RicercaEcco come nascono i ricordi e perché il cervello trattiene solo ciò che conta
Covermedia
2.12.2025 - 16:00
Una nuova ricerca della Rockefeller University mostra che la memoria non funziona come un interruttore acceso/spento: più regioni cerebrali collaborano per decidere quali esperienze conservare e quali lasciar svanire, con il thalamus inaspettatamente al centro del processo.
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02.12.2025, 16:00
02.12.2025, 16:16
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Ogni giorno il cervello registra frammenti di vita: immagini fugaci, emozioni intense, pensieri casuali.
Ma solo una parte di questi istanti diventa un ricordo destinato a rimanere. Cosa determina questa selezione? Una recente ricerca pubblicata su Nature ribalta l'idea che la memoria nasca da un semplice «sì o no» biologico.
Secondo il team della Rockefeller University, guidato da Priya Rajasethupathy, ricordare è un processo continuo fatto di aggiustamenti. Non esiste un unico momento in cui un'esperienza viene «salvata»: più regioni cerebrali entrano in gioco in sequenza, attivando una sorta di rete di «orologi molecolari» che definisce la durata di ogni ricordo.
In questo quadro il thalamus, spesso considerato un semplice nodo di smistamento dei segnali, si rivela un protagonista molto più attivo del previsto. Valuta gli stimoli, li filtra e li invia alla corteccia, dove possono consolidarsi a lungo termine.
Il cervello è selettivo per necessità
La ricerca mostra che il cervello è selettivo per necessità. Ricordiamo ciò che si ripete, ciò che emoziona, ciò che serve davvero. Il resto svanisce perché dimenticare non è un fallimento, ma una funzione evolutiva: tenere tutto significherebbe sovraccaricare un sistema che lavora costantemente al limite.
Per capire come il cervello decide cosa trattenere, i ricercatori hanno studiato topi in ambienti virtuali, monitorando quali esperienze venivano ripetute e fissate con più facilità.
Manipolando specifici geni tramite tecnologia CRISPR, hanno poi verificato che alcuni di essi agiscono come veri regolatori della durata dei ricordi. Camta1 e Tcf4, attivi nel thalamus, e Ash1l, presente nella corteccia, non «contengono» i ricordi, ma li rendono più stabili nel tempo. Quando uno di questi geni viene disattivato, le memorie tendono a svanire più in fretta.
Prospettive sulle malattie neurodegenerative
Il lavoro apre prospettive anche nello studio delle malattie neurodegenerative. Se più regioni cerebrali collaborano per mantenere una memoria viva, potrebbero esistere percorsi alternativi da attivare quando una di queste aree si danneggia, come avviene nell'Alzheimer. Una possibilità ancora lontana, ma che suggerisce nuove strade per la ricerca.
Quel che è certo è che ricordare – e dimenticare – non è mai un gesto spontaneo: è il risultato di un sistema complesso che valuta, pesa e conserva solo ciò che davvero contribuisce a definirci.