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Segnalalo oraPiù che gli avversari, oggi è il peso della narrazione a mettere in difficoltà l’Italia. Tra retorica esasperata, pressioni amplificate e un passato idealizzato difficile da sostenere, gli Azzurri arrivano alla sfida con la Bosnia in bilico tra fragilità mentale e qualità reale, chiamati a dimostrare sul campo di valere più dei loro stessi fantasmi.
«Bastava un piazzato sbagliato e ci facevano secchi», queste parole del CT Gennaro Gattuso, dette in riferimento alla gara contro l'Irlanda del Nord, riassumono bene quanto sia sottile il filo su cui cammina l'Italia in questo momento. Una leggera folata di vento sarebbe sufficiente per perdere l'equilibrio.
Uno scenario totalmente in controtendenza con l'idea platonica che chiunque abbia più di 10 anni ha degli Azzurri. Quella squadra coriacea che incuteva timore anche agli avversari più forti sulla carta, facendo proprio dell'emotività uno dei suoi punti cardine.
La verità, però, è che non serve essere quella squadra per qualificarsi ai Mondiali, e che la retorica che circonda la nazionale italiana da quattro anni a questa parte - dall'eliminazione negli ultimi playoff contro la Macedonia del Nord, passando per il deludente Europeo del 2024 - è diventata ormai insopportabile, superando i confini della razionalità.
Tant'è che il ct ha detto che battere la Bosnia sarebbe come «scalare l'Everest», e Manuel Locatelli, capitano - è importante sottolinearlo, capitano - di una delle squadre più prestigiose del mondo come la Juventus, rilascia delle dichiarazioni del genere: «Sentiamo tutti la pressione, anche per i bambini che non hanno mai visto l'Italia al Mondiale».
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Per carità, è certamente assurdo pensare che i giovani appena maggiorenni non abbiano ricordi della propria Nazionale ai Mondiali. Ma quello dei «poveri bambini italiani che non possono innamorarsi del calcio perché la loro squadra non partecipa ai Mondiali» è diventato un topos talmente spremuto dai media e dagli addetti ai lavori da sfociare nel ridicolo. Considerando che questi stessi bambini, nel mentre, saranno a tifare Jannik Sinner o Kimi Antonelli, senza che le loro vite ne siano irrimediabilmente impattate.
Una narrazione ulteriormente alimentata negli ultimi quattro giorni. Durante i quali, per esempio, lo stadio Bilino Ploje di Zenica - nel quale ci saranno poco più di 8'000 tifosi, meno di quanti ce ne starebbero alla Schützenwiese di Winterthur - è stato descritto dalla stampa italiana come un «inferno», in cui la Bosnia è pronta a «preparare la trappola».
Sono proprio queste turbe emotive, quasi auto sabotatrici, che più metteranno in difficoltà l'Italia nella partita di questa sera contro la Bosnia, come già accaduto contro l'Irlanda del Nord. Soprattutto prima della rete dell'1-0 di Tonali, d'altronde, è stato lampante come quasi ogni giocata degli Azzurri fosse condizionata dalla paura, che dalla testa è scesa fino alle gambe.
Certo, sottovalutare l'avversario - come accaduto l'ultima volta contro la Macedonia del Nord - sarebbe un errore. Di fronte, infatti, ci sarà una squadra coriacea (lei sì), come ha dimostrato nella semifinale contro il Galles. Ha riacciuffato il pari solo nel finale di gara - con la rete del sempreverde Edin Dzeko - soffrendo parecchio, ma riuscendo alla fine a spuntarla ai calci di rigore.
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Oltre a Dzeko, può contare su buone individualità, come le giovani ali Esmir Bajraktarevic o Kerim Alajbegovic. Ma la sua forza sta soprattutto nello zoccolo duro di calciatori d'esperienza. Non solo il suo capitano, ex Inter e Roma, ma anche Sead Kolasinac, Amar Dedic o Ermedin Demirovic (che ricordiamo soprattutto per un'eccellente stagione al San Gallo fra il 2019 e il 2020, in cui chiuse terzo la classifica cannonieri).
Considerando i valori tecnici in campo, però, non c'è dubbio che l'Italia possa contare su maggiore qualità.
Lo sappiamo, nel calcio non è sempre la squadra più forte a vincere, ed è anche questo il bello. Ma forse - proprio perché la retorica prevale sulla realtà - si tende a sottovalutare il potenziale della rosa a disposizione di Gattuso.
A partire dal leader in campo degli Azzurri, Sandro Tonali, il miglior nella partita contro l'Irlanda del Nord. Non solo per il gol che ha stappato la gara, ma anche - e soprattutto - per l'intensità e la qualità messa in campo, come in occasione dell'assist a Moise Kean per la rete dell'2-0.
Lo stesso Kean e Pio Esposito hanno i mezzi necessari per formare la miglior coppia d'attacco dell'Italia degli ultimi vent'anni (e, peraltro, sono calciatori parecchio cool, di quelli che piacciono ai bambini).
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Aggiungendo Gigio Donnarumma e Riccardo Calafiori, la spina dorsale dell'Italia pare estremamente solida. Di quelle che dovrebbe essere in grado di reggere ben più di una folata di vento.
E non solo in quanto al tanto agognato «valore assoluto», che spesso si utilizza come unità di misura per eleggere i favoriti. Ma proprio per quelle che sono le reali capacità di questi giocatori. Forse non avranno il carattere di Giorgio Chiellini, di Marco Materazzi o dello stesso Gennaro Gattuso, all'epoca in cui giocava, ma sicuramente sanno toccare meglio il pallone.
E allora forse si dovrebbe smettere di chiedere agli Azzurri di essere quegli Azzurri, quell'immagine idealizzata che poi, pensandoci bene, è più mistificazione che realtà. Bisognerebbe smettere di chiedere loro di farlo «per i bambini».
Forse, bisognerebbe pensare di più a quello che realmente accade nei 90 minuti di gioco. Perché in fondo, è sempre sul campo che si decidono le partite.