I rischi del ciclista Badilatti sulle morti di Mäder e Furrer: «Oggi si corre sempre forte e al destino non si comanda»

bfi

19.5.2025

Matteo Badilatti  del team svizzero  Q36.5 Pro Cycling è nato a Poschiavo, dove vive e si allena tuttora come ciclista professionista. 
Matteo Badilatti  del team svizzero  Q36.5 Pro Cycling è nato a Poschiavo, dove vive e si allena tuttora come ciclista professionista. 
Keystone

Il ciclista poschiavino si è concesso per un'intervista esclusiva a blue Sport. In questa prima parte parla dei temi della sicurezza nelle corse, che l'anno scorso sono costati la vita a Gino Mäder e Muriel Furrer.

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Hai fretta? blue News riassume per te

  • Matteo Badilatti è un professionista ciclista svizzero, nato a Poschiavo, che da questa stagione corre per i colori del team elvetico Q36.5 Pro Cycling.
  • L'anno scorso, sulle strade di casa, sono due i professionisti svizzeri ad aver perso la vita durante una gara: Gino Mäder e Muriel Furrer.
  • «Oggi si corre più forte, durante tutto il tracciato, si è continuamente alla ricerca del limite».
  • Ciononostante, secondo il 32enne, si potrebbero diminuire i rischi, «valutando meglio i percorsi».
  • Responsabilità per le morti? «Non si può puntare il dito verso nessuno. Il destino fa il suo corso». 

Ci troviamo in riva al lago di Poschiavo, sono le 9 di mattina e il termometro segna 5 gradi. Decidiamo di camminare incontro al sole. Lo scenario è idilliaco in quanto i colori dell'autunno in Val Poschiavo sono uno spettacolo per gli occhi e per l'anima.

La sponda nord del lago di Poschiavo: sullo sfondo si intravedono le cime dell'Aprica.
La sponda nord del lago di Poschiavo: sullo sfondo si intravedono le cime dell'Aprica.
Bruno Raselli

Lo sa bene Matteo Badilatti, che ha deciso di tornare a vivere e allenarsi dov'è nato dopo aver firmato il contratto che lo lega alla squadra professionistica svizzera Q36.5 Pro Cycling.

Nonostante molti ciclisti scelgano la Spagna per allenarsi su strada anche in inverno, grazie a temperature più miti e percorsi più variegati, lui ha scelto il paese d'origine.

«Apprezzo molto il fatto di allenarmi da solo, ma allo stesso tempo mi piace poter incontrare i miei amici e uscire con loro. In valle posso fare anche altre attività sportive invernali».

A 32 anni sei uno dei veterani del team. Ti sono riservati dei compiti particolari?

Sicuramente. Quando ho iniziato la mia carriera professionistica avevo già 26 anni, dunque ero un esordiente, di una certa età comunque. Oggi chi firma i primi contratti ha 19-20 anni.

Oggi all'interno della squadra ho un ruolo d'esperienza, nel senso che cerco di trasmettere ai più giovani quanto imparato e vissuto finora. Si tratta di un valore aggiunto per tutta la squadra.

Gino Mäder l'anno scorso e Muriel Furrer poche settimane fa, due tragiche morti di atleti svizzeri sulle due ruote. Secondo te oggi si corrono troppi rischi rispetto al passato?

Il ciclismo è cambiato: vi è stata una grande evoluzione dei materiali, delle biciclette, ma soprattutto nelle dinamiche durante le corse.

Puoi spiegare meglio?

Oggi si corre più forte, durante tutto il tracciato, si è continuamente alla ricerca del limite. Ancora 5 anni fa il focus era posto sulle salite, mentre oggi si pedala forte su tutto il percorso, discesa compresa. Questo porta ad ampliare i fattori e i momenti di rischio.

Inoltre, oggigiorno si transita su strade dal fondo più scorrevole, i paesini, dove naturalmente bisognava rallentare, oggi sono molto meno e tutto ciò porta a un aumento generale della velocità. L'asfalto sulle strade svizzere, inoltre, è in genere eccezionale.

Hai menzionato le dinamiche di corsa...

Il gruppo è un fattore di rischio, in quanto a volte si creano delle dinamiche dalle quali non ci si può esimere di partecipare, specialmente all'arrivo, o in discesa. Detto ciò mi sento di dire che non si sfugge al destino.

Prendi la discesa dell'Albula (dove nel 2023 è morto Gino Mäder. ndr): non è difficile tecnicamente ma è estremamente veloce. Vi sono tante discese più pericolose, ma a Gino purtroppo è andata male.

Dunque non vi è possibilità di evitare delle tragedie?

Certo, si possono diminuire i rischi. Si potrebbero studiare meglio i percorsi, capire dove bisogna apportare dei cambiamenti, o addirittura cancellare la tappa o la gara se è il caso.

Una gara, la Tre Valli Varesine, a ottobre, è stata annullata per un rischio troppo elevato.

Durante lo svolgimento della gara ci si è accorti che già nelle prime posizioni del gruppo non si riusciva a vedere il percorso. I corridori e le squadre hanno detto «no, qui si oltrepassano i limiti di sicurezza».

Ci potrebbero anche essere dei percorsi da modificare, magari anche solo in alcuni tratti?

Certo. Una tappa di montagna con arrivo in discesa è da valutare con attenzione. Dopo aver scalato per ore e aver dato fondo alle proprie energie, si può facilmente dedurre che un arrivo in discesa aumenti di molto il fattore rischio.

A chi addossare le responsabilità dunque?

Non si può puntare il dito verso nessuno. Io credo che dopo delle verifiche puntuali ci si debba prendere il tempo per discutere, scambiarsi le opinioni e poi trovare una soluzione.

L'asfalto bagnato, il gruppo, una foratura, un sassolino, sono tutti fattori che non si possono prevedere. Una costante però rimane: il percorso deve essere validato in anticipo, nel tentativo di decrescere i fattori di rischio... il destino poi farà il suo corso. Inevitabile.

Inoltre, non dimentichiamo che alla fine sono i ciclisti che fanno la gara.

Oggi si compiono già questo genere di controlli valutativi?

Sì, certo, vi sono dei gruppi che si occupano di questo. Ma in base a quanto successo sulle nostre strade e non solo, purtroppo, nell'ultimo anno, credo che questo genere di lavoro vada intensificato.

Tornando verso nord, prima di entrare in una delle due gallerie le quali rendono unico il percorso attorno al lago di Poschiavo, in alto si possono ammirare le cime che fanno da cornice al passo del Bernina. 
Tornando verso nord, prima di entrare in una delle due gallerie le quali rendono unico il percorso attorno al lago di Poschiavo, in alto si possono ammirare le cime che fanno da cornice al passo del Bernina. 
Bruno Raselli

Il tempo è volato, parlando e camminando siamo quasi giunti a Miralago. Altri impegni ci costringono a ritornare sui nostri passi facendo il percorso all'inverso. Davanti a noi si stagliano, alte e maestosi le cime della catena del Bernina.

Da voi lettori ci congediamo qui, dandovi appuntamento a un seconda parte d'intervista, dove affronteremo i temi dell'alimentazione e della depressione.