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Sfruttati i contribuenti? Dopo la caduta di Andrea, le finanze della famiglia Windsor sono sotto esame: ecco perché
Gregoire Galley
26.2.2026
La disgrazia dell’ex principe Andrea, innescata dall’affaire Epstein, ha riportato sotto i riflettori la famiglia reale britannica e le sue finanze. Un’inchiesta parlamentare, attesa a breve e rara per questo ambito, testimonia una crescente richiesta di trasparenza.
Hai fretta? blue News riassume per te
- La caduta dell’ex principe Andrea dopo lo scandalo Epstein ha riportato l’attenzione sulle finanze della famiglia reale britannica.
- Un’inchiesta parlamentare esaminerà in particolare l’affitto simbolico pagato da Andrea per una residenza nel parco di Windsor.
- I deputati temono che accordi poco trasparenti abbiano avuto un costo diretto per i contribuenti.
- Le critiche si concentrano anche sul forte aumento del Sovereign Grant, l’assegno annuale destinato al sovrano.
- Secondo diversi osservatori, il caso Andrea segna l’inizio di un controllo più stretto sulla monarchia.
È finito nel mirino della Commissione per i conti pubblici della Camera dei Comuni l’affitto simbolico versato dall'ex principe Andrea per oltre vent’anni per la sua lussuosa residenza di Royal Lodge, nel parco di Windsor.
L’accordo è stato rivelato dal Times in ottobre, nel pieno della vicenda che ha portato re Carlo III a privare il fratello del titolo di principe a causa dei suoi legami con il pedocriminale Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019.
Andrew Mountbatten-Windsor, come viene ormai chiamato, ha lasciato la dimora di 30 stanze negli scorsi giorni, dopo la pubblicazione di nuovi documenti e fotografie che lo riguardano nel dossier Epstein.
Era stato lo stesso re a intimargli di abbandonare il maniero per trasferirsi in una residenza della tenuta di Sandringham, nel nord-est dell’Inghilterra, proprietà personale del sovrano.
Inchiesta in arrivo
Resta però il nodo delle condizioni dell’ex contratto di locazione che legava Andrea al Crown Estate, la società commerciale che gestisce l’immenso patrimonio fondiario e immobiliare della Corona, compreso il dominio di Windsor.
Condizioni che, hanno ricordato i deputati, hanno un impatto diretto sulle finanze pubbliche, visto che i profitti del Crown Estate confluiscono nel Tesoro.
«Ogni riduzione delle entrate diminuisce l’avanzo annuale del Crown Estate e rappresenta quindi un costo per il contribuente», ha avvertito il presidente della Commissione per i conti pubblici, Geoffrey Clifton-Brown, annunciando in dicembre l’apertura imminente dell’inchiesta.
Un punto di svolta
Per Francesca Jackson, dottoranda in diritto all’Università di Lancaster, l’indagine – la cui data di avvio non è ancora nota – «segna una svolta nell’equilibrio costituzionale tra Parlamento e monarchia».
«Storicamente il Parlamento ha sempre mostrato una grande deferenza nei confronti della monarchia», osserva la ricercatrice, che dedica la sua tesi alla monarchia costituzionale britannica. Ma, ne è convinta, è stata «la pressione» dei deputati su re Carlo a spingerlo ad agire contro Andrea.
Sulla stessa linea Norman Baker, ex parlamentare liberal-democratico dal 1997 al 2015, secondo cui la caduta di Andrew ha «aperto la porta» alla possibilità di mettere in discussione la monarchia. L’inchiesta in arrivo, a suo avviso, è «un primo passo».
Nel suo libro «Royal Mint, National Debt: The Shocking Truth about the Royals» denuncia «la grande opacità» delle finanze reali e, più in generale, «il vero costo» della monarchia per il contribuente britannico.
Un contributo massiccio al sovrano
Baker attacca in particolare l’aumento «osceno» del Sovereign Grant, l’assegno annuale versato al sovrano per l’esercizio delle sue funzioni ufficiali, inclusa la manutenzione delle residenze reali.
Nel 2011 il contributo ammontava a 7,9 milioni di sterline l’anno. Quattordici anni dopo, per l’esercizio 2025-2026, ha raggiunto i 132,1 milioni di sterline (quasi 140 milioni di franchi) e dovrebbe salire a 137,9 milioni nel 2026-2027.
«Carlo aveva promesso una monarchia più snella, con meno membri attivi della famiglia reale, ma i costi non sono affatto diminuiti», accusa Baker.
L’aumento è legato al cambiamento del metodo di calcolo dell’assegno, che dal 2011 è proporzionale agli utili del Crown Estate.
Utili gonfiati in particolare dai proventi dell’affitto dei fondali marini britannici, di proprietà del Crown Estate, per la realizzazione di parchi eolici.
Il «Soft power», davvero non ha prezzo?
Negli ultimi dieci anni il Crown Estate ha versato 5 miliardi di sterline alle casse pubbliche, secondo i dati del ministero delle Finanze. Interpellato sia sull’inchiesta sia sul libro, Buckingham Palace non ha risposto all’AFP.
Il commentatore reale Richard Fitzwilliams sottolinea invece che la monarchia genera introiti, soprattutto grazie al turismo, e rappresenta uno strumento di «soft power» che «non ha prezzo», ad esempio quando accoglie leader stranieri in visite di Stato strategiche, come quella del presidente americano Donald Trump prevista per settembre.
Argomenti che non convincono Norman Baker, il quale elenca le numerose esenzioni fiscali di cui beneficia la famiglia reale. Il re, come il principe William, paga l’imposta sul reddito, ma senza renderne noto l’importo. Carlo lo faceva quando era principe di Galles.
In definitiva, sostiene l’ex deputato, i britannici «ignorano» il «vero costo» della loro monarchia.
Ma se «per molto tempo è riuscita a sfuggire a qualsiasi controllo, i tempi stanno cambiando», assicura Francesca Jackson.