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Otto Pfister ha un legame molto speciale con l'Africa.
Imago
Da giocatore non ha mai giocato un Mondiale, ma da allenatore ne ha vissuto uno sulla panchina del Togo, ma solo per 3 partite, nel 2006, in Germania. La Nazionale togolese non ha vinto nemmeno una partita ed è stata eliminata nei gironi. Ma non per questo che la vita di Otto Pfister, oggi 88enne, non vale sportivamente la pena d'esser raccontata. Ha allenato in 23 Paesi su quattro continenti. Il tedesco, passato come calciatore pure dal Chiasso, detesta la noia: che si tratti di un caffè a Sargans o di una cena a Kinshasa. Eccovi la prima parte della sua incredibile storia umana e calcistica.
Da giovane chierichetto a Colonia, Otto Pfister aveva 8 o 9 anni. In quel periodo divorava tutta la letteratura che gli capitava tra le mani nella biblioteca della chiesa della sia città.
Tra i suoi autori preferiti c'era Karl May, le cui storie su Paesi lontani accendevano la sua immaginazione. In quel piccolo Otto nacque il desiderio di mondi lontani.
Un desiderio che non lo ha mai abbandonato. Voleva una cosa sola: andare via, partire, vedere e scoprire qualcosa di nuovo.
Quando Pfister si siede alla stazione di Sargans per un'intervista con «blue Sport», a quasi 80 anni dalle sue prime scoperte letterarie, dice semplicemente: «Guardi, giovane uomo. Qui non succede nulla. La Svizzera è un paradiso. Ma non succede niente».
Per amore della moglie si era trasferito nella valle del Reno, anche se per lui doveva sempre esserci movimento, azione pura, per sentirsi a suo agio.
Se Pfister ha visto così tanto, «è stato anche grazie a molta fortuna», racconta. Giocava meglio di molti altri e, notato durante una partita di prova, gli si aprì la possibilità di trasferirsi da Colonia a Chiasso, dove si guadagnava persino di più.
«Pensai: Chiasso? Non è l’Africa, ma è pur sempre un primo passo». In seguito si allenò a Glarona, Vaduz, Moutier, San Gallo e Coira.
Con la passione per il calcio e persone gentili intorno a sé, ma era davvero questo il grande mondo a cui aspirava?
A 34 anni iniziò a chiedersi: «Ma che senso ha tutto questo?». Era un allenatore semiprofessionista e arrotondava lavorando come economista aziendale.
Non poteva essere tutto lì.
Poi il destino intervenne. Durante una vacanza a Cattolica, Pfister si ritrovò seduto accanto a un funzionario del Ministero degli Esteri tedesco.
Chiacchierarono e, grazie alla mediazione di quell'uomo, Pfister ottenne l'opportunità di diventare commissario tecnico del Ruanda: lì stavano cercando un allenatore e i tedeschi godevano di buona reputazione.

L'avventura di Pfister è iniziata in Ruanda. Successivamente ha allenato in Senegal, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Ghana e, come si vede nella foto scattata durante i Mondiali del 2006, in Togo.
Keystone
L'unico requisito era parlare francese. Pfister lo conosceva almeno a grandi linee. Inoltre era previsto un corso di preparazione di tre mesi, durante il quale avrebbe potuto studiare anche l'inglese.
«Il resto lo impari nella vita di tutti i giorni», racconta Pfister.
Così nel 1972, a 34 anni, Pfister arrivò in Ruanda come commissario tecnico, appena reduce dal ruolo di giocatore-allenatore del Coira, con l'obbligo di ottenere risultati.
Nella nuova realtà lo chiamavano «saggio marabù», con rispetto.
Ben presto si rese conto delle tensioni latenti: quelle tra il governo hutu e la minoranza tutsi, che vent'anni dopo, a metà degli anni '90, avrebbero causato la morte di oltre un milione di persone.
Pfister era lì per allenare. Eppure ammette amaramente: «Ho visto innumerevoli auto e case date alle fiamme».
Pfister cercò di gestire l'impossibile. «Sono sempre stato lontano da soldi, politica e religione», afferma. In Ruanda tentò, ad esempio, di mantenere un equilibrio tra hutu e tutsi nella Nazionale, affinché nessuno si sentisse discriminato.
Questa frase divenne il suo mantra da allenatore. Più tardi anche in Senegal, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), Ghana, Bangladesh e Arabia Saudita. Tutte Nazionali che guidò fino alla fine degli anni '90.
Con l'Under 17 della Costa d'Avorio vinse la Coppa d'Africa, con il Ghana il Mondiale Under 17; più tardi raggiunse anche la finale della Coppa d'Africa con la Nazionale maggiore ghanese, diventando un'icona di stile: il modo di portare i pantaloni molto bassi sui fianchi fu ribattezzato «Otto Pfister Style», che lui sfoggia ancora oggi.
Nel 2008, dopo la sconfitta del Camerun nella finale della Coppa d'Africa contro l'Egitto, arrivò il conforto della stella camerunese Samuel Eto’o: «Mi disse: «Non prenderla troppo a cuore. Se cresci in una miseria come quella in cui sono cresciuti in molti di noi, una finale persa non è poi così grave».
Un momento che colpì profondamente Pfister e che non ha mai dimenticato.
Una cosa, durante le sue avventure, gli è sempre servita: nervi d'acciaio.
Ai tempi dello Zaire, il dittatore Mobutu - uno dei più sanguinari del suo tempo - lo fece convocare più volte nel cuore della notte al palazzo presidenziale, solo per dirgli con nonchalance che non sopportava il presidente dell'Angola, José Eduardo dos Santos.
«Meglio che vinciate, altrimenti potete andare direttamente in aeroporto».
Fu lo stesso Mobutu a portare nel 1974 lo storico incontro di boxe «Rumble in the Jungle» tra Muhammad Ali e George Foreman in Zaire. «Ali, bomaye!» – Ali, distruggilo.
Pfister lavorò in seguito anche con alcune delle persone coinvolte nell'organizzazione di quell'evento.

Mobutu è stato un presidente dittatoriale dello Zaire, l'allora nome ufficiale dell'odierna Repubblica Democratica del Congo nell'Africa centrale, dal 1965 al 1997.
Keystone
Quando sente parlare della pressione sugli allenatori in Europa occidentale, Pfister sorride. Da allora non ha più avvertito il richiamo di allenare in Svizzera o in Germania. «Che senso avrebbe allenare in seconda divisione?».
Eppure, la passione per il calcio non conosce confini. Pfister guarda tutto ciò che può: Super League, Bundesliga, Premier League, Ligue 1, Liga e altro ancora. «I decoder mi costano quasi 150 franchi», dice ridendo.
Ogni centesimo ne vale la pena, per uno che ha vissuto più di quanto altri possano solo guardare in televisione.
A proposito di Mobutu: per quanto crudele e autoritario fosse, aveva anche lui i suoi punti deboli, in particolare per la Nazionale argentina e il suo genio Diego Armando Maradona.
«Così, quando andavo da Mobutu e gli raccontavo quanto amassi l'Argentina, ci concedeva subito tre settimane di ritiro, in condizioni perfette», racconta Pfister con un sorriso ironico.
Meno divertenti erano invece le abitudini culinarie del dittatore, amante di piatti esotici. Pfister commenta con una scrollata di spalle: «Beh, allora capitava di mangiare cervello di scimmia».