Una coppia svizzera vive un inferno alle Maldive

Valérie Passello

27.5.2021

Axelle e Jordan pensavano che avrebbero trascorso una settimana da sogno nel cuore dell'Oceano Indiano. Ma sono rimasti bloccati per dieci giorni nella capitale delle Maldive, separati, nella totale incertezza sulla data del loro ritorno in Svizzera. Storia di un'avventura che, per fortuna, mercoledì sera ha trovato un esito positivo.

Valérie Passello

27.5.2021

«Siamo in aeroporto, siamo potuti partire, stiamo tornando a casa». La buona notizia è arrivata ieri sera. Axelle ha lasciato un messaggio vocale alla nostra redazione prima di salire a bordo del primo aereo che lei e il suo compagno Jordan hanno trovato per raggiungere l'Europa.

Il giorno prima, il 25 maggio, regnava ancora la completa incertezza. Isolata in una stanza d'albergo alle Maldive, la giovane donna ci aveva raccontato la sua storia al telefono. La voce a volte infastidita, a volte disgustata, sfinita da dieci giorni di incubo in paradiso. «Stiamo sclerando. Siamo rinchiusi contro la nostra volontà, senza essere malati, non possiamo fare nulla e mangiamo male. Adesso non ci fidiamo più di nessuno. E nonostante la nostra insistenza, le cose si muovono molto lentamente», ci aveva confidato.

La ragazza, che abita nel canton Vaud, e il suo compagno, erano partiti per godersi un magico soggiorno ai tropici, approfittando di un'offerta in un resort a cinque stelle, molto apprezzato su tutti i siti turistici.

In questo periodo di pandemia la coppia si è informata bene sulla destinazione e si è imbarcata su un aereo il 9 maggio, ciascuno con il richiesto test PCR negativo. Arrivano il 10 maggio nella capitale Malé, prima di raggiungere l'isola dove si trova il loro hotel.

«Dovevamo restare cinque giorni - continua Axelle-. Purtroppo il tempo è stato pessimo, è scoppiata una grande tempesta. Quindi siamo rimasti in hotel la maggior parte del tempo, uscendo solo per mangiare».

Test PCR non ortodossi

Ma il vero incubo inizia durante quella che doveva essere la fine del soggiorno. «L'hotel si è offerto di fare i test PCR venerdì per la nostra partenza sabato. Successivamente, abbiamo ricevuto un SMS che ci diceva che questi non potevano essere inviati al laboratorio, ma che non dovevamo preoccuparci, perché era possibile farli in venti minuti in aeroporto. Lo abbiamo trovato strano, ma ci siamo fidati dell'hotel, soprattutto perché avevamo tempo prima del volo», racconta Axelle.

Il giorno della partenza, un nuovo messaggio dall'hotel: i test potrebbero essere trasmessi, i risultati arriveranno in aeroporto. È tutto in ordine. I vodesi, così come altre due coppie - di spagnoli e americani - che hanno soggiornato nello stesso albergo, vengono quindi sistemati in una stanza dell'aeroporto in attesa dei preziosi risultati che daranno loro il diritto di rientrare a casa.

Dopo quattro ore di attesa, il verdetto, impietoso quanto inatteso, arriva: «Siete tutti positivi per il Covid-19». Vengono così «parcheggiati» in una zona di quarantena al centro dell'aeroporto. Dopo un'altra lunga attesa, gli sfortunati ricevono i documenti su cui sono dettagliati i loro risultati: i test PCR delle donne sono negativi, quelli degli uomini sono invece tutti positivi. Axelle continua: «Questi documenti sono stati ovviamente falsificati. Soprattutto su quello del mio compagno, i caratteri erano diversi, si vedeva che qualcosa non andava».

Una pratica corrente?

Secondo la giovane svizzera, diversi impiegati dell'hotel non lo nascondono: la pandemia sarebbe una manna per far rimanere più a lungo i turisti nel Paese, essendo la quarantena fissata a quindici giorni. «Il direttore di un hotel ci ha spiegato apertamente che i falsi positivi sono comuni qui».

Tra i commenti del sito Tripadvisor, uno denuncia le somiglianze con la testimonianza di Axelle: «Ci siamo stati per sei giorni di vacanza, siamo finiti in prigione per un mese», dice un viaggiatore che ha frequentato lo stesso hotel a settembre 2020.

Interrogato su questo punto dalla nostra redazione, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) «non è in grado di prendere posizione e non è a conoscenza di tali pratiche». Il dipartimento aggiunge che informa sul proprio sito web di possibili restrizioni legate alla pandemia COVID-19 e richiama l'attenzione sul fatto che le istruzioni impartite dalle autorità locali sono vincolanti anche per i cittadini stranieri.

Le azioni compiute non hanno avuto successo

Non è più in un magnifico resort in mezzo alle acque turchesi che poi troveranno posto i vodesi, ma in un hotel «al limite della salubrità» a Malé. E il loro portafoglio ne soffre: «Non appena siamo arrivati, ci è stato chiesto di pagare 2'600 franchi per il soggiorno», dice Axelle. «Freddi e disgustosi», i pasti sono lontani dal menu gourmet.

Volenti o nolenti, la coppia accetta il proprio destino, sperando che sia solo temporaneo, aggiunge la giovane: «Abbiamo contattato il TCS, il DFAE, nonché l'ambasciata svizzera che ha sede a Colombo, Sri Lanka. Non chiedevamo il rimpatrio, solo nuovi test». Ma i passi compiuti non hanno successo.

Il DFAE conferma: «L'Ambasciata ha sollecitato le autorità delle Maldive ad autorizzare un nuovo test PCR. Questa richiesta è stata inizialmente rifiutata, ma su insistenza dell'Ambasciata, le autorità delle Maldive hanno effettuato una nuova analisi dei campioni prelevati durante il 1° test. Il risultato è stato lo stesso».

«Eravamo sicuri di morire»

Ma le disavventure di Axelle e Jordan non sono ancora finite. Nel loro albergo si verifica un evento tanto oscuro quanto traumatico: una sera, sentono un'esplosione, poi urla, vedendo un individuo rompere tutto sulla loro terrazza. «Abbiamo subito pensato all'attacco avvenuto a Malé all'inizio di questo mese e ci siamo nascosti. Stavamo cercando di chiamare le nostre famiglie perché eravamo sicuri che saremmo morti», ricorda Axelle.

Interrogati dalla polizia al termine di questo evento, la coppia è sbalordita: «C'era sangue ovunque sulla terrazza. Ci è stato detto che era solo qualcuno che ha bevuto troppo ed è caduto. Ma nessuno ha menzionato l'esplosione. Ma noi non abbiamo sognato!».

I due hanno immediatamente allertato il DFAE e l'ambasciata svizzera, ma anche lì non hanno avuto la risposta sperata. Non può quindi il DFAE agire in qualche modo quando i cittadini svizzeri si trovano di fronte a questo tipo di eventi? Risposta del Dipartimento: «Dopo essere stata informata di questo incidente, l'Ambasciata ha contattato le autorità locali per ottenere informazioni e avvisarle che i turisti svizzeri avevano assistito alla scena. In tali casi, la fornitura di supporto psicologico è responsabilità delle autorità locali».

Axelle testimonia: «Il DFAE ci ha detto "Non possiamo inviarti un elicottero che venga a prenderti"». Questa risposta è stata davvero data alla giovane donna? «Il consiglio di viaggio elaborato dal DFAE richiama l'attenzione sul fatto che il DFAE non organizzerà più nuove operazioni di rimpatrio. Il DFAE offre, nei limiti dei suoi mezzi, sostegno consolare e protezione ai cittadini svizzeri che non hanno potuto rientrare e che si trovano in una situazione difficile», ha risposto il portavoce del dipartimento.

Separazione e barlume di speranza

Dopo questo episodio, Axelle e Jordan riescono comunque a cambiare hotel. Ma siccome si suppone che lui soffra del Covid e non lei, vengono sistemati in alloggi definiti dalle autorità locali «ufficiali» diversi: uno per casi positivi, l'altro destinato a casi di contatto.

Da quel momento, hanno lottato molto per dei nuovi test PCR. La copertura mediatica su un canale televisivo spagnolo che raccontava la difficile situazione dei loro compagni di sofferenza potrebbe aver accelerato un po' le cose. Il 25 maggio Axelle ha ricevuto un altro risultato negativo. Anche lui testato, il suo compagno Jordan ha ricevuto ieri un risultato negativo.

«Non possiamo ancora partire senza che il documento del governo ci autorizzi a farlo», ha raccontato Axelle ieri, aggiungendo: «Ho anche ricevuto un documento ufficiale dal governo che mi dice che la mia quarantena è iniziata il 22 e non il 15, perché non hanno tenuto conto dell'hotel precedente».

Lieto fine

Alla fine, la situazione si è sbloccata e la coppia, secondo le ultime notizie che abbiamo, stava tornando a casa.

La giovane donna ha voluto testimoniare per avvertire i connazionali della situazione: «Soprattutto che non vengano!».