Fredy Meier: «Ho vissuto cose terribili in quel periodo»

Bruno Bötschi

1.6.2020 - 14:33

I movimenti di protesta giovanili presero il via 40 anni fa a Zurigo, con le rivolte dell’opera.
Zvg

I movimenti di protesta giovanili presero il via 40 anni fa a Zurigo, con le rivolte dell’opera. Fredy Meier vi partecipò e così acquisì una notorietà nazionale, grazie alle sue apparizioni in tv in qualità del «Signor Müller». Un film-documentario ripercorre quel periodo.

Nella serata del 30 maggio 1980, centinaia di giovani si riunirono di fronte all’opera di Zurigo per dar vita ad una protesta contro le politiche culturali della città. Nel corso della manifestazione, la situazione degenerò in violenti scontri: i manifestanti lanciarono oggetti, vernice e uova, mentre la polizia rispose utilizzando proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Seguì una lunga estate calda, dopo quella notte violenta.

Fredy Meier, oggi 64enne, fece parte sin dall’inizio del gruppo di attivisti del movimento. Nel giugno del 1980 organizzò una manifestazione con giovani nudi. Un mese più tardi si presentò alla trasmissione televisiva «CH-Magazin» come il «Signor Müller».

Il programma in diretta degenerò nel momento in cui Meier espresse apparentemente solidarietà nei confronti dei rappresentanti delle autorità e chiese misure di repressione più dure contro i manifestanti. Si trattò, secondo diversi punti di vista, di un grandioso scherzo o di uno dei più grandi scandali della storia della televisione svizzera.

Il regista Felice Zenoni si è immerso negli archivi scovando documenti inediti utilizzati per il suo film-documentario «Der Spitzel und die Chaoten – die Zürcher Jugendbewegung 1980», («L’informatore e gli agitatori: il movimento giovanile zurighese nel 1980) andato in onda il 14 maggio (alle 20:05 su SRF 1).

Signor Meier, lei ha militato nel movimento giovanile di Zurigo 40 anni fa. Un giorno, è stato descritto su un giornale come «un classico figlio del movimento degli anni Ottanta, ovvero spontaneo, caotico e immaginativo».

Non mi oppongo a questa descrizione, ma servirebbero alcuni altri attributi per qualificarmi.

Quali?

Combattivo, sensuale e molto perseverante. Io e i miei amici abbiamo sempre amato molto una citazione di Che Guevara: «Bisogna essere duri, senza mai perdere la tenerezza».

La sera del 15 luglio 1980, lei è di colpo diventato celebre in Svizzera: la sua apparizione in tv col nome di Hans Müller alla trasmissione «CH Magazin» è considerata, secondo i punti di vista, come uno scherzo straordinario o uno dei più grandi scandali della televisione svizzera.

I responsabili della televisione ci domandarono di indicare delle persone in seno al movimento che sarebbero dovute intervenire alla trasmissione. Il movimento di solito rifiutava di collaborare con i media. Avevamo i nostri giornali, le nostre azioni. Quando abbiamo capito che la trasmissione sarebbe stata in diretta, la cosa ci ha tuttavia motivati moltissimo.

Perché?

Perché nel corso della diretta avremmo potuto dire ciò che volevamo.

Fredy Meier fece parte sin dall’inizio degli attivisti del movimento: «C’erano delle manifestazioni, ovvero un sacco di gente impegnata per una causa, gente che però in seguito è stata perseguitata e manganellata dalla polizia. Era perciò logico che il tutto sarebbe degenerato in scontri violenti. Noi, i membri del movimento, non abbiamo mai sfilato con caschi e manganelli».
SRF

Come vi siete preparati?

Eravamo un gruppo di 20 persone ad aver preparato insieme la trasmissione. La discussione fu incentrata sul modo in cui avremmo dovuto mostrarci. Qualcuno ebbe l’idea che ci servisse una dichiarazione assurda. Abbiamo fatto delle prove, scambiandoci le parti. Ecco da dove vengono «il signor e la signora Müller».

Vi prendeste gioco, tra gli altri, assieme alla sua partner fittizia Anna Müller, della consigliera municipale zurighese socialista Emilie Lieberherr. Siete apparsi come una coppia conservatrice di destra rilanciando in modo caricaturale il punto di vista dei vostri detrattori.

Abbiamo presentato una sorta di spettacolo di cabaret.

Si è ritenuto soddisfatto della performance?

Mi sono reso conto nel corso della trasmissione che ciò che avevamo in mente funzionava. Abbiamo potuto presentare i temi previsti, e la parte avversa non poteva in alcun modo tenerci testa.

Che successe nello studio televisivo immediatamente dopo la messa in onda della trasmissione?

Mi ricordo che andammo via piuttosto rapidamente.

E dove?

Andammo direttamente al Centro autonomo della gioventù (CAJ), dove numerose persone ci aspettavano. La maggioranza di loro trovò che ce l’eravamo cavata bene, che la nostra performance era stata buona.

Me ne ricordo come fosse ieri: avevo 13 anni nel 1980 ed eravamo seduti con i miei genitori, ipnotizzati davanti alla tv quella sera. Trovai anche io eccellente la performance del signor e della signora Müller.

Davvero?

Sì.

Ne sono molto onorato. Allora da adesso ci diamo del tu. Posso dirlo perché sono più anziano.

D’accordo, io mi chiamo Bruno.

Piacere, Fredy.

Come dicevo, ho trovato eccellente la vostra performance. Qual è stato il giudizio del resto della Svizzera?

Per quanto riguarda me, è andato tutto bene. Ma per la mia partner non è stato per nulla così purtroppo. Qualche giorno dopo la trasmissione televisiva, la stampa svelò i nostri veri nomi, e da quel momento tutto è diventato estremamente angosciante. Una giovane donna insolente in tv, all’epoca… che polverone che creò. Una cosa impossibile da immaginare ai nostri giorni. I suoi genitori venivano inoltre dall’Iraq, lei apparteneva alla seconda generazione. Era troppo per molte persone dell’establishment borghese.

E che è successo dopo?

Alcuni politici borghesi hanno preteso che il passaporto della signora Müller fosse sequestrato. E la situazione è degenerata, fino al punto che le fu spedito un proiettile.

Il film-documentario «Der Spitzel und die Chaoten» del regista Felice Zenoni, andato in onda il 14 maggio alle 20:15 su SRF, ripercorre l’epoca dei movimenti di protesta della gioventù zurighese. Hai già visto la pellicola?

Sì, e mi è piaciuta.

Nel film incontri l’ex informatore della polizia Willy Schaffner, alias Willy Schaller.

Willy e io ci affrontiamo come ex nemici nel film, ma è passato molto tempo da allora. Osserviamo insieme ciò che successe un tempo e come si svolse.

Che sensazione dà stringere la mano al proprio nemico dopo 40 anni?

(Ride) Wow… onestamente non mi ha posto alcun problema. Ho trovato appassionante la partecipazione a questo film. Ho dato il mio accordo, sapevo già che avrei incontrato Willy.

Hai davvero detto ciò che pensi al signor Schaffner nel corso del primo incontro?

No.

Il militante Fredy Meier (a sinistra) incontra l’informatore della polizia Willy Schaffner: « Willy e io ci affrontiamo come ex nemici nel film, ma è passato molto tempo da allora. Osserviamo insieme ciò che successe un tempo e come si svolse».
SRF

Come procedeva il movimento con gli informatori, 40 anni fa, quando li smascherava?

Avevamo un canale di comunicazione. Se smascheravamo un informatore, la sua foto e spesso il suo numero di telefono venivano stampati su un volantino e poi distribuiti al CAJ. Il movimento odiava profondamente gli informatori.

La gioventù di Zurigo si era sentita oppressa e incompresa a livello culturale 40 anni fa, finché la situazione non è degenerata una prima volta di fronte all’opera. Ho ancora ricordi nitidi delle immagini in televisione che mostravano le manifestazioni durante il telegiornale della domenica. Avevo l’impressione, come adolescente, di assistere ad una guerra a Zurigo, un weekend dopo l’altro. Lanciare pietre è una cosa legittima?

Che vuol dire legittima? C’erano delle manifestazioni, ovvero un sacco di gente impegnata per una causa e che in seguito è stata perseguitata e manganellata dalla polizia. Era perciò logico che il tutto sarebbe degenerato in scontri violenti. Noi, i membri del movimento, non abbiamo mai sfilato con caschi e manganelli.

Invece hai organizzato una manifestazione di persone nude in pieno centro a Zurigo nel mese di giugno.

Josi ed io organizzammo la manifestazione. Avevamo già lanciato inviti a riunirci tra persone nude sulla Hirschenplatz l’anno precedente, ma arrivarono solo dieci partecipanti. L’anno successivo eravamo sulla cresta dell’onda e dichiarammo: «Tutte coloro e tutti coloro che desiderano partecipare ad una manifestazione nudi si riuniscano lì, di fronte al grande albero. E per favore, date i vostri vestiti in custodia a qualcun altro».

Perché le persone nude non dovevano portare con loro i vestiti?

Per evitare che la polizia potesse arrestarci e ordinarci di rivestirci e seguirli. È anche la ragione per la quale la polizia non intervenne nel corso della manifestazione e si limitò ad osservare. Altrimenti tutte le manifestazioni non autorizzate sarebbero sempre immediatamente represse, letteralmente.

L’establishment si sentì provocato dal movimento giovanile, molte persone erano anche stanche. È per questo che molti militanti pagarono a caro prezzo. Te l’aspettavi?

No. Abbiamo discusso differenti azioni durante la preparazione. Alcuni erano dell’idea che dovessimo sdraiarci a terra di fronte all’ingresso come cadaveri della cultura. Questa proposta non ottenne la maggioranza. C’erano forse 200 persone che il 30 maggio 1980 si recarono di fronte all’opera, ma ciò che è accaduto dopo, ovvero il fatto di vedere improvvisamente poliziotti con scudi da combattimento uscire e mettersi di fronte a noi, era un evento inatteso.

Poi la situazione è degenerata.

Il comportamento della polizia è stato del tutto ingiustificato. Inoltre, nel corso della serata, ci raggiunse una grande folla proveniente dal concerto di Bob Marley all’Hallenstadion. Il corteo sommergeva sempre più la polizia. La situazione mi ricordava a volte il gioco di guardie e ladri. Noi non eravamo pronti ad affrontare, quella sera, eventi di tale ampiezza. Ho vissuto cose terribili in quel periodo e nonostante ciò mi sono sorpreso nel vedere un gran numero di persone, tra di noi, continuare a presentarsi malgrado la brutalità.

Molti manifestanti furono arrestati nel corso del mese successivo. Anche tu hai passato 14 mesi dietro le sbarre.

Dopo la trasmissione dei «Müller», la situazione era chiara agli occhi delle autorità: coloro che erano andati in televisione facevano parte dei leader. Almeno questa era la logica della polizia, del procuratore e del tribunale. In seguito, furono confermati alcuni capi d’accusa nei miei confronti, tra i quali numerosi erano privi di fondamento.

Quali erano questi capi d’accusa?

Violenze contro funzionari, uso di spazi pubblici a fini politici: diverse cose. Si sono spinti talmente oltre che perfino gli avvocati borghesi ritennero che dovessi scontare soltanto una pena con la condizionale. Ma le autorità hanno voluto creare un precedente. E sbattere in galera qualcuno che era conosciuto in tutta la Svizzera era l’ideale.

Come fu quel periodo in prigione?

In prigione ho capito che anche una persona cattiva può fare cose buone, e viceversa. Quando fui incarcerato, immaginavo che l’obiettore di coscienza sarebbe stato mio amico e l’assassino mio nemico. Ma in seguito ho dovuto imparare che in carcere gli eventi possono prendere pieghe diverse. Mentre l’obiettore di coscienza andava a raccontare tutto, al contrario chi scontava pene per sfruttamento della prostituzione era sempre pronto ad aiutare gli altri, ad esempio procurando loro uno stereo.

Hai rotto i legami con le persone che frequentavi all’epoca?

No. Ci vediamo ancora, ma siamo più anziani, più posati. L’esperienza del poter smuovere qualcosa insieme è stata positiva e importante.

Malgrado, o a causa di tutti i conflitti, Zurigo ha cominciato a trasformarsi grazie ai militanti del movimento a partire dal 1980. La pensi anche tu così?

Assolutamente. Ciò che è fa piacere, inoltre, è vedere ancora oggi persone del movimento impegnate nel mondo della cultura, a teatro, nel sociale o anche alla Rote Fabrik. Queste persone confermano che qualcosa rimane della battaglia condotta all’epoca, che in questo modo le nostre idee continuano ad essere trasmesse. Trovo questa cosa particolare e bella.

Vivi sempre a Zurigo: qual è il tuo livello di soddisfazione oggi rispetto alle autorità e alla vita in città?

(ride) Molte cose sono cambiate nel corso degli ultimi anni e sono anche migliorate. Preferisco tuttavia non esprimermi in merito alla polizia: continuano a succedere cose strane lì. Ciò che mi colpisce è che ai giorni nostri siamo sempre più disposti ad ascoltarci e ad avvicinarci gli uni agli altri. Se qualcuno parla oggi di autonomia, dall’altra parte non arriva immediato il grido: «Aiuto, a cosa serve quesa cosa?». Al contempo ritengo che alla cultura alternativa possa essere concesso un sostegno ben più importante. Zurigo è diventata una città di consumi sfrenati negli ultimi anni, come tanti altri grandi centri urbani, e trovo che ciò non sia soltanto positivo.

Molte persone ti consideravano un tempo come un enfant terrible: chi sei tu oggi?

Non so… o diciamo così: sono un uomo che è invecchiato di 40 anni e che non vede alcuna ragione di considerarsi ancora un enfant terrible. È qualcosa che appartiene ad un passato lontano. Tuttavia, partecipo sempre attivamente alla vita della città. Ho anche sfilato a numerose manifestazioni per il clima, nelle quali ho incontrato anche altri manifestanti dell’epoca. È straordinario il fatto che i giovani siano impegnati per il clima e trovo meravigliosa la tenacia che dimostrano nella loro battaglia.

Il redattore di «Bluewin» Bruno Bötschi intervista regolarmente personalità famose con il gioco domanda-risposta «Bötschi fragt». Bötschi vanta notevole esperienza nelle interviste. Per la rivista «Schweizer Familie», ha seguito per molti anni la serie «Traumfänger». A tal proposito, ha posto a oltre 200 persone la domanda: Da bambini si hanno tanti sogni – se ne ricorda? Il libro della serie «Traumfänger» è uscito presso la casa editrice Applaus Verlag, Zurigo. È disponibile in libreria.
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Quarant'anni fa a Zurigo, le proteste giovanili

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