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Vasco Rossi in un'immagine d'archivio
IMAGO/Independent Photo Agency Int.
Il rocker emiliano torna a calcare i palchi italiani con un messaggio forte: celebrare la vita attraverso la musica e resistere all'odio con la gioia. «La cantone "Non siamo mica gli americani" è ancora perfetta oggi».
Il tour estivo di Vasco Rossi, che toccherà i principali palchi italiani portando un messaggio di speranza e resistenza in tempi difficili, è pronto a salpare.
La data zero si è svolta sabato 30 maggio a Rimini, dopo il soundcheck riservato al fan club di venerdì. L'appuntamento ufficiale è invece fissato per venerdì 5 e sabato 6 giugno al Parco Urbano di Ferrara.
Il concerto di Rimini ha consegnato al pubblico del rocker di Zocca in forma smagliante. Lo spettacolo si presenta come un abito su misura per i tempi che stiamo vivendo, ricco di sorprese e di una carica energetica contagiosa.
La formula scelta per quest'anno unisce ironia e pensiero critico. C'è una forte voglia di cambiare un mondo che non corrisponde a quello che vorremmo. «Come tutti gli anni, a giugno ci sono due cose sicure: il caldo e il concerto di Vasco», dice il 74enne alla «Gazzetta di Modena».
La scelta dei brani rivela un percorso preciso. «L'anno scorso celebravo la vita; quest'anno la celebro in tutte le sue fasi. – spiega – È una fase universale e parto da una canzone che ho portato nel 1982 a Sanremo: era nata per provocare le coscienze e i bigotti. E, dato che non sono affatto diminuiti, anzi... "Vado al massimo" la metto all'inizio, per mettere subito le cose in chiaro. E ci sono anche brani che, per me, sono addirittura delle prime volte dal vivo: Marea e Una nuova canzone per lei».
Vasco ha trovato la sua identità artistica più profonda, incarna lo spirito e i sogni di più di una generazione.
Poi c'è «Non siamo americani», un'altra rarità, scritta nel 1979 ed «è ancora perfetta oggi, tanto che ho deciso di sceglierla come titolo ideale di questo tour 2026».
Il legame tra rock e poesia è al centro del progetto. La provocazione ha sempre fatto parte del suo DNA.
«La canzone "Non siamo mica gli americani" è del 1979: all'epoca la cantavo con la sola chitarra, mentre quest'anno la facciamo con tutta la band"».
Vasco ricorda che sembra scritta ieri, perché, «se ci pensate, sotto sotto, ci siamo sempre sentiti un po' americani, mitizzando gli Stati Uniti... Ora però ci siamo resi conto che non si può andare in giro a sparare, non si può pensare di risolvere tutto con la violenza».
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Di recente si è acceso un dibattito sulla posizione degli artisti nelle questioni politiche, dopo le dichiarazioni di Francesco De Gregori.
Il cantautore romano, ricordiamo, alcuni giorni fa ha innescato una bufera, quando ha espresso la sua opinione sugli artisti della musica che usano la loro popolarità per veicolare messaggi politici.
«Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali, di guerra, perché tutto ciò che ci sta intorno va analizzato con estrema cura. Un proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente».
«C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo, ma è un ruolo che non mi sento di condividere», ha detto il Principe, a Milano, in occasione della presentazione del progetto Nevergreen.
Vasco ha le idee chiare: «Io rispetto Francesco De Gregori e il suo pensiero... Di sicuro noi suoniamo per portare gioia e felicità, per provocare una sana e scandalosa felicità nella gente».
Il rocker di Zocca la vede come una forma di resistenza attiva contro l'odio, la violenza e la paura, sentimenti e intenzioni seminate ogni giorno «da questi sociopatici potentissimi, che per arricchirsi scatenano guerre e distruzioni. In queste guerre a soffrire sono solo i civili, massacrati e torturati, addirittura in nome di Dio».
I potenti, diceva Spinoza, hanno bisogno che la gente sia triste. «Ecco, noi invece portiamo gioia. La musica è questo: portare gioia».
Il concerto si apre con Vasco che emerge da una botola dietro il batterista. Parte «Vado al massimo» in una versione quasi ska con tappeto di fiati. Seguono la nostalgia di «Ormai è tardi» e l'energia di «Fegato Fegato Spappolato», con il suo riff di chitarra cantato in stile rap e la frecciata ai governanti «drogati di potere».
La prima parte prosegue con l'inedita dal vivo «Nuova canzone per lei», il funk di «Bolle di sapone», la teatrale «Alibi» e l'acclamata «Sono ancora in coma». Il pubblico ritrova anche «Ciao», insieme a «Domani sì, adesso no» e «Tango della gelosia». La sezione si chiude con uno dei brani più amati: «Lunedì».
Il palco sfrutta le più moderne tecnologie degli spettacoli live. Gli effetti speciali video avvolgenti creano un'esperienza tridimensionale. La band è in gran forma: le chitarre di Burns e Pastano, le tastiere di Rocchetti e un'ottima sezione fiati guidano il pubblico attraverso il viaggio musicale.
La seconda parte esplora la solitudine dei tempi attuali con «Marea», «Siamo soli» e «Se ti potessi dire».
Poi arriva il momento della critica sociale: ai potenti e prepotenti Vasco offre «Non siamo mica gli americani, che loro possono sparare agli indiani». Il testo continua con il monito: «Non ci si può rilassare, i russi possono arrivare ogni ora...». Seguono «Gli spari sopra» e «C'è chi dice no», ormai diventate colonne portanti del repertorio live.
Prima dei bis, dopo la scatenata «Rewind», arriva «Un mondo migliore» come risposta ai tempi difficili: «Perché siamo noi il mondo migliore».
Il gran finale si apre con l'applauditissima «La noia», seguita dai classici «Sally», «Siamo solo noi», «Vita Spericolata», «Canzone» e «Albachiara».
Il rock è servito, Vasco è ancora lì a smuovere le coscienze, a mettere in discussione un certo status quo delle cose. Ma non solo: il signor Rossi canta la vita, la gioia e la voglia di divertirsi... nonostante tutto.