Il piumino va di moda. Ma è eticamente accettabile?

Marjorie Kublun

4.1.2021

Non ci sono dubbi: i piumini vanno di moda quest’inverno. Ma l’imbottitura è oggetto di discussioni.
Getty Images

Nell’industria dei piumini sono state fatte molte cose negli ultimi anni per ridurre la sofferenza degli animali. Ma è abbastanza perché si possano indossare tali capi con la coscienza a posto? Ne abbiamo discusso con Nina Jamal, direttrice delle campagne sugli animali da allevamento presso FOUR PAWS International (organizzazione mondiale per la protezione degli animali, ndr).

Quest’inverno, i piumini e i cappotti vanno di moda e inondano i social network. È possibile, grazie alle certificazioni, indossare tali capi serenamente o è meglio optare per delle alternative? Da un punto di vista estetico, per lo meno, non ci sono differenze tra i due tipi di imbottitura. Ma vogliamo saperne di più.

Signora Jamal, i nostri inverni non sono più così rigidi: è ragionevole la domanda di piumini, da parte dei consumatori?

È una buona domanda, che va dritta al cuore del problema: i piumini presentano una maggiore capacità di imbottitura e riscaldano enormemente. Dal mio punto di vista, è ragionevole averne quando ci si trova in climi molto freddi. Ad esempio, laddove le temperature scendono al di sotto dei -10°C.

In quali casi dunque indossare un piumino è adeguato?

Il peso degli indumenti può avere la sua importanza. In una spedizione artica, ogni grammo può contare. In effetti, la particolarità del piumino non è legata soltanto al fatto che è in grado di mantenere bene il caldo, ma anche alla sua grande leggerezza.

Quale tipo di imbottitura è adatta allo sci?

Quando si scia è importante che gli indumenti restino asciutti. Il piumino non è il materiale migliore poiché teme l’umidità. Le piccole piume si incollano e perdono il loro potere isolante. Inoltre, l’imbottitura in piume si asciuga molto lentamente.

Quali sono le migliori alternative al piumino alle nostre latitudini?

PrimaLoft è composto da fibre sintetiche riciclate, ha un buon potere calorifero e si tratta di un materiale rispettoso dell’ambiente, soprattutto nella sua variante bio. C’è anche il Lyocell, che è composto da fibre di cellulosa di legno e di bambù. Questi materiali regolano la temperatura e l’umidità. L’aspetto è inoltre simile a quello di un’imbottitura in piume.

Ma da un punto di vista etico possiamo permetterci di indossare i piumini?

Esistono delle pratiche atroci che possono essere legate all’impiego delle piume. Fortunatamente, le imprese hanno adottato misure per vietare l’alimentazione forzata e la spennatura di animali vivi, che nel caso delle oche accade fino a quattro volte l’anno. La grande complessità delle catene di approvvigionamento costituisce un altro problema. Ovvero il fatto che le piume passano dalla fattoria al macello, poi alla fabbrica di trasformazione e da lì alle aziende esterne che riempiono gli abiti e le coperte, ad esempio. A ciascuna di queste tappe, avvengono dei mescolamenti. Inoltre, nel corso della trasformazione, le caratteristiche qualitative, come nel caso del mix di piume di anatra e di oca, sono considerate più importanti rispetto alla necessità di evitare la sofferenza degli animali.

Dove si pratica ancora la spennatura di animali vivi e perché la si fa ancora?

La spennatura di animali vivi riguarda principalmente gli animali genitori. Questi ultimi vivono più a lungo, circa quattro o cinque anni. Si guadagnano soldi vendendo i pulcini, ma questo accade soltanto una volta l’anno. La spennatura di animali vivi assicura perciò un’ulteriore fonte di reddito. Inoltre, le piume provenienti da genitori sono di qualità migliore, più grandi e più piene rispetto a quelle degli animali destinati ad ingrassare, che hanno solo 16 settimane e vengono spennati solo dopo essere abbattuti. A me questa risposta non piace molto, però è proprio la traduzione: ho rivisto varie volte, non so come migliorarla sinceramente…

Oggi si trovano ovunque prodotti considerati sostenibili. Davvero le cose sono migliorate nel settore?

Abbiamo constatato che, a partire dal 2014, i marchi sono più attenti nel vietare pratiche aberranti di estrazione delle piume. E, in ragione della grande complessità della catena di approvvigionamento, una delle misure è consistita non soltanto nell’effettuare controlli nelle fattorie, ma anche nel rendere operativa la tracciabilità, dalla fattoria stessa fino al prodotto finito.

Quali sono le principali certificazioni?

Da una parte, c’è il Responsible Down Standard (RDS). Si tratta in questo caso della tracciabilità, di criteri di benessere e, soprattutto, del divieto di produzione legata all’alimentazione forzata o alla spennatura di animali vivi.

Ma… c’è un «ma»?

Sì. In effetti, benché queste norme abbiano fatto evolvere molto l’industria, non sono riuscite a risolvere tutti i problemi. Esistono grandi punti deboli. Ad esempio, non tutto lo sfruttamento di animali genitori è controllato. E benché si monitorino le fattorie di origine delle piume, che provengono spesso da giovani animali destinati ad essere ingrassati e che saranno spennati solo dopo essere abbattuti, la spennatura di esemplari vivi continua ad esistere. È per questo che chiediamo il controllo sistematico delle fattorie di animali genitori nel quadro del Responsible Down Standard e di altre norme in materia di piume, come nel caso del Downpass. È una delle nostre richieste, ma per ora i risultati sono a macchia di leopardo. Con il Downpass, il controllo delle fattorie è solo volontario. Dal punto di vista del benessere animale, ciò costituisce un problema. Perché significa che la sofferenza animale è vietata nel prodotto, ma resta presente lungo la catena di approvvigionamento, purtroppo. Anche per i prodotti a base di piume certificate RDS e Downpass. Speriamo che, in futuro, l’insieme della catena possa vietare la spennatura di animali vivi.

« Chiediamo che tutte le fattorie di animali genitori siano controllate nel quadro delle certificazioni RDC e Downpass»

A suo avviso le certificazioni sono in realtà strategie di marketing?

Innanzitutto, il Responsible Down Standard, creato nel 2014 grazie al marchio The North Face e messo a disposizione di tutto il mercato, ha costituito un grande passo nella giusta direzione. Perché, improvvisamente, le case hanno cominciato a pensare in modo diverso. Hanno cominciato a porsi domande sull’origine delle piume e sulle catene di approvvigionamento. Di conseguenza, sono stati messi in discussione anche altri materiali di origine animale, come nel caso della lana, del cachemire o del mohair.

Le cose sembrano mettersi per il verso giusto ora…

Lo standard esclude le peggiori pratiche e, sì, impone dei criteri obbligatori: il divieto di spennatura di animali vivi e di alimentazione forzata. Inoltre, non dobbiamo dimenticarci che si tratta di allevamento industriale. Si fa presto a far ingrassare e ad abbattere. Alcuni volatili non hanno a disposizione un accesso all’acqua né possono bagnarsi, il che per gli animali rappresenta un bisogno naturale. L’allungamento della durata di vita o l’accesso a dei luoghi per bagnarsi, ad esempio, non sono obbligatori.

Non esistono norme più stringenti sui piumini rispetto all’RDS?

Esiste sempre il Traceable Down Standard, che è una norma sul tracciamento. Il TDS è più stringente e impone controlli più rigorosi. Ma soltanto un marchio lo adotta, si tratta di Patagonia. Se i consumatori vogliono fare acquisti con la coscienza tranquilla, consiglio le fibre naturali vegetali.

« L’accesso a dei luoghi per bagnarsi, ad esempio, non rappresenta un criterio obbligatorio»

Si tratta di qualcosa di piuttosto sconcertante, poiché esistono molte certificazioni per i piumini. Come dobbiamo valutarle?

Esistono delle eco-certificazioni e delle certificazioni biologiche… Il benessere degli animali non è invece preso in considerazione e non vengono esclusi né l’ingrassamento forzato, né la spennatura di animali vivi. Le sole che impongono paletti in questo senso sono il TDS, l’RDS e la normativa Downpass menzionata in precedenza, che è utilizzata nell’industria del latte.

Alcuni marchi assicurano che i loro piumini provengono esclusivamente da animali allevati dall’industria alimentare e che dunque sono stati spennati dopo la loro morte. Come si può esserne certi?

Prima del Responsible Down Standard i marchi si affidavano ai loro fornitori, che però dicevano sempre che non c’erano problemi. Alla fine è stato dimostrato che non era così. Queste industrie sono state contattate da FOUR PAWS e invitate ad esprimersi in merito.

Se un prodotto non indica l’origine delle piume e non presenta le certificazioni RDS, TDS o Downpass, perciò, è un cattivo segno…

Certamente non è un buon segno. I marchi dovrebbero essere trasparenti di fronte ai consumatori. In alcuni casi, non c’è scritto nulla sui prodotti, ma dovrebbe per lo meno essere possibile ottenere informazioni sul sito web dell’azienda.

Che ne pensa delle imbottiture riciclate?

Qui il fattore-sostenibilità è posto in primo piano. Ma per quanto riguarda la sofferenza animale, questa non può essere esclusa. A meno che, ovviamente, non si tratti di piumini riciclati provenienti da materiale certificato.

Lei con cosa si copre la notte?

Dormo sotto ad una coperta di bambù. (Ride) Funziona bene.

Un ultimo consiglio per i consumatori?

Porsi sempre domande e porre domande: cosa fa il marchio per vietare la sofferenza degli animali? Una risposta vi dovrà essere data. Ad esempio: controlliamo le fattorie noi stessi una volta l’anno. O ancora: adottiamo una delle certificazioni riconosciute come TDS, RDS o Downpass. Il controllo della catena di approvvigionamento sarebbe la cosa migliore da fare. La sola assicurazione da parte del fornitore non rappresenta una risposta sufficiente.

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