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Studi

Microplastiche nel corpo umano: perché molti studi ora finiscono sotto accusa?

Negli ultimi anni ricerche su microplastiche nel sangue, nel cervello e negli organi interni hanno alimentato un forte allarme. Oggi però numerosi esperti mettono in discussione quei risultati, citando limiti tecnici, contaminazioni e mancanza di prove solide sui rischi per la salute.

Redazione blue News
Covermedia

Redazione blue News, Covermedia

20.01.2026, 16:00•20.01.2026, 16:10

Microplastiche nel cervello, nel sangue, negli organi interni.

Negli ultimi anni questi risultati hanno fatto il giro del mondo, contribuendo a diffondere timori sull'impatto della plastica sulla salute umana. Proprio quelle ricerche, però, sono ora oggetto di una crescente ondata di critiche nella comunità scientifica.

Secondo una ricostruzione del Guardian, almeno sette studi sul rilevamento di microplastiche nel corpo umano sono stati ufficialmente contestati. Un'analisi separata ha individuato altre 18 ricerche con carenze metodologiche rilevanti, tra cui l'assenza di controlli adeguati e procedure insufficienti per evitare contaminazioni.

Il nodo centrale è tecnico. Molte analisi operano al limite delle capacità degli strumenti attuali. Minime interferenze ambientali o segnali ambigui possono portare a scambiare componenti biologiche per plastica, generando risultati sovrastimati. In altre parole, il rischio di individuare microplastiche dove non ce ne sono è concreto.

Il caso più discusso riguarda uno studio pubblicato all'inizio del 2025, che segnalava un forte aumento di microplastiche nel cervello umano nel corso dei decenni. La ricerca, basata su campioni raccolti in periodi diversi, è stata successivamente contestata per la mancanza di controlli sistematici contro la contaminazione e per passaggi analitici incompleti.

Tra i critici più netti c'è il chimico ambientale Dušan Materić, del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale. Secondo Materić, il tessuto cerebrale, composto per circa il 60 per cento da grassi, può produrre segnali chimici simili a quelli di alcuni polimeri, rendendo difficile distinguere con certezza tra plastica e materiale biologico.

Critiche analoghe riguardano studi su microplastiche nelle arterie, nel sangue e in altri tessuti. In diversi casi, secondo gli esperti, i metodi utilizzati non consentono di trarre conclusioni robuste. Una tecnica spesso citata è la pirolisi accoppiata a gascromatografia e spettrometria di massa, che può portare a identificazioni errate.

Questo non ridimensiona il problema ambientale globale legato alla plastica, la cui produzione è cresciuta di circa 200 volte dagli anni Cinquanta. Sul piano della salute umana diretta, però, molti ricercatori invitano alla cautela: l'ingestione di microplastiche è plausibile, ma la loro permanenza nel corpo e le conseguenze cliniche restano in gran parte da dimostrare. Per questo, avvertono, numeri non solidi rischiano di alimentare paure ingiustificate e di indebolire il dibattito scientifico.

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