Mike Müller: «Ciò che penso non è determinante, sono solo l’attore»

Carlotta Henggeler

25.3.2020 - 17:33

Mike Müller sulla sua interpretazione di capo dei servizi segreti in «Moskau Einfach!»: «Ciò che penso io non è così importante, sono soltanto l’attore. Ciò che conta, è che lo interpreto con forza. Quello che voglio mostrare attraverso questo personaggio è ciò che mi disgustava all’epoca».
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Il film «Moskau Einfach!» parla dello scandalo delle schedature, esploso nel 1989. Mike Müller, celebre al Sud delle Alpi per aver interpretato «Il becchino» nell'omonima serie televisiva, veste i panni del capo dei servizi segreti elvetici. L’intervista di «Bluewin» esplora il complesso di inferiorità locale, la germanofobia e molto di più.

Nota della redazione: QUEST’INTERVISTA È STATA REALIZZATA PRIMA DELL’INIZIO DELLA PANDEMIA DI CORONAVIRUS.

Mike Müller ci raggiunge avvolto da una spessa sciarpa invernale in un ristorante cult di Zurigo, vicino a Escher-Wyss-Platz. «Siamo in pieno inverno e sono venuto in bicicletta», esordisce con la sua voce rauca e profonda – prima di scoppiare nella sua inconfondibile risata. A seguire la sua intervista.

Signor Müller, «Moskau Einfach parla dello scandalo delle schedature che ha scosso la Svizzera nel 1989. All'epoca lei chiese il suo dossier. È stato complicato?

No, non lo è stato. In realtà non ne avevo.

Si direbbe che ciò la deluda. D’altronde è curioso: non c’era qualcuno che la sorvegliava all’inizio della sua carriera – lei, giovane attore di sinistra?

Si è rapidamente capito chi veniva spiato, quali attività erano osservate. Era sicuro che ciò non avvenisse nel nostro caso, con il teatro che abbiamo fondato a Olten. Ma il mio viaggio a Mosca, quello sì, avrebbe potuto essere schedato. Ma ancora una volta, non c’è stato nulla. Siccome non ero stato schedato qui, neppure i russi si sono interessati a noi. Lì ho potuto spostarmi in tutta libertà. Mosca contava già diversi milioni di abitanti all’epoca. Non erano interessati a un piccolo svizzero che partiva in viaggio di studio prima della sua maturità. Abbiamo seguito un itinerario turistico classico; all’epoca, riuscivo a leggere i nomi delle stazioni della metropolitana o a chiedere indicazioni stradali. Ma non so se da allora sono schedato.

Cosa intende?

La raccolta dei dati continua allegramente. E ciò dimostra come la Svizzera tratti tali dossier – cioè per nulla. Un certo numero di responsabili politici ha mentito sfacciatamente nell’ambito della LSCPT (legge federale sulla sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle telecomunicazioni) ma non ci sono state conseguenze per nessuno. Tutto è rimasto come prima. Eravamo al corrente della conservazione massiccia dei dati.

Sono cose da pazzi.

Si. L’élite politica del fronte borghese è sempre stata un po’ pigra. Esistono ancora oggi delle cerchie di destra che giustificano il fatto che 900’000 persone siano state schedate. Se amiamo ciò che è burocratico, inefficace e contrario ai principi dello Stato di diritto e della libertà individuale, siamo nei guai. Sono sconvolto.

Vuole parlare dei social network?

Sì, di Facebook e del flusso di dati. Abbiamo una marea di piccoli esempi: vogliamo cercare qualcosa su Google e ci chiediamo poi: «Com’è possibile che questa cosa sappia cosa voglio?» È l’algoritmo stesso che sa che c'è un'elevatissima probabilità che in quanto uomo che si trova in questo quartiere e a quest'ora della giornata, io ricerchi tale o talaltra parola chiave. Ciò permette di sviscerare qualsiasi individualità – fa venire la pelle d’oca. Non appena siamo in un altro paese, le ricerche su Google e la pubblicità cambiano. Alcuni prodotti medici che da noi sono vietati, altrove vengono proposti immediatamente.

Anche se lei condanna lo Stato ficcanaso con grande fermezza, in «Moskau Einfach», interpreta Marogg, un fervente capo dei servizi segreti.

Non è questione di «anche se», ma di «poiché». Marogg è un rappresentante in buona fede del vecchio sistema. Ovviamente penso che le persone che hanno fatto questo siano terribili. Abbiamo potuto constatare che la qualità delle schede era mediocre. Le persone non erano né istruite né intelligenti. Abbiamo conosciuto un’epoca in cui non eravamo così coscienti di questo spionaggio. Contrariamente alla gente che abbiamo incontrato dopo la caduta del muro. Ma ciò ha avuto un impatto su alcune carriere.

In che misura?

Ha toccato, per esempio, tutti gli obiettori di coscienza, era una condanna altamente politica. Oggi, la giustizia militare ha una composizione diversa, funziona molto bene. Ma all’epoca, erano degli ufficiali, dei membri del PLR, dell’UDC, del PDC, che si ubriacavano e mettevano dei giovani in galera per molto tempo. Come obiettore di coscienza per ragioni politiche, avrei dovuto averne per circa nove mesi. A seconda che si trattasse di motivazioni politiche, religiose o di non violenza, si veniva valutati in maniera molto diversa. Sono questi stessi gangster che si sono mobilitati in favore della «Beton-Polizei», ovvero dei servizi segreti. Questa manovra della destra doveva fermarsi ad un certo punto.

Poi è avvenuta la detonazione nel 1989.

La bolla è scoppiata nel 1989. Mi piace vivere in Svizzera, mi guadagno da vivere sui palchi della Svizzera tedesca. C’è una differenza tra complesso di inferiorità e megalomania, e sfortunatamente, non viviamo tra le due, ma abbiamo sempre un po’ delle due. I legami davvero pericolosi con i terroristi italiani, francesi, tedeschi, non li seguivano da vicino. Non erano abbastanza intelligenti per questo.

Ma è esattamente questo genere di «idiota» che lei interpreta in «Moskau Einfach!». Non c’è stata una resistenza interna?

Ciò che penso non è così determinante, sono soltanto l’attore. Ciò che conta, è che lo interpreto con forza. Quello che voglio mostrare attraverso questo personaggio è ciò che mi disgustava all’epoca. Nessuno si interessa alla maniera in cui Mike Müller vede quest’epoca. La gente vuol vedere un buon film, vogliono vedere il poliziotto che lavora nell'illegalità farsi coinvolgere «a metà», per poi fare marcia indietro. È anche interessante mostrare la paranoia che regnava. Se per tutta la giornata vengono raccontate delle baggianate, la gente finisce per crederci. Questo è un problema anche con i responsabili politici radicalizzati: se non sono disposti a riesaminare la loro posizione, essa si indurisce.

«Moskau Einfach!» racconta da una parte lo spionaggio di una compagnia teatrale, d’altra parte la storia di una giovane e talentuosa attrice presa e molestata sessualmente dal suo regista.

Lo sciovinismo e la germanofobia sono apparsi nel nostro paese durante il dopoguerra. Non comprendo tutto di quel periodo in Svizzera. Fino agli anni Sessanta, si parlava sempre l’«Hochdeutsch, il buon tedesco», anche alla radio. Soltanto più tardi si è usato ovunque lo svizzero tedesco ed è quindi comparso il risentimento verso i tedeschi.

Non pensa che sia una cosa buona che si parli di più lo svizzero tedesco?

È una pessima idea se la gente non può più parlare il buon tedesco. Anche i tedeschi devono impararlo, non possono parlare un linguaggio di basso livello. E poi, noi svizzeri pensiamo di essere tecnicamente i migliori. Crediamo che con il passaporto svizzero possiamo stabilirci ovunque. Ma nei fatti, tutto questo non è vero. Per viaggiare, è il passaporto statunitense quello migliore. E non è vero neanche nel mondo degli affari, non siamo i più apprezzati, siamo soltanto furbi. I tedeschi sono considerati più sinceri. Se un piccolo paese crede nei suoi miti, ha perso. La credenza secondo la quale i tedeschi non sanno parlare inglese o francese non ha più ragione d’esistere, i giovani lo fanno meglio di noi. Noi non sappiamo più parlare francese.

Questa presunta furbizia appare anche nei funzionari in «Moskau Einfach!». Anche se il film tratta di politica e di un periodo difficile della storia svizzera, rimane sorprendentemente leggero e comico.

Sì, leggero. Micha Lewinsky (il regista, ndlr) dice sempre che è una commedia. Intendo una commedia nel senso di un simpatico fallimento, in opposizione a una tragedia, che è un fallimento che si paga caro. Ma il copione non è scritto come una pura commedia, in cui le battute si succedono in maniera da creare situazioni quanto più assurde possibili. La situazione era già assurda all’epoca. E ciò mostra il fallimento di un paese che poi deve voltare pagina.

Certamente. È una storia a più livelli.

Il film è costruito simpaticamente, è una doppia liberazione: quella del poliziotto di fronte al suo superiore idiota e credulone, ma anche la liberazione della giovane attrice dal sistema patriarcale, che tuttavia esiste ancora oggi.

Il movimento #MeToo è stato e costituisce ancora oggi un tema d’attualità. Qual è la situazione attuale della scena teatrale svizzera?

Ci troviamo a Zurigo, una città in cui, fortunatamente, soffia un altro vento. Ma il teatro del posto resta un club ultraconservatore. È chiaro che è molto gerarchico, molto autoritario, che le donne restano indietro. Ma da quando ve ne sono sempre di più, il compito è diventato più difficile per i patriarchi – o per i registi «imbroglioni». E da noi, l’industria cinematografica è troppo piccola, non c’è così tanto denaro come negli Stati Uniti. La scena comica, in particolare, è più frammentata.

In «Moskau Einfach!», Michael Maertens, un attore del Burgtheater, interpreta il regista. Ha anche ritrovato Martin Ostermeier, anche conosciuto per il suo ruolo di Alois Semmelweis, il patologo un po' eccentrico nella serie TV «Il becchino».

Sì, ma sfortunatamente, non ho visto molto Martin sul set. Ho letto la sceneggiatura sin da subito; Micha ha fatto affidamento su di me abbastanza presto e ha testato diversi attori per il ruolo di poliziotto. In seguito ha scelto Philippe Graber. Ho girato soprattutto con lui.

L’intervista a Mike Müller è suddivisa in due parti. Potrete leggere la seconda parte prossimamente su «Bluewin».

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