«Mi è stato imputato di tutto»Ecco come le teorie del complotto sulla morte del fratello ancora perseguitano Reinhold Messner
Carlotta Henggeler
20.4.2026
«Alla fine, morire è forse la cosa più bella che ci sia»: l'alpinista Reinhold Messner è stato ospite del programma SRF «Gredig direkt».
Christoph Sator/dpa
Dopo la morte del fratello al Nanga Parbat nel 1970, Reinhold Messner è stato per decenni bersaglio di pesanti accuse. Nel programma di SRF «Gredig direkt» l’alpinista ha parlato apertamente delle teorie del complotto – e di come lo hanno segnato.
Carlotta Henggeler
20.04.2026, 14:21
21.04.2026, 07:35
Carlotta Henggeler
Hai fretta? blue News riassume per te
Reinhold Messner (81 anni) ripercorre una vita segnata da grandi imprese, ma anche da profonde perdite, parlando apertamente nel programma televisivo di SRF «Gredig direkt».
Lo sportivo respinge l’immagine di alpinista egoista, sottolineando di aver spesso privilegiato le ascensioni in compagnia.
Centrale resta il trauma della morte del fratello Günther al Nanga Parbat nel 1970, seguito da decenni di accuse e teorie del complotto nei suoi confronti.
Messner difende la propria versione dei fatti, ricordando le condizioni estreme e la valanga che travolse il fratello.
Ribadisce la differenza tra alpinismo e arrampicata indoor, definendo il primo come un confronto autentico con la natura e il rischio di morte.
Infine riflette sul rapporto con la morte, vista come parte integrante dell’esperienza umana, pur senza averne ancora pienamente accettato l’idea.
A 81 anni, Reinhold Messner guarda a una vita fatta di vette e perdite.
Tra status leggendario, conflitti familiari e il prezzo di un percorso senza compromessi, l’alpinista si racconta al programma televisivo di SRF «Gredig direkt» con Urs Gredig: dall’invecchiare a ciò che resta dell’uomo dietro il mito. Ecco i punti principali.
Sull’accusa di essere un egoista
Durante la puntata, Gredig fa notare come Messner utilizzi spesso l’espressione «mia moglie e io» parlando della sua vita, nonostante molte delle sue imprese siano state compiute in solitaria.
In passato è stato spesso accusato di essere un egocentrico e di autocelebrarsi.
«Non sono un lupo solitario», replica Messner. «Ho fatto alcune cose da solo – anche free solo, come si dice oggi. Ma in generale preferisco muovermi con dei compagni, in due o in quattro».
Sulla morte del fratello e le teorie del complotto
Nel 1970, Messner perde il fratello Günther sul Nanga Parbat. Un evento che continua a segnarlo.
«Con l’età si guarda a quell’episodio in modo diverso?», chiede Gredig.
«È morto nel momento più bello della sua vita, dopo aver compiuto la sua impresa più grande, quando era felice», racconta Messner. «Aveva lasciato il lavoro in banca per partecipare a questa spedizione e scalare la parete più alta del mondo».
Durante la discesa, Günther soffriva di mal di montagna. «Io sono andato davanti per cercare una via, una possibilità di discesa attraverso un enorme ghiacciaio. Non poteva più affrontare contropendenze, perché richiedono un’enorme quantità di energia».
Poi la tragedia: «Mentre ero più avanti, è stato travolto da una valanga. Non sono riuscito a liberarlo. I resti sono stati ritrovati solo 35 anni dopo. Fino ad allora mi è stato imputato di tutto: sono nate numerose teorie del complotto».
Sull'alpinismo rispetto l'arrampicata indoor
Sul tema, Messner ha una posizione netta: «L’arrampicata in palestra è uno sport straordinario, ma non ha nulla a che vedere con la natura. L’alpinismo è un confronto tra la natura umana e la natura selvaggia. E questo non avviene in ambienti climatizzati».
Sul perché affrontare volontariamente il pericolo
«Quando parto per una spedizione o per una via impegnativa sulle Alpi, devo sapere, nel profondo, che potrebbe finire con la morte. Altrimenti non ho capito la natura», afferma.
E aggiunge: «La natura è una dimensione che ci mostra quanto siamo infinitamente piccoli e fragili. La morte gioca un ruolo essenziale. Ma non sono mai partito pensando: se muoio, va bene lo stesso. Al contrario, ero convinto di avere tutto sotto controllo, di saper leggere la montagna: dove sono i pericoli? Ho la resistenza necessaria?».
Sul film di Netflix «Skyscraper»
Messner commenta anche l’azione «Skyscraper» del free solo climber Alex Honnold: «L’ho visto, mi ha annoiato. Non era nemmeno particolarmente difficile. Quello che ha fatto nello Yosemite è di tutt’altra dimensione. È uno dei migliori arrampicatori di sempre».
Alla domanda se si tratti ancora di alpinismo, la risposta è netta: «No, quello era uno spettacolo. Mi interessa come arrampicatore sulle pareti di granito in California, non quando scala quella torre».
Sul confronto con la morte
Gredig torna su un’esperienza chiave del 1970, quando Messner si trovò vicino alla morte. Può aiutare oggi ad affrontare l’invecchiamento?
«Le esperienze di quasi-morte – forse ne viviamo due o tre nella vita – sono terribili, perché senti che è la fine. Ma sono anche tra le più intense che possiamo vivere», spiega.
Non solo ci ricordano che siamo mortali, dice Messner, ma ci mettono di fronte alla nostra totale esposizione alla morte. «Alla fine, morire potrebbe essere la cosa più grande che esiste».
Un’idea che però non si traduce ancora in accettazione: «Non ho ancora fatto pace con la morte. Sono vecchio, ma sono ancora in grado di dare senso alla mia vita».