ci sono infatti testimoni neutrali, né registrazioni video o prove decisive che confermino una delle due versioni.

I casi di stupro sono spesso reati consumati in assenza di testimoni. La decisione si basa quindi principalmente sulle dichiarazioni delle parti e sugli indizi disponibili.

Nel diritto penale svizzero vale il principio della libera valutazione delle prove: il tribunale deve stabilire quale versione sia più coerente, resti stabile nel tempo e si accordi meglio con gli altri elementi raccolti.

Al tempo stesso vale la presunzione di innocenza: se permangono dubbi rilevanti, si deve decidere a favore dell’imputato.

«Fisicamente impossibile»

Le arringhe si concentrano quindi sulla credibilità dei racconti.

Accusa e parte civile si basano soprattutto sulla versione della giovane, ritenuta costante e coerente. Anche le lesioni riscontrate all’epoca — tra cui ematomi alle ginocchia — vengono interpretate come compatibili con una situazione di violenza.

La difesa ribatte che questi elementi medici non sono univoci e possono essere spiegati anche con un rapporto consensuale. Sottolinea inoltre presunte contraddizioni nelle dichiarazioni della giovane e mette in dubbio la plausibilità di alcuni passaggi.

Secondo la difesa, ad esempio, la dinamica descritta — in cui la ragazza avrebbe avuto scarse possibilità di opporsi — sarebbe «fisicamente impossibile», anche perché l’imputato si trovava a tratti sotto di lei e lei poteva muovere liberamente le braccia.

Inoltre, in tutte le audizioni e anche in aula, avrebbe menzionato eventuali reazioni di difesa solo su esplicita richiesta.

Denuncia come bugia bianca?

L'avvocato difensore ipotizza infine che la denuncia possa essere una menzogna di copertura nei confronti dei genitori, per giustificare il rientro tardivo a casa.

Da chat con la madre emergerebbe infatti un «regime severo» e il fatto che la giovane avesse già mentito in precedenza.

La procura chiede una pena detentiva di 32 mesi — di cui 8 da scontare — per il giovane. La difesa sollecita invece l’assoluzione completa.

La sentenza

Il Tribunale penale di Basilea Città, chiamato a ricostruire una verità difficilmente dimostrabile con certezza, ha deciso di assolvere il ragazzo. 

Come riporta il «Basler Zeitung», i giudici hanno nutrito forti dubbi sulla credibilità delle dichiarazioni della giovane. Le sue parole, secondo la corte, presentavano diverse incongruenze, al contrario di quelle dell'imputato.

Quanto affermato dalla ragazza in aula, dice il tribunale, era «prevedibile e mirato». 

Il giovane, invece, ha superato l'esame di coerenza e costanza. Risultato: nessuna pena per lui.