Cameron: «Sulla Brexit ho fallito»

ATS

14.9.2019 - 18:48

L'ex premier conservatore britannico David Cameron.
Source: KEYSTONE/AP/EFREM LUKATSKY

«Ho fallito». L'ex premier Tory David Cameron verrà ricordato per aver indetto il referendum sulla Brexit e, perdendolo, per aver innescato una delle crisi più gravi di sempre del sistema politico britannico.

A più di tre anni di distanza da quel momento, Cameron riconosce il fallimento politico, se ne rammarica, e in un'intervista al Times racconta che le conseguenze di quel voto sono nei suoi pensieri «ogni singolo giorno» e di essere «disperatamente» preoccupato da ciò che accadrà in futuro. Però difende ancora la sua decisione di tenere quel referendum che, sostiene, era «inevitabile».

Se lo saranno chiesto in molti dove fosse finito l'uomo che ha condotto il Paese in questo pasticcio salvo poi lasciare Downing Street – e la patata bollente – fischiettando persino. Cosa stesse pensando mentre il negoziato con i 27 si faceva sempre più intricato e le piazze della protesta si riempivano. Mentre l'estremo stoicismo della premier Theresa May che gli è succeduta s'infrangeva contro mille ostacoli che continuavano a spuntare dal nulla come in un video game.

Racconta la sua verità in un libro di memorie

E durante le lotte interne al partito conservatore, con tanto di colpi bassi e tradimenti, che hanno rivelato la crisi ormai conclamata nel mondo Tory. Silenzioso (e a ragione) Cameron osservava a distanza, ma adesso in un libro di memorie dal titolo 'For the Record' ('Per la cronaca') in uscita il 19 settembre racconta la sua verità. Più che altro spiega le sue ragioni: troppe previsioni non ne azzarda ma esplicita la sua preoccupazione, mentre si toglie l'inevitabile sassolino dalla scarpa.

Il dito è infatti puntato dritto contro gli ex amici Boris Johnson e Michael Gove, che accusa di essersi comportati «in modo orribile» nella campagna referendaria «facendo a pezzi il governo di cui erano parte» e di aver lasciato «a casa la verità». Cameron racconta come Johnson e Gove, compagni di gioventù con annesse scorribande universitarie e oggi rispettivamente primo ministro e ministro addetto ai preparativi di un'ipotetica Brexit no deal, nel 2016 lo tradirono passando dall'altra parte della barricata sulla Brexit, e da quella posizione hanno cavalcato esagerazioni e bugie sull'immigrazione come su un fantomatico ingresso futuro della Turchia nell'Ue.

Critiche alle scelte controverse di Johnson

L'ex capo del governo non nasconde nemmeno di essere rimasto «enormemente abbattuto» da quel comportamento, con conseguenze durature anche sui rapporti d'amicizia personale, e mentre a Johnson arrivato adesso a Downing Street augura comunque successo, non manca di criticarne le scelte più controverse, dalla sospensione del Parlamento all'espulsione dalle file Tory dei 21 dissidenti moderati di spicco dissociatisi da lui sulla Brexit.

«Dalla tempistica del voto alle aspettative che ho consentito si creassero sulla rinegoziazione, sono molte le cose che farei in maniera diversa – ha sottolineato l'ex primo ministro al Times -. Non sono stato capace di prevedere la potenza dei sentimenti che si sarebbero rivelati durante e dopo il referendum e sono sinceramente dispiaciuto di aver visto da allora il Paese che tanto amo soffrire incertezza e divisioni».

Ma «sulla questione se fosse giusto rinegoziare il rapporto del Regno Unito con l'Ue e dare la possibilità alle persone di esprimersi a riguardo, la mia opinione rimane che era la cosa giusta da fare».

Le immagini del giorno

Tornare alla home page

ATS