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Emilia Brandi
La giornalista di Rai1 Emilia Brandi celebra un decennio del suo programma, «Cose nostre», tra storie di violenza, coraggio e memoria collettiva.
Emilia Brandi guarda ai dieci anni di «Cose nostre», il programma di Rai1 che ha ideato e condotto con un obiettivo preciso: dare voce a chi ha vissuto sulla propria pelle l'ombra delle mafie.
«Voglio credere che esistano i buoni», afferma nella sua intervista con iODonna, sintetizzando il senso profondo del suo lavoro.
L'inchiesta televisiva ha raccontato vicende personali, conflitti sociali e territori segnati da violenza e riscatto. «Ogni storia porta con sé non solo un volto, ma un contesto», spiega la Brandi.
«Raccontare la vita di una vittima o di un testimone significa anche restituire dignità al luogo da cui proviene».
Nel corso degli anni, la giornalista ha incontrato realtà durissime: dalla faida ultratrentennale di Mamoiada in Sardegna al sequestro Soffiantini, occasione che le ha permesso di intervistare il bandito Annino Mele, appena uscito di prigione dopo 31 anni.
«Sono momenti che segnano e che impongono un ascolto diverso, perché anche dove non c'è redenzione resta il dovere di capire».
Emilia non nega la fatica di confrontarsi con storie di crudeltà e fallimenti umani, ma continua a vedere nel racconto uno strumento di resistenza civile. «Il male produce morte», conclude, «ma la speranza alimenta il riscatto».
E mentre «Cose nostre» si prepara a nuove stagioni, la giornalista anticipa progetti inediti per Rai1 che allargheranno lo sguardo oltre le mafie, verso i conflitti sociali e le sfide etiche del presente.