Adolf Ogi: «Nell’ufficio del Consiglio federale ho pianto 20 volte»

Bruno Bötschi,

8.1.2018

Intervista all’ex consigliere federale Adolf Ogi sull’amore, le incertezze da uomo politico e il motivo della sua recente partecipazione al dibattito sul suicidio assistito.

Maag Halle, Zurigo: più tardi questa sera andrà in scena la millesima rappresentazione del musical «Ewigi Liebi». Un traguardo che normalmente raggiungono solo le produzioni di Broadway a New York. Adolf «Dölf» Ogi saluta il giornalista e stringendogli la mano gli consegna una brochure della sua fondazione «Freude herrscht» (Regna la gioia).

Per un buon motivo: il ricavato della serata andrà alla fondazione di Ogi – sul palco, al termine della rappresentazione, gli organizzatori del musical consegneranno all’ex consigliere federale un assegno del valore di 50’000 franchi. Seguito da una classica performance alla Dölf: anziché rispondere alle domande del presentatore Röbi Koller, stringerà personalmente la mano a tutte le attrici e gli attori del musical.

Adolf Ogi (75) indossa un completo azzurro che gli calza a pennello e una cravatta gialla. Dimostra come minimo dieci anni di meno.

Signor Ogi, oggi facciamo un gioco a domanda e risposta: nei prossimi 30 minuti le farò il maggior numero di domande possibile e lei mi risponderà nel modo più breve e spontaneo possibile. Se una domanda non le va, mi dica semplicemente «passo».

Quindi devo dare delle risposte molto brevi... Sì, no, non saprei.

Kandersteg o Berna?

Kandersteg.

Rock’n’roll o Ländler?

Ländler.

Ewigi Liebi, sì o no?

Sì.

Lei è sposato da più di 45 anni: qual è la sua ricetta per una relazione duratura?

Amore, rispetto e comprensione reciproca.

Che ricordi ha del giorno in cui vide per la prima volta sua moglie Katrin?

Ho dei bei ricordi. Ci siamo incontrati a Fraubrunnen... Katrin, fu in quale occasione?

Katrin Ogi, in attesa del marito due tavoli più in là, riflette brevemente e risponde:

Katrin Ogi: Una festa tra alpigiani, un cavaliere festeggiava il suo addio al celibato.

Proprio così. Quella sera ho incontrato Katrin per la prima volta nel ristorante dei suoi genitori a Fraubrunnen. Stavo rientrando a casa dopo una seduta dal chiropratico a Bienne e volevo ammirare ancora un po’ le montagne. Era una serata magnifica. Sapevo che dalla frazione di Limpach di Fraubrunnen la vista sulle cime dell’Oberland era incantevole.

Fu amore a prima vista?

No.

Fu amore a prima vista?

No.

Che cosa apprezza di più di sua moglie?

La gentilezza, la capacità di comprensione, la disponibilità a trascorrere la sua vita con me e ad accettare il fatto...

... che non era mai a casa?

Sì, anche questo è vero.

In questi 45 anni quante volte si è dimenticato del vostro anniversario di matrimonio?

Non me ne sono mai dimenticato, credo, perché ho un’ottima agenda. Ma non sempre le ho fatto un regalo.

I fiori preferiti di sua moglie?

Di mia moglie? Katrin, quali sono i tuoi fiori preferiti?

Katrin Ogi: Le rose...

e le orchidee. Ce le abbiamo anche a casa.

L’oggetto più commovente che porta con sé nel portafoglio?

Nel portafoglio o nello zaino?

Anche nello zaino va bene.

Il mio cristallo. Non esco mai senza.

Una lezione di sua madre sulle donne?

La cortesia.

Una frase di suo padre che le risuona ancora nella orecchie?

Bhüet di Gott (che Dio ti protegga - n.d.t.).

Lo stile Ogi?

Esiste uno stile Ogi?

Ogi ride di gusto e non risponde alla domanda.

Nei musical si canta e si balla molto. Quando ha ballato l’ultima volta?

Tre settimane fa alla festa di compleanno di un amico.

E cantato?

Canto quasi tutti i giorni. Per lo più quando non mi sente nessuno. Mentre guido ascolto volentieri dei CD di musica Ländler e cerco di unirmi allo jodel. Purtroppo sono un po’ fuori allenamento.

Spesso le canzoni sono come una medicina: cosa canta per combattere la nostalgia di casa?

«A gfreute Tag» di Adolf Stähli.

Contro la mancanza di autostima?

Mi dicono sempre che l’autostima non mi manca. Tuttavia, mi è capitato spesso di dubitare di me stesso. Ma questo dubbio non sono riuscito a superarlo con una canzone. Erano altri i tipi di forza di cui avevo bisogno... la natura, il mio cristallo, la Gasterntal.

Contro le pene d’amore?

Non ho pene d’amore.

La canzone più bella in assoluto di una band svizzera?

Ascolto volentieri «Am Felsenschuss» dei «Swiss Ländler Gamblers» o degli «Engadiner Ländler Fründe».

Il suo film svizzero preferito?

Sono cresciuto con i film sulle opere di Gotthelf, mi hanno influenzato molto. Ho un bel ricordo della serie televisiva «Motel» con Jörg Schneider. Purtroppo, però, quando lavoravo alla Federazione svizzera di sci e in Consiglio federale non avevo molto tempo per andare al cinema.

Quali personalità svizzere le fanno passare la voglia di ridere?

Non voglio essere ingiusto, ma a volte mi capita con alcuni politici.

Frequenta regolarmente la Chiesa?

Ogi si schiarisce la gola. Che la maschera da «instancabile incoraggiatore» (NZZ), l’uomo che «porta chiarezza nella nazione» (Der Bund), si stia sgretolando[JO1] ?

Ammetto di essere andato in chiesa più frequentemente prima della morte di nostro figlio Mathias nel 2009. Adesso ci vado, ma solo ogni tanto. Non mi sono ancora ripreso dalla sua morte. Mi pongo delle domande, cerco e non trovo risposte. Ma so anche di non essere l’unico, con mia moglie e nostra figlia, a esser stato colpito da una tale tragedia. Molte altre persone hanno dovuto affrontare la stessa sorte. Tuttavia, la morte di un figlio è lo choc più grande che un padre, una madre e una sorella o un fratello possano subire.

Suo figlio è morto di cancro. È stato dopo questo triste avvenimento che si è arrabbiato per la prima volta con Dio?

Forse non per la prima volta, ma in quel momento si è verificato come un profondo terremoto dentro di me.

Guarirà mai questa ferita?

Ci sono ferite che guariscono. Mi sono ferito spesso le mani... spaccando e segando la legna. Ma la ferita provocata dalla morte di Mathias, in tutta sincerità, non guarirà mai.

Tramite la fondazione «Freude herrscht» vuole trasmettere alle generazioni future le virtù di Mathias, come la gioia di vivere, la tenacia e la solidarietà. Perché i giovani le stanno tanto a cuore?

In qualità di consigliere speciale dell’ONU per lo sport al servizio dello sviluppo e della pace ho avuto modo di capire una cosa: i giovani sono il nostro futuro. Se desideriamo un mondo migliore, dove regni la pace, allora dobbiamo concentrarci su di loro. Queste per me non sono solo belle parole, ma le ho sempre tradotte in fatti concreti. In qualità di presidente della Confederazione nel 2000 ho dato vita alla fondazione «Swisscor», che ha già organizzato sedici volte in Svizzera un campo vacanze per l'assistenza medica dei bambini vittime della guerra. Nel 2008 sono stato eletto nel comitato direttivo dell’organizzazione umanitaria internazionale «Right To Play». E dopo la morte di Mathias i suoi amici hanno creato la fondazione «Freude herrscht» affidandomene la presidenza. Anche se all’inizio ebbi qualche problema con il nome «Freude herrscht», lo accettai, non da meno perché l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan mi spiegò che nel suo Paese i morti vengono seppelliti immediatamente e le persone riacquistano subito la serenità mostrando gratitudine per tutte le esperienze che hanno potuto vivere insieme al defunto.

Che cosa pensa dei giovani svizzeri?

Tante, tante cose. I sondaggi svolti durante le scuole reclute mostrano che la gioventù svizzera è tornata a interessarsi al Paese e anche alla politica. I nostri giovani mostrano rispetto, per questo noi anziani abbiamo il dovere di continuare a dar loro qualcosa.

Che cosa intende per «dare qualcosa»?

Fiducia, opportunità, formazione e spirito di solidarietà. È un record mondiale che nei 26 cantoni svizzeri convivano pacificamente quattro culture, nonché quattro lingue, fin dal 1848. Dobbiamo impegnarci affinché tutto resti così.

Dove va quando vuole restare solo?

Vado volentieri nella Gasterntal, sopra Kandersteg.

Il consiglio da abitante del luogo che non si trova in nessuna guida turistica?

Probabilmente la Fründenhütte sopra al lago di Oeschinen.

Direttore dell’ufficio del turismo di Meiringen, direttore della Federazione svizzera di sci, direttore generale della Intersport, consigliere federale, consigliere speciale dell’ONU per lo sport al servizio dello sviluppo e della pace. Quale incarico ha richiesto più coraggio?

Ovviamente la nomina a ministro dei trasporti per il progetto della NTFA. Coraggio e tenacia. Mentre il mio incarico all’ONU è stato quello che mi ha regalato più gioia e fatto sorgere più domande. Ad esempio perché ci sono così tanti bambini senza niente da mangiare? Perché così tanti profughi?

Non è stato molto felice anche per i giorni d’oro di Sapporo?

La domanda era posta in maniera diversa (ride). I Giochi olimpici di Sapporo del 1972 hanno segnato l’inizio della mia carriera lavorativa. Sono stati il mio trampolino di lancio. Ma quando sono stato eletto in Consiglio nazionale nel 1979 tutti gli occhi erano puntati su di me. Ogni accusativo che sbagliavo era fonte di discussione. Per questo in seguito, da consigliere federale, ho lanciato «Freude herrscht», per non poter sbagliare l’accusativo.

Il suo talento nascosto?

L’accortezza.

Quand’è che una persona trova la felicità?

Bisogna guadagnarsela.

Perché voleva fare il capo?

Tutte le persone tra i 18 e i 20 anni dovrebbero chiedersi almeno una volta: chi sono? Quali sono le mie doti? Quali sono le mie debolezze? Che cosa sono in grado di fare? Che cosa invece no? All’epoca, avevo la sensazione che con il mio carattere e il mio temperamento avrei potuto tranquillamente dirigere. Non sono il tipo che si limita a proporre variazioni, che analizza solo o che serve gli altri. Mi sono detto: se ne avrò l’occasione, diventerò un capo. Sono pronto a correre rischi, e sono pronto a fallire.

Quando ha pensato per la prima volta che poteva diventare consigliere federale?

Quando nel 1987 sono stato scelto come candidato al primo scrutinio dal gruppo dell’UDC.

Ha sempre saputo calcare con abilità il palcoscenico della politica: ha cucinato le uova e tenuto un’allocuzione di Capodanno davanti a una galleria. In questo modo, in qualità di consigliere federale, è riuscito sempre a conquistare il cuore della gente. Come nascevano le sue idee? A chi chiedeva consiglio?

Ero in parte spontaneo, in parte desideroso di fare qualcosa di completamente diverso. Una volta mia moglie mi disse: se tieni un discorso, non devi farlo nel palazzo del Governo federale, devi uscire fuori. Questo mi ha portato, una volta eletto ministro dei trasporti, a salire su una locomotiva o a stare accanto ai binari. E ho continuato così fino all’allocuzione di Capodanno del 2000 di fronte alla galleria di base del Lötschberg accanto a un piccolo abete. Fu il primo discorso praticamente gridato di un consigliere federale perché la telecamera con il gobbo era troppo distante. Per di più avevo un fiocco di neve sulle labbra: temevo che la gente pensasse che fossi fuori di me. Tuttavia, arrivarono circa 5000 lettere di congratulazioni e nemmeno un commento negativo.

Il momento più storico della sua carriera politica?

Il momento in cui sono stato eletto consigliere federale per me è stato sicuramente storico. Così come il momento in cui ho dato le dimissioni. Ho ottenuto una standing ovation quando ho detto: «Signori e signore, membri del consiglio nazionale e dei consigli degli Stati. Quando sono stato eletto ero migliore di quanto si dicesse di me, oggi che mi ritiro, non sono del tutto all’altezza degli elogi sul mio conto. Addio a tutti.»

Ci sono cose o azioni che rimpiange?

Sì, non ho mai imparato l’italiano.

Quale dei 75 contributi di suoi contemporanei e compagni di viaggio contenuti nel libro «Unser Dölf» (Il nostro Dölf) l’ha stupita di più?

Non voglio mettere nessuno in primo piano volontariamente. Avevo appena iniziato a leggere i testi quando ho saputo che il libro andava in stampa.

È mai capitato che un ex consigliere federale venisse lodato in questo modo a distanza di anni dalle sue dimissioni? No, non è mai capitato. 75 amici e personalità, da Bill Clinton fino a Moritz Leuenberger passando per Bernhard Russi e la figlia Caroline, hanno espresso la loro stima per Ogi nel libro «Unser Dölf» (Il nostro Dölf). La prefazione è di Christoph Blocher.

Nel libro l’ex consigliere nazionale Andreas Gross le pone quattro domande. Ne avete già discusso?

Abbiamo iniziato a discuterne. Attualmente Andreas Gross si trova a Washington e vi resterà tre o quattro mesi. Ma abbiamo concordato di riprendere il discorso al suo ritorno.

«Unser Dölf»: 75 compagni di viaggio e personalità a lui contemporanee hanno preso parte al libro sull’ex consigliere federale Adolf Ogi.

L’offesa peggiore che le è mai stata rivolta in quanto uomo politico?

Ah, di questo non voglio più parlare.

Durante il suo mandato in Consiglio federale ha mai pensato «Dunque, domani sbatto fuori tutti gli accattoni»?

No.

Quante volte ha pianto nel suo ufficio del Consiglio federale?

Una ventina di volte in 13 anni, ma ero sempre l’unica persona nella stanza.

Quale uomo politico ha ammirato particolarmente?

Come persona Kofi Annan, e come politico François Mitterrand, che mi apprezzava e rispettava al di là delle differenze di partito.

Incontra ancora regolarmente le sue ex colleghe e colleghi del Consiglio federale?

Sì.

Quando ha mangiato l’ultima volta con Christoph Blocher?

Ieri al pranzo dei gruppi dell’UDC.

Se avesse di nuovo 25 anni, aderirebbe all’UDC odierno?

Ogi tentenna qualche istante.

All’UDC d’orientamento BGB, sì.

Ah, Ogi! Che grande onestà! – Il Bauern, Gewerbe und Bürgerpartei (BGB, partito dei contadini, degli artigiani e dei borghesi), fondato nel 1917 a Berna e confluito nel 1971 nell’UDC, è stato per molto tempo il partito di rappresentanza politica dei contadini e degli artigiani e partecipa al Consiglio federale fin dal 1929.

Quando ha mentito l’ultima volta?

Non sono una persona perfetta. Ma non ricordo quando è stata l’ultima volta in cui ho mentito intenzionalmente.

Quanto è felice della propria vita?

Sono molto grato per come ho vissuto finora, con l’eccezione della morte di mio figlio Mathias.

È stato un buon padre?

Sono un buon padre. Ho avuto relativamente poco tempo da dedicare ai miei figli. Ma ogni istante che potevo passare con loro era un regalo immenso. E sono grato a mia moglie per essersi occupata in modo meraviglioso dell’educazione dei nostri bambini. Sono fiero di come sono cresciuti entrambi.

È un bravo marito?

Sono un bravo marito. A volte ho poca pazienza e di tanto in tanto a casa mostro anche la delusione per non essere stato in grado di portare a termine un compito o per qualcosa che non è andato come avrei voluto.

Il suo vizio peggiore?

Vizio è una parola molto negativa. Un vero e proprio vizio non ce l’ho.

In che occasioni emerge la sua presunzione?

A volte si vede proprio. Ma non deve essere fraintesa: voglio dire, dopo aver trascorso 13 anni in Consiglio federale sostenuto dal popolo, all’improvviso non mi trovo più lì e quando arrivo in posto devo sempre spiegare perché; a volte la situazione è quasi comica.

Lei ha 75 anni. Quali sono i segreti più importanti per vivere al meglio la terza età?

La disciplina, fare qualcosa tutti i giorni, tenersi in movimento. Non mi accanisco contro il passare del tempo, ma cerco sempre di mantenermi il più in forma possibile.

Va ancora a sciare?

Certo. Sci alpino e di fondo. Ho ancora troppi impegni, ma quando sono libero trascorro la giornata sugli sci e la serata sulla pista di fondo notturna.

Ha paura di ridurre le sue attività?

Affatto. Sarei molto contento di poter eliminare qualcosa.

Quindi, in generale: la vecchiaia è percepita in modo troppo negativo nella nostra società?

Non da parte mia, ma per molte altre persone è così.

C’è qualcosa che desidera ancora fortemente dalla vita?

Mi piacerebbe molto scalare il Monte Bianco. Ma dopo che il cliente di un amico alpinista è morto in montagna sono stato abbastanza saggio da rinunciare a questo proposito. Anche a causa dell’età.

Quanto vorrebbe invecchiare?

Non mi pongo traguardi d’età, ma accolgo ogni nuova giornata e me ne rallegro molto più di dieci anni fa.

Che cosa pensa del suicidio assistito?

Mi sono avvicinato a questo dibattito negli ultimi tempi ma non ho ancora preso una decisione al riguardo.

È membro di Exit?

No.

Che cosa si aspetta dall’aldilà?

Mi aspetto di andare in paradiso.

Biografia: Adolf Ogi

Adolf Ogi è nato il 18 luglio 1942 a Kandersteg, figlio di una guardia forestale, guida alpina e maestro di sci. Prima di intraprendere la carriera politica, è stato direttore della Federazione svizzera di sci.

Membro dell’UDC dal 1978, ne è stato presidente dal 1984 al 1988, entrando a far parte del Consiglio nazionale nel 1979. Eletto in Consiglio federale nel 1987, ha diretto il Dip. fed. dei trasporti, delle comunicazioni e delle energie, per poi passare al Dip. militare fed. (DMF), oggi Dip. fed. della difesa, della protezione della pop. e dello sport (DDPS).

Ogi è stato per due volte presidente della Confederazione prima di rassegnare le dimissioni nel 2000. Dopo essersi ritirato, ha ottenuto dall’ONU un mandato come consigliere speciale per lo sport al servizio dello sviluppo e della pace. In questo ambito è stato consigliere diretto del segretario generale dell’ONU Kofi Annan.

Consiglio di lettura: «Unser Dölf» (Il nostro Dölf), autori vari, Werd Verlag, 328 pagine, ISBN 978-3-03812-701-7, CHF. 36,90.

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