Ricerca In Patagonia i puma hanno cambiato dieta: ora cacciano anche i pinguini

Covermedia

5.1.2026 - 16:00

In Patagonia la protezione degli ecosistemi sta ridefinendo il comportamento dei grandi predatori e gli equilibri lungo la costa.

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Per decenni, in Patagonia, i puma sono stati considerati animali problematici.

Dove pascolavano le pecore, i grandi felini venivano cacciati, avvelenati o abbattuti. La tutela del bestiame aveva la priorità e i predatori scomparivano da ampie aree del territorio. La situazione ha iniziato a cambiare solo all'inizio degli anni Duemila, quando alcune ex aree di ranching sono state trasformate in zone protette.

Con la nascita del Parque Nacional Monte León, la pressione umana si è ridotta drasticamente. La caccia è cessata, le popolazioni di prede si sono riprese e anche i puma sono tornati. Ma l'ecosistema che hanno ritrovato non era quello di un tempo. Era un ambiente nuovo, con risorse diverse e opportunità inattese.

Una ricerca guidata da scienziati della University of California, Berkeley, pubblicata su Proceedings of the Royal Society B, ha seguito per anni questo ritorno. Al centro dello studio c'è un cambiamento sorprendente: i puma hanno iniziato a sfruttare la costa come area di caccia, includendo i pinguini tra le loro prede.

A pochi chilometri dalla steppa, lungo l'Atlantico, ogni anno nidificano oltre quarantamila coppie di pinguini di Magellano. Durante la stagione riproduttiva, tra settembre e aprile, gli animali restano legati ai nidi, si muovono poco e in modo prevedibile. Per i puma questo significa trovare abbondante cibo concentrato in uno spazio ridotto, senza dover percorrere grandi distanze.

Dati GPS e immagini di fototrappole mostrano che alcuni individui tornano ripetutamente negli stessi punti della costa. I pinguini non rappresentano più una preda occasionale, ma una risorsa stagionale stabile. Questa concentrazione di cibo ha effetti anche sul comportamento sociale dei felini, solitamente solitari.

Nel parco, i ricercatori hanno registrato una densità di circa tredici puma adulti ogni cento chilometri quadrati, molto superiore a quella osservata in altre regioni sudamericane. Le aree di caccia si sovrappongono di più e gli incontri, soprattutto tra femmine, sono più frequenti. Eppure i conflitti restano rari: l'abbondanza di prede riduce la competizione diretta.

Quando la stagione riproduttiva dei pinguini termina e le colonie si svuotano, i puma tornano a spostarsi verso l'interno, cacciando soprattutto guanachi. Questo evita un calo improvviso della popolazione e mantiene stabile l'equilibrio creatosi nel parco. I pinguini rafforzano il fenomeno, ma non ne sono l'unica causa: la chiave resta l'assenza di persecuzione e la disponibilità di cibo durante tutto l'anno.

«La rinaturalizzazione non riporta semplicemente il passato», osserva il responsabile dello studio Mitchell Serota. «Crea nuove condizioni, e gli animali rispondono in modi spesso inattesi». Il caso della Patagonia lo mostra con chiarezza: proteggere un'area non significa congelarla, ma permettere che emergano nuovi equilibri ecologici.

Per il dibattito sul conservazione della natura, è una lezione importante. Le aree protette non garantiscono risultati identici ovunque, ma aprono spazi di adattamento. E sono proprio queste risposte, talvolta sorprendenti, a raccontare come la natura reagisce quando la pressione umana si allenta.