Sequestro di persona

Decreto d'abbandono, Don Chiappini: «È stata dura», il procuratore: «Nessuna pecca»

pab

1.3.2021

Don Azzolino Chiappini, conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sulla Bibbia, in un'immagine del 2014.
Don Azzolino Chiappini, conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sulla Bibbia, in un'immagine del 2014.
 Ti-Press

La RSI ha raccolto la testimonianza di Don Azzolino Chiappini, incarcerato a novembre per tre giorni con l'accusa di sequestro di persona e scagionato da tutti i sospetti la settimana scorsa: «È stata dura, ma ero tranquillo». Il procuratore generale Andrea Pagani difende la magistratura: «Nessuna pecca».

A fine novembre 2020 la notizia dell'arresto di Don Azzolino Chiappini con, tra le varie accuse anche quella pesante di sequestro di persona, aveva destato clamore e sconcerto in tutto il Sud delle Alpi. 

Non solo perché l’ex rettore della Facoltà di teologia di Lugano è un rinomato studioso della Bibbia, ma anche perché, soprattutto all'inizio, i contorni della vicenda non erano per nulla chiari e molte sono state le speculazioni giornalistiche. 

Dopo tre giorni in carcere il suo arresto, ricordiamo, non venne poi convalidato dal giudice dei provvedimenti coercitivi. La vicenda si è poi giudiziariamente conclusa la settimana scorsa con un decreto d'abbandono da parte del Ministero pubblico.

L'ex vicario generale della Diocesi si è espresso per la prima volta sulla vicenda in un'intervista mandata in onda dalla RSI sulla ReteUno, prima di un dibattito sul caso all'interno della trasmissione «Millevoci».

Chiappini: «Ero tranquillo»

«A 80 anni uno pensa di aver fatto tutte le esperienze e poi finisce in carcere per tre giorni», racconta don Azzolino Chiappini, riassumendo gli ultimi mesi trascorsi. «Sono stati momenti difficili e pesanti – continua Chiappini – soprattutto per quanto pubblicato sui giornali, ma allo stesso tempo ero tranquillo perché in coscienza sapevo che non c’era nulla di grave né di penalmente rilevante».

Nell'intervista l'ex vicario generale cerca anche d'ipotizzare l’origine delle accuse di sequestro di persona e coazione, anche se ignora chi lo abbia denunciato.

Con lui da circa una ventina d'anni vive infatti una donna di origini finlandesi, che giunta come assistente ha poi cominciato a occuparsi delle faccende domestiche. «Negli ultimi tempi, lei aveva cominciato a non voler più uscire di casa perché era molto stanca. E non voleva nemmeno che degli estranei entrassero. Se c’erano dei lavori da fare in casa, ero io a dire che non si poteva, che non andava bene», ha spiegato Chiappini.

Le possibili origini del «teorema del sequestro»

Insomma, don Chiappini assecondava la volontà della donna tenendo lontani anche gli operai e questo può aver originato dei sospetti. «È un po’ poco ma ci hanno costruito attorno il teorema del sequestro» chiosa un po’ sconsolato, ricordando però che lo scorso anno la stessa donna si era recata almeno una decina di volte alla Clinica Moncucco di Lugano «per cure infermieristiche».

Don Chiappini ammette però un errore: «I primi anni aveva un regolare permesso, poi verso la fine, poiché lei non voleva uscire e doveva rifare il passaporto, il permesso non è stato rinnovato. Su questo punto c'è stata una contravvenzione, ma non è un motivo sufficiente per tutta la storia che ci è stata costruita sopra. Era pagata per il suo lavoro, ho pagato le imposte fino alla fine». 

Determinante la testimonianza della donna

Ma gli inquirenti hanno interrogato la presunta vittima? «Certo – risponde Chiappini alla RSI – e la sua testimonianza è stata determinante perché ha spiegato che era libera, che non era mia prigioniera e che se stava in casa era per una sua scelta. Forse la cosa più semplice sarebbe stata quella di sentirla, prima di arrestarmi».

«In alcuni casi è difficile definire la relazione tra due persone. Vivendo per tanti anni assieme un rapporto di affettuosità senz'altro si è sviluppato, ma di affetto e amicizia, non altro», ha precisato Chiappini rispondendo a una domanda.

Pagani: «Non ci sono imputati di serie A e di serie B»

Dopo aver sentito l'intervista a don Chiappini, il procuratore generale ticinese (pg) Andrea Pagani, invitato nel dibattito radiofonico, ha reagito difendendo l'operato di Pamela Pedretti. Il procuratore generale del Canton Ticino non ha ravvisato alcuna pecca nel lavoro della procuratrice pubblica.

«Non ci sono imputati di serie A e di serie B - ha spiegato Pagani - gli imputati vengono tutti trattati allo stesso modo, nel momento in cui vi è la necessità di procedere a un arresto».

Il pg ha poi spiegato che il compito demandato alla procura consiste nel «ricostruire i fatti che non conosciamo al momento della ricezione della notizia di reato», al fine di raggiungere quella che il Codice di procedura penale definisce come la verità materiale. «E come si fa? Bisogna raggiungerla attraverso la raccolta delle prove», ha aggiunto.

«Se vedessi un procuratore che allegramente arresta le persone, interverrei di sicuro», ha osservato Pagani, aggiungendo che le domande di carcerazione preventiva vengono «nella stragrande maggioranza dei casi» accolte dal giudice dei provvedimenti coercitivi.

Di conseguenza «parlare di procuratori che agiscono allegramente è assolutamente fuori luogo», ha concluso il procuratore generale.

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