Intelligenza artificiale

Le macchine rimangono tali finché non hanno un’identità umana

Meret Meier, blog sostenibilità

20.11.2018

Tecnologia dal volto umano, ma non di più. Ai robot manca un’identità come abbiamo noi essere umani. 
Keystone/Kin Cheung

L’intelligenza artificiale sarà sempre più intelligente – presto anche più dell’uomo? Due esperti illustrano lo scenario della singolarità

Ogni anno si moltiplicano i campi di applicazione dell’intelligenza artificiale (AI). Ad esempio, vi è capitato recentemente di contattare un servizio clienti online tramite chat? È possibile che dall’altra parte non vi abbia risposto una persona, bensì un bot – un programma di comunicazione automatica che in base a un algoritmo ad ogni contatto con i clienti apprende le corrispondenti domande e risposte ed è in grado di fornire autonomamente soluzioni sempre migliori.

Singolarità o quando il rapporto uomo/macchina si ribalta

Anche Alexa e Siri, le voci di servizio di Amazon ed Apple, si basano sull’AI e migliorano autonomamente a ogni interazione umana. Dove porterà questo sviluppo? Le macchine si occuperanno presto di tutte le nostre esigenze oppure l’AI prenderà il sopravvento e addirittura si ritorcerà contro di noi?

Le teorie sul futuro nel campo dell’intelligenza artificiale sono raggruppate sotto al termine di «singolarità», un’ipotesi secondo cui l’AI darà vita a una crescita tecnologica incontrollabile che modificherà la civiltà umana. Questo scenario è raffigurato nel film d’azione Terminator 3, dove un programma informatico tuttofare di nome Skynet assume improvvisamente il controllo sui sistemi di armamenti dell’esercito e attacca l’umanità con una bomba nucleare.

Veicoli a guida autonoma: vietato fallire

Questi scenari apocalittici di Hollywood non devono spaventarci: la ricerca e lo sviluppo sono ancora all’inizio; inoltre non dobbiamo mai dimenticare che le tecnologie vengono sviluppate dall’uomo. Siamo noi a determinare in quale direzione sviluppare l’AI e simili e come vogliamo utilizzarli. Bisogna distinguere quando l’intelligenza artificiale soddisfa un’esigenza, semplicemente è «nice to have» o ancora quando deve funzionare in modo impeccabile.

Se il 5% dei clienti di un chatbot basato sull’AI non è soddisfatto del servizio ricevuto, non muore nessuno, al massimo ci si arrabbia per il problema non risolto e si cerca una nuova risposta. «Se invece registriamo la stessa percentuale di errore nel diritto penale o nel settore dei veicoli a guida autonoma, abbiamo un problema», spiega Ranga Yogeshwar. Il fisico e giornalista scientifico tedesco si riferisce al fatto che il 5% di persone erroneamente incarcerate o investite da veicoli a guida autonoma naturalmente non è uno scenario nemmeno immaginabile.

E l’etica delle macchine?

Queste riflessioni sollevano la questione dei principi etici, posseduti dall’uomo, ma le macchine? Per Peter G. Kirchschläger dell’Università di Lucerna è chiaro che le macchine così come i veicoli a guida autonoma possono seguire dei principi etici, ossia possono essere programmati in modo da non investire nessuno per coprire più velocemente il percorso più efficiente da A a B. «Tuttavia le macchine non saranno mai in grado di sviluppare autonomamente valori etici come facciamo noi umani», spiega il professore di etica teologica.

Per Yogeshwar l’AI ha a che fare soprattutto con il nostro essere umani, con la nostra identità che ci distingue dalle macchine. «Così come Aristotele ha riflettuto sulla differenza tra uomo e animale, la stessa questione si pone oggi tra uomo e macchina», prosegue il moderatore del programma scientifico «Quarks». Yogeshwar ipotizza che nel prossimo futuro le macchine faranno naturalmente parte della nostra vita e auspica un loro utilizzo ovunque sia sensato e d’aiuto per l’uomo. E aggiunge che recentemente, grazie alla più moderna tecnologia, alcuni ricercatori del PF di Losanna hanno permesso a un paraplegico di tornare a camminare.

Contraddizioni su più fronti

Tuttavia in questo ambito esistono già ora degli esempi negativi di sviluppi tecnologici, pensiamo alle macchine da guerra quali droni killer armati in grado di uccidere autonomamente su mandato dell’esercito. In realtà va precisato che questi droni svolgono il loro lavoro perché sono stati costruiti e programmati a tal fine dagli uomini. Dietro ci sono comunque dei principi etici umani, anche se riprovevoli.

Queste contraddizioni interessano anche i giganti dell’economia high tech. Il professore di etica Kirchschläger nota: «Per avere maggiore privacy l’inventore di Facebook Mark Zuckerberg ha acquistato tutte le case attorno alla sua» – mentre la sua azienda come è noto non si è granché preoccupata della sfera privata dei dati dei propri utenti. E Ranga Yogeshwar non si meraviglierebbe se tra poco Google entrasse nel business delle assicurazioni sanitarie. In fondo tutti noi quando abbiamo un problema di salute cerchiamo prima in internet la possibile diagnosi. Probabilmente «Dr. Google» già ora conosce meglio il nostro stato di salute del nostro medico di famiglia.

Ciononostante siamo ancora lontani decenni da una possibile singolarità tecnologica; come sempre è l’uomo che plasma la tecnologia attorno a sé. Finché le macchine non avranno una propria identità e un proprio sistema di valori non saranno umane.

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Meret Meier è esperta di responsabilità sociale, protezione dei giovani dai media e comunicazione nel team Corporate Responsibility di Swisscom.
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