Industria MEM nel 2020 ha sofferto

hm, ats

24.2.2021 - 11:02

L'industria delle macchine ha sofferto per la pandemia.
Keystone

Meno 12% le esportazioni, meno 10% il giro d'affari, meno 7% i nuovi ordinativi: va descritto così, in estrema sintesi, il 2020 dell'industria metalmeccanica ed elettrica svizzera (MEM), nel rapporto con le cifre dell'anno precedente.

La pandemia ha lasciato chiaramente il segno, affermano i vertici dell'associazione padronale di categoria Swissmem in un comunicato diffuso in occasione della conferenza stampa annuale. L'export si è ridotto a 61 miliardi di franchi, con una perdita di quasi 8 miliardi che ha interessato tutte le principali regioni.

Il peggio è stato registrato nel secondo trimestre. Nel corso del secondo semestre 2020, l'allentamento delle misure di contenimento globale del coronavirus ha poi portato a una graduale ripresa della situazione economica e nel quarto trimestre le nuove commesse sono tornate quasi ai livelli del 2019.

Vi sono segnali incoraggianti che fanno pensare come la tendenza al recupero possa continuare nel 2021: nell'ultimo sondaggio svolto da Swissmem il 45% delle aziende ha affermato di prevedere un aumento degli ordini dall'estero e solo il 17% si aspetta un calo. D'altro canto vi è il timore che una possibile terza ondata pandemica possa nuovamente portare a un crollo globale dell'economia.

Sullo sfondo rimangono inoltre le sfide strutturali. I conflitti commerciali internazionali non sono stati risolti, fattore che pesa sul clima degli investimenti. Anche la futura relazione della Svizzera con l'Ue non è ancora stata chiarita. Secondo Swissmem si dimentica inoltre spesso che il franco svizzero rimane sopravvalutato rispetto all'euro e che si è anche apprezzato fortemente nei confronti del dollaro americano e di alcune valute dei mercati emergenti.

«Siamo sospesi fra le speranze e i timori», sintetizza il direttore dell'organizzazione, Stefan Brupbacher, citato nel comunicato. «Per una ripresa sostenibile nel settore MEM sono necessari una campagna di vaccinazione rapida e su scala nazionale, una sufficiente capacità di effettuare test, nonché certificati di vaccinazione riconosciuti a livello internazionale e a prova di falsificazione. Solo allora i tecnici e il personale di vendita potranno riprendere a viaggiare». Secondo Brupbacher questa possibilità di movimento è cruciale, in quanto circa l'80% degli affari dell'industria MEM ha a che fare con l'estero.

In seguito alla debolezza della domanda globale di beni d'investimento, esistente già prima dell'epidemia, alcune aziende del settore erano in orario ridotto già all'inizio del 2020. A metà 2021 queste raggiungeranno il limite massimo possibile di 18 mesi. Secondo Swissmem questo massimo va innalzato a 24 mesi. «È importante evitare ulteriori perdite di posti di lavoro dovute alla pandemia in aziende particolarmente colpite», sottolinea il presidente Martin Hirzel, pure in dichiarazioni scritte.

Inoltre le imprese MEM chiedono che vengano effettuati i preparativi per un nuovo regime di assistenza alla liquidità Covid-19, uno strumento che in tal modo potrebbe essere rapidamente attivato in caso di bisogno.

A medio termine secondo Swissmem vanno anche migliorate le condizioni quadro. La votazione del 7 marzo 2021 offre una prima opportunità: un sì all'accordo di libero scambio con l'Indonesia faciliterebbe l'accesso a un mercato considerato promettente. Con l'abolizione dei dazi doganali sui prodotti industriali il parlamento avrebbe quest'anno anche la possibilità di sostenere l'industria d'esportazione in modo mirato e sostenibile, conclude l'associazione.

Swissmem difende gli interessi del settore MEM in Svizzera e all'estero, fornendo anche assistenza alle 1200 imprese associate. L'organizzazione è nata dall'integrazione avviata a partire dal 1999 tra la Società svizzera dei costruttori di macchine (VSM), fondata nel 1883, e l'Associazione padronale svizzera dell'industria metalmeccanica (ASM), le cui radici risalgono al 1905. Quest'ultima organizzazione è considerata il precursore della forma svizzera di partenariato sociale, poiché nel 1937 concluse con i sindacati la pace del lavoro nell'industria meccanica.

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