Il ritorno della starNek svela a blue News il segreto di «Laura non c'è»
Carlotta Henggeler
9.11.2025
Nek: «Il bel canto è un simbolo del nostro Paese e ha reso l’Italia famosa nel mondo. Ci portiamo dietro un’eredità enorme.»
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Nek torna in Svizzera con due concerti nel 2026. In un’intervista esclusiva con blue News, l’artista italiano svela il segreto della sua hit «Laura non c’è», riflette sull’evoluzione della musica pop e confessa di voler «liberare» il pubblico con la sua energia sul palco.
Carlotta Henggeler
09.11.2025, 06:00
09.11.2025, 11:13
Carlotta Henggeler
Hai fretta? blue News riassume per te
Nek tornerà in Svizzera nel 2026 con due concerti carichi di energia: l'11 aprile al X-TRA a Zurigo e il 12 aprile al Bierhübeli a Berna.
Vendita ufficiale dei biglietti: mercoledì 30 luglio 2025, ore 14.00. Tutto ciò che riguarda l’evento lo trovi qui.
Il cantante promette «due show pieni di potenza, energia e grandi hit che il pubblico potrà cantare con me».
Nel’intervista con blue News, Nek svela il segreto della sua hit «Laura non c’è» e racconta come la sua musica continui a unire generazioni, dai fan degli anni ’90 ai ragazzi di oggi.
Ti esibirai 2026 due volte in Svizzera. Cosa possono aspettarsi i tuoi fan?
NEK: Tanta carica, tanta energia. Porterò le mie hit, le canzoni che tutti conoscono e canteranno con me. L’intenzione è questa: due concerti all’insegna della potenza e dell’energia. Spero di ricevere dal pubblico la stessa forza che io metterò sul palco.
Senti differenze tra i vari Paesi in cui ti presenti?
Il mio obiettivo è quello di creare un unico pubblico, ovunque io vada. Che sia in Svizzera, in Svezia o in Sudamerica, voglio lo stesso calore. Finora è stato così. Forse al Nord Europa il pubblico è un po’ più educato, ma il mio compito è renderlo più «maleducato», più sfrontato, più libero di mostrare affetto.
«Laura non c’è» è uscita nel 1997. Qual è stato il cambiamento più grande nel mondo della musica da allora?
La musica è in continua evoluzione. Oggi c’è meno spazio per la melodia, che non è sparita, ma la scena è diversa. Mia figlia, che ha 15 anni, ascolta la trap: un genere con strutture più complesse rispetto alle canzoni con cui io sono cresciuto, più legato alle barre e ai ritmi sincopati. È un cambiamento di percorso.
Credo comunque che il pop resti l’origine di tutti i generi, anche di rap e trap. La differenza principale è che oggi c’è meno melodia e più ritmo, più voglia di esagerare con i testi, per dire le cose senza filtri. È un modo diverso di esprimersi rispetto alla scuola da cui provengo io.
Ti piace la trap che ascolta tua figlia?
Dire che mi piace sarebbe troppo. Io ascolto tutto, perché è importante per chi fa musica come me. Ma non è un genere vicino ai miei gusti. Sono un nostalgico, vengo da un’altra educazione musicale. Però cerco di capire e apprezzare anche ciò che è lontano da me.
Perché secondo te la musica italiana è amata in tutto il mondo?
Perché la cultura musicale nasce in Italia. Il bel canto è un simbolo del nostro Paese e ha reso l’Italia famosa nel mondo. Ci portiamo dietro un’eredità enorme: da LucianoPavarotti ai Måneskin, da ErosRamazzotti a Laura Pausini o Umberto Tozzi.
È bello sapere che l’Italia è conosciuta non solo per la cucina o la moda, ma anche per la musica che ha superato i confini.
Andare in tour è molto impegnativo. Come ti prepari?
Mi tengo in forma, faccio molta attività fisica. La mente però è la parte più importante: sapere di poter realizzare il proprio sogno fa risparmiare metà della fatica. È un privilegio enorme portare la mia musica in giro per il mondo e vedere persone in Belgio, Francia, Germania o Svizzera che vengono ad ascoltarmi.
Il fisico deve essere allenato, certo: si viaggia tanto, si suona per due ore sul palco, si incontra gente. Ma quando ami ciò che fai, ti godi anche la fatica e la bellezza del viaggio.
Com’è cantare oggi «Laura non c’è»? È come la prima volta, nel 1997?
Anzi, oggi c’è ancora più entusiasmo.
Come mai? Perché mi vengono ad ascoltare persone che erano ragazzi quando ho iniziato, e ora portano i loro figli. È meraviglioso vedere adolescenti di 14 anni cantare «Laura non c’è» come se fosse sempre stata parte della loro vita. È la prova che quella canzone è entrata davvero nel cuore delle persone.
Hai un rituale prima di salire sul palco?
Sì, mi faccio il segno della croce. Affido le mie buone intenzioni «al capo lassù». Quando sali sul palco è sempre un salto nel vuoto: può succedere di tutto, ma devi andare avanti, improvvisare, risolvere. È la bellezza del live.
Mi chiedo da anni: Laura esiste davvero?
La persona è esistita, ma non si chiamava Laura. Ho scelto quel nome perché suonava bene, era più musicale.
Non hai usato il vero nome per proteggerla?
Esatto, era un modo per rispettare la sua privacy. «Laura» è arrivata così, spontaneamente.
È difficile partire in tour e lasciare la famiglia a casa?
Certo, si vorrebbe sempre averli accanto. Ma la mia famiglia è felice perché sa che faccio ciò che amo. A volte mi raggiungono, e quando riusciamo a stare insieme è ancora più bello. Mia figlia va a scuola, quindi non possono essere sempre con me, ma ci sentiamo vicini lo stesso.
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