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Un'analisi della George Mason University rivela che anche minime tracce di pesticidi nella frutta e nella verdura possono compromettere la qualità dello sperma, riducendone vitalità e motilità. Gli esperti avvertono: gli effetti si manifestano anche con esposizioni quotidiane.
Mangiare frutta e verdura è fondamentale per la salute, ma secondo una nuova ricerca della George Mason University (USA) alcuni pesticidi diffusi potrebbero avere un effetto indesiderato: colpire la fertilità maschile.
Gli scienziati hanno analizzato 21 studi di laboratorio condotti negli ultimi vent'anni e hanno scoperto che i neonicotinoidi, una famiglia di insetticidi tra i più utilizzati al mondo, possono danneggiare la struttura e la funzione degli spermatozoi, anche a dosi molto basse.
Gli spermatozoi sotto attacco Le sostanze più studiate – acetamiprid, imidacloprid e clothianidin – riducono in modo significativo la motilità e la vitalità delle cellule spermatiche. «In alcuni casi abbiamo osservato una perdita di movimento fino al 90%», spiega la coordinatrice della ricerca Sumaiya Irfan.
Danni anche a dosi quotidiane I ricercatori avvertono che gli effetti si manifestano già a concentrazioni comparabili con quelle che si assumono attraverso una dieta normale.
Poiché i neonicotinoidi sono pesticidi sistemici, penetrano nei tessuti delle piante – dai gambi alla polpa – e non vengono eliminati del tutto nemmeno lavando accuratamente frutta e verdura.
Analisi dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare confermano la presenza di residui in numerosi prodotti importati, nonostante i limiti di legge.
I limiti normativi sotto accusa La coautrice Melissa Perry invita a una revisione urgente delle normative: «I limiti attuali si basano su dati di tossicità acuta, ma trascurano gli effetti a lungo termine sulla fertilità». Gli studiosi chiedono quindi nuove indagini cliniche sull'uomo per capire se le osservazioni di laboratorio si riflettano anche nella popolazione generale.
L'esposizione costante a piccole quantità di pesticidi potrebbe contribuire al calo mondiale della qualità spermatica, un fenomeno già documentato da decenni.
Come sottolinea Perry, «non sappiamo ancora quante persone siano effettivamente a rischio, ma i numeri potrebbero essere molto più alti di quanto immaginiamo».