L'alopecia, una malattia autoimmune, ha colpito Pierluigi Collina, ex grande arbitro internazionale e anche Heather Fisher, ex rugbista. Ecco le loro storie - di altri tempi, ma non troppo lontani - fatte di mancanza di empatia e test per capire la reazione del pubblico.
Hai fretta? blue News riassume per te
- Pierluigi Collina è Presidente del Comitato Arbitri della FIFA, in passato è stato uno degli arbitri internazionali più apprezzati. Insignito nel 2020 del premio «Miglior arbitro della storia».
- Nel 1985 l'oggi 65enne fu colpito da alopecia, una malattia autoimmune che attacca i bulbi piliferi.
- «Quando entravo in un locale tutti si giravano a guardarmi, perché ero qualcosa di diverso, e lo stesso valeva per un arbitro senza capelli».
- I dirigenti arbitrali lo sottoposero ad un «test», che fortunatamente andò bene.
- Il pubblico di Latina «fu più interessato alla qualità del mio arbitraggio che ai miei capelli… o alla loro assenza».
A 65 anni, Pierluigi Collina continua a occupare un ruolo di primo piano nel calcio internazionale.
L’ex arbitro bolognese, infatti, da quasi nove anni è Presidente del Comitato Arbitri della FIFA: una posizione che lo vede impegnato nella supervisione e nella formazione dei direttori di gara di tutto il mondo, in pratica il «capo degli arbitri» dell’era Infantino.
Un incarico di grande responsabilità, che l'italiano porta avanti con la stessa dedizione con cui iniziò ad arbitrare nei campionati minori negli anni ’80.
L'insorgere dell'alopecia e la poca comprensione
Proprio in quel periodo si trovò a fare i conti con l’alopecia, una malattia autoimmune che porta alla perdita di capelli e peli a causa di un attacco del sistema immunitario ai follicoli piliferi.
La sua condizione, allora poco compresa, suscitò perplessità all’interno dell’ambiente arbitrale.
Oggi, Collina ne parla apertamente anche per sensibilizzare sull’importanza di contrastare il bullismo: «È una malattia che colpisce trasversalmente e crea una diversità», riporta il sito «Fanpage».
«Ho dovuto superare i pregiudizi dell’epoca, perché nel 1985 chi aveva problemi di calvizie cercava di nasconderli. Oggi radersi è normale, tanti sono calvi o rasati per scelta, ma allora non era così», racconta a «Cronache di spogliatoio».
Quando entravo in un locale tutti si giravano a guardarmi, perché ero qualcosa di diverso, e lo stesso valeva per un arbitro senza capelli».
Il test
L’alopecia non sempre provoca una perdita definitiva, nel suo caso, i capelli non sono mai ricresciuti. «Decisero di farmi sostenere una sorta di prova: arbitrare una partita molto seguita, per capire la reazione del pubblico».
La preoccupazione dei dirigenti arbitrali dell’epoca era che l’aspetto «inusuale» di Collina potesse scatenare reazioni fuori luogo. Da qui nacque quel test, che oggi appare come un segno dei tempi e delle sensibilità di allora.
«In quel periodo arbitravo nel campionato interregionale, nei dilettanti – ricorda – e mi mandarono a dirigere Latina-Spes, una partita che attirava 4-5 mila spettatori, dieci volte la media delle altre gare».
Colui che ha arbitrato diverse finali importanti a livello internazionale, insignito del premio «Miglior arbitro della storia», nel 2020, ricorda con gratitudine quella «sfida».
«Dico sempre che devo essere riconoscente al pubblico di Latina: era molto più interessato alla qualità del mio arbitraggio che ai miei capelli… o alla loro assenza».
La storia di Heather Fischer, stella femminile del rugby inglese
Quasi contemporaneamente, la BBC, pubblica un'intervista ad un ex stella del rugby femminile inglese, Heather Fisher, anche lei colpita da alopecia.
«Guardando indietro, mi sentivo disgustata perché le persone ti guardano come se fossi una cosa, non una persona».
Nel conto alla rovescia per la Coppa del Mondo di rugby del 2010, i suoi capelli iniziarono a cadere. Si ritiene che ciò sia stato causato da un grave infortunio alla schiena.
Poco più di un mese dopo, Fisher aveva perso tutti i capelli, le diagnosticarono l'alopecia. «Ho perso tutti i capelli in circa cinque settimane. Mi restavano solo ciocche sparse», ricorda.
«Sono andata al campo con le mie compagne di squadra e i miei allenatori mi hanno rasato i capelli».
L'ex rugbista ritiene che il mondo dello sport abbia compiuto modesti progressi nell'accogliere donne di tutte le forme e dimensioni e quelle con differenze, con il rugby considerato uno degli sport più inclusivi.
I social media, secondo lei, hanno svolto un ruolo significativo nel cambiare la percezione, consentendo agli atleti di raccontare le proprie storie e mettendo in evidenza il modo in cui rompono gli schemi.
Riflettendo sulla propria carriera, Fisher nota quanto fosse diverso il panorama anche solo pochi anni fa: «Se giocassi oggi, condividerei sicuramente la mia storia sui social media. Attirerebbe l'attenzione e sarebbe un modo davvero positivo per mostrare il gioco e mettere in luce qualcuno che ha un aspetto e si sente diverso».